Let it rock #ChuckBerry

“No one does it better than Chuck Berry”, Bruce Springsteen, introducing Sweet Sixteen, 8/21/78.

Nel 1997 lavoravo all’aeroporto di Linate, per una multinazionale americana di autonoleggio. Come da procedura, una mattina stavo controllando le prenotazioni del giorno dopo, quando mi cade l’occhio sul nome di un cliente previsto per il pomeriggio successivo. Lo riguardo, lo fisso, scorro qualche altra riga e torno a guardarlo. E’ impossibile. Mi alzo in piedi con le orecchie che fischiano, mi pare di essere entrata in una galleria del vento: sto leggendo un nome che non posso concepire su una lista passeggeri di un normale volo di linea. Per i very very VIP, le cose non funzionano così: arrivano in aeroporti privati, e hanno macchine con autisti ad attenderli, non vengono a noleggiare al banco come i comuni mortali. Certo ci sono eccezioni, c’è qualcuno che non ha problemi a mischiarsi col volgo, ricordo ancora la mia sorpresa nell’aprire la patente di un giovanotto molto very belloccio per trascriverne i dati, alla voce Lendl, Ivan. O Siffredi, Rocco. O persino, prima di cominciare a vincere seriamente, Hakkinen, Mika. O anche, tornando alla musica, Gabriel, Peter. Ma questa non è la norma, è la rarità, quindi mentre correvo con la mia stampata per l’ufficio continuavo a guardare pensando che sicuramente c’era un errore, un simpatico, bizzarro caso di omonimia. Certo con un nome così… ma tuttavia. Mi sono sempre pregiata di avere per colleghi una massa di buzzurri musicalmente incolti, tranne rare ispirate eccezioni, quindi sono corsa a mostrare il foglio all’unico presente che potesse capire, Paolino, il quale fissa a sua volta il nome, lo riguarda e mi dice: Impossibile. – Vero?- dico io. Impossibile. Già. Bè.

Dopo un’ora arriva una richiesta particolare via Centro Prenotazioni: Mr. Berry chiede di avere la macchina pronta all’uscita del Gate, e il contratto prestampato. A quei tempi Internet era ancora ai suoi albori, e cose che oggi normalmente si svolgono in cinque minuti richiedevano un certo dispendio di tempo: si lavorava con fax e telefono, non mail. Quindi prestampare un contratto, avere qualche autorizzazione per la macchina, trasferire i dati della patente e del passaporto erano cose che venivano organizzate da un altro ufficio; io però sono corsa dalla mia capa, spiegando che avevamo per il giorno dopo la prenotazione di Mr. Chuck Berry.

-E chi è? – fu l’illuminata risposta. (vedi voce: massa di buzzurri musicalmente incolti). -E’ un … musicista, una famosa rockstar. Molto famosa. Importante.

-Mai sentito.

-Mmmh… eeh già. Senti ecco, mi chiedevo, potrei fermarmi io e organizzare tutto, non mi importa di fare qualche ora extra. Sistemo tutto bene, gli preparo il contratto. Paolino può venire anche lui, portare la macchina, e insomma, ecco, lo gestiamo noi. Solo per questa volta.

-Ma queste cose le deve fare l’ufficio delivery, è lì apposta. Certo però… è famoso, dici?

-Oh, sìsì. Famoso famoso. Molto famoso. – Improvvisamente l’illuminazione: Sai quel film, Pulp Fiction? quando John Travolta balla con Uma Thurman? E’ una canzone di Chuck Berry.

-Ah sì. Non mi è piaciuto. (COS…WHA…AAA?). Bè senti, se è famoso, è meglio se ce ne occupiamo noi. Preparate tutto tu e Paolo e ve la vedete voi.

Così torno in ufficio e spiego a Paolo che penso sia proprio QUEL Chuck Berry, non un simpatico omonimo, e il giorno dopo interagiremo indisturbati con uno dei fondatori del rock’n’roll. Ero così felice che pensavo sinceramente che sarei svenuta, all’incontro, come nelle migliori tradizioni da groupie deficiente. Ma non mi importava: tutto il rock’n’roll anni ’50 per me era un mito, e veneravo i suoi artisti. Avevo speso intere paghette da ragazzina per comprarmi i loro dischi, inizialmente per capire, perchè Bruce faceva delle loro cover e volevo imparare quella musica. E poi, col tempo, perchè mi piaceva da morire, quella musica. Eddai. Ma che ritmo era? Erano già passati trent’anni dai loro primi exploit, nel momento in cui cominciavo a comprarne i dischi: eppure dopo qualche canzone io già non ci capivo più un cazzo, dovevo spararla a manetta e muovermi. Passavo interi pomeriggi a registrare cassette con Bobby e a ballare in cameretta come una scema; bè, come una qualsiasi scema ragazzetta che abbia messo le mani su un disco di rock’n’roll puro: non se ne esce vive. Questo trallaltro va a tutti quei coglioni che Eh ma tu ascolti Springsteen, cosa vuoi capirne di musica. Eh sì, è stata proprio una formazione pessima, crescere coi suoi consigli, partendo da qui. PESSIMA.

Quella sera sono andata a casa in fibrillazione, cominciando ad aprire cassetti e a rovistare tra pile di riviste musicali e libri, per cercare qualcosa di degno da fargli autografare. Vivevo nel mio monolocale a Milano, e la collezione di vinili era tutta a Voghera, a casa dei miei. Lì probabilmente avrei trovato qualcosa di significativo, ma a Milano avevo solo cd, e nessuno di rock’n’roll anni ’50. Alla fine mi decisi per il numero di Backstreets che aveva sul retro di copertina una foto di Bruce e Chuck Berry a Cleveland alla Hall of Fame. Ora rimaneva da vedere se Mr. Berry avrebbe voluto, per caso, degnarsi di firmarmela. Il suo carattere stronzo era noto, e da regolamento aziendale non avrei dovuto infastidirlo: ma poichè aveva scelto questo sistema poco ortodosso di muoversi, scendendo in mezzo ai mortali, un tentativo volevo farlo. Non avrei insistito e non volevo essere invadente: ma volevo provarci, sempre se fossi riuscita a rimanere in piedi.

Il giorno dopo, mentre il momento si avvicinava, soffrivo come un cane: avevo la nausea e il mal di stomaco, straparlavo, mi ero rovesciata addosso il caffè e mi sentivo le vampate, un evidente caso di menopausa precoce su soggetto ventisettenne. Avrei voluto essere più carina e sexy, sentivo che mi avrebbe rifiutato e magari pure fatto una sfuriata. Paolino era più composto, e molto razionalmente aveva pure evitato di portare una sua chitarra da far autografare; c’aveva pensato, ma non gli pareva probabile, come possibilità. I nostri colleghi ci guardavano come se fossimo due alieni, due sfigati cronici disagiati (che lo poi lo fossimo, per certi versi, al momento è irrilevante).

Comunque, se Dio vuole, finalmente arriva il momento: siamo al Gate, documenti pronti, macchina scintillante. Con noi attende un galoppino inviato dal produttore del concerto, un pre-hipster con look curato da TRL che sentiamo già di odiare profondamente. Si aprono le porte, ed escono un signore con un carrello pieno di bagagli, una gnocca paurosa e Chuck Berry, con il berretto da capitano, una camicia che avrebbe fatto l’invidia di Huggy Bear e un anellazzo di diamanti da ottanta carati, che mi chiedo vagamente se devo baciare con genuflessione. Il galoppino saluta, presenta, organizza, apre il bagagliaio e dice: “Aiutiamo il signor Berry a caricare i bagagli”. Aiutiamo, in questa rara accezione, vuol dire che Paolino carica mentre Mr. Berry se ne strafotte e aiuta la stragnocca ad accomodarsi in macchina, poi si rivolge a me che gli faccio firmare i documenti anche se al momento nonostante quindici anni di pratica l’inglese mi sfugge come se fosse swahili, e il galoppino spolvera con un fazzoletto il cruscotto. Gli consegno tutto, e poi mi butto: Se per favore non è troppo disturbo, Mr. Berry, considererebbe mica nella sua infinita magnanimità di farmi un autografo? Lui sta leggendo il contratto, si volta e mi guarda un momento, mi guarda davvero, intendo: E in quel momento lo vedo anche io, è Chuck Berry, è il 1997, sono quarant’anni che fa rock’n’roll: è l’artista e ha davanti una delle solite ragazzette pazze per la sua musica. Sorride un poco, e mi dice Ok, ma solo a te. Così gli porgo la rivista, spiegandogli che l’ho scelta perchè era l’unica foto grande che avessi di lui al momento, ma che a casa avevo anche i suoi dischi, non dubitasse. Lui tira fuori un pennarello argentato, firma disegnando anche uno smile, mette la data siglando l’anno con 1999 (molto bene), si tocca il cappello e si volta per entrare in macchina. Provo a chiedergli se la infinita magnanimità si potesse mica estendere anche a Paolino, che ha appena finito di caricargli la macchina… Lui si rivolta e mi dice No cara, ho detto solo a te. Poi entra in macchina e se ne vanno. Paolino fuma esclamando: E volevo pure portargli la chitarra! stronzo!

Questa, certo, è solo una piccola storia, ininfluente, fra le decine e centinaia e migliaia di questo giorno di ricordi di un grande artista che ci ha regalato un cambiamento epocale nella musica. E’ poca cosa, questo racconto, lo so. Ma per me è sempre stato così, non un’eredità milionaria improvvisa, non Benedict Cumberbatch che mi limona duro (vabbè ok, forse sì, un pochino, pensandoci), non un metabolismo benedetto che mi fa rimanere una taglia 42 con una dieta a base di pizza e cassate siciliane: il vero tasso di aspirazione nella mia vita sono sempre stati i momenti rockenrolli. E il signor Chuck Berry è stato grandiosamente in questi momenti per tanto tempo della mia vita, e persino con un piccolo ricordo personale, per questo per me tanto importante.

“C’est la vie”, say the old folks,
it goes to show you never can tell”.