I miei libri del 2016 #Lista #Libri

Mi piacerebbe stupirvi per il post di fine anno con una sfolgorante maturità di stile e di prosa, ma la realtà è che mi è difficile fare i consuntivi perchè non sono tanto capace di parlare in tre righe di un libro. Userò aggettivi random e spernacchianti spigolature (ma magari!). Tra le mie letture di quest’anno ne ho estrapolate 15 di vario genere, tutte dalle 4 stelle verso l’infinito e oltre.

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Ps. Quando scrivo nella recensione “miglior libro dell’anno” intendo ovviamente del mio anno di letture, non del 2016 tout court e rien ne va plus.

  1. The Power of the dog – Don Winslow Ma che si può dire di un libro così? Winslow lascia nella polvere qualsiasi scrittore gli stesse alla pari (salviamo Ellroy) e produce un capolavoro, un’epica epopea della droga in America (inteso come continente, non solo USA). Tutto finisce nel sangue. Se non l’avete ancora letto, Gesù piange.
  2. Alex – Pierre Lemaitre Miglior thriller dell’anno, e autore rivelazione per me. Ero stanca dei soliti gialli asfittici e mal scritti, questo è adrenalico, trama imprevedibile, personaggi vivi e scrittura buona. Consigliatissima la serie, è il secondo di una trilogia, meglio iniziare dal primo perchè qui ci sono spoiler.
  3. Joyland – Stephen King Il miglior Stephen King dell’anno. Il Re può raccontare storie di nostalgia come nessun altro, e qui lo fa benissimo. E inventa anche un linguaggio, per strada. Consigliato anche a chi rifugge l’horror, è molto delicato e godibile. “You think Okay, I get it, I’m prepared for the worst, but you hold out that small hope, see, and that’s what fucks you up. That’s what kills you.”
  4. East of Eden – John Steinbeck Questa è la quinta o sesta rilettura, per me. E’ tutto. Non metto libro dell’anno solo perchè è il libro di una vita, è fuori concorso. Timshel.
  5. Olive Kitteridge – Elizabeth Strout Grande scrittura, così perfetta che quasi non la noti. Quasi. Grande romanzo. Olive vive dolorosamente, con rabbia, e imprescindibile onestà.  “Well, widow-comforter, how is she?” – Olive spoke in the dark from the bed.“Struggling” – he said.“-Who isn’t.”
  6. Poesie Rabindranath Tagore Nel mio viaggio intorno al mondo, mi sono fermata più volte da Tagore, poeta indiano premio Nobel nel 1913. “La luce della tua musica illumina tutto il mondo”.
  7. Ho paura torero – Pedro Lemebel Breve storia colorata e lieve di un amore non corrisposto tra un travestito che invecchia e un giovane radicale nel Cile di Pinochet che si avvia al decadimento. Scrittura ricca, poetica, particolare.
  8. Maximum City – Bombay lost & found – Suketu Mehta miglior resoconto giornalistico. Non è un libro perfetto ma il racconto che ne esce di Bombay città lo è: sporca, zozza, lasciva, vecchia, moderna, crudele, appassionata, fatalista. E’ una fatica finirlo ma lo sguardo che se ne ricava sulla metropoli è impagabile.
  9. I fratelli Ashkenazi – Israel J. Singer Romanzo storico e sociale, potente saga familiare che affronta l’ascesa verso il capitalismo di una famiglia di ebrei ultra ortodossi nella Polonia di fine Ottocento. “Sappi di dove vieni, da una goccia puzzolente. Sappi dove vai, in un verminaio.”
  10. In cold blood – Truman Capote Scrittura perfetta, che evoca incredibile empatia sia per le vittime che per i carnefici. Narrazione che trascende le vicende di cui narra, per portarci nella natura della violenza umana. “I thought that Mr. Clutter was a very nice gentleman. I thought so right up to the moment that I cut his throat.”  
  11. The Passage – Justin Cronin Miglior libro di avventura dell’anno, per me. Mega romanzo apocalittico che mischia vari generi, scrittura adrenalinica, trama tutto sommato non scontata. E’ il classico libro nel quale si applicano i principi della dinamica, sono 800 pagine di tomo ma parte così a razzo che poi il momento ti trascina per tutto il romanzo anche nelle rare parti meno riuscite. “What strange places our lives can carry us to, what dark passages.”  
  12. The Goldfinch – Donna Tartt Scritto meravigliosamente, lunghissimo, a tratti pare collassare sotto il proprio peso. Ma rimane una grande, bellissima lettera di amore sull’arte e sull’importanza che questa ha nelle umane vicende. Gli uomini creano l’arte, ed è l’arte a renderci divini. “We have art in order not to die from the truth.”  
  13. Just Kids – Patti Smith Una relazione giovane, onesta, appassionata tra due ragazzi nell’epica New York degli anni 70, artisti in divenire before the fame. Metà bohème, metà punk rock. Bellissimo, poetico, nostalgico, innocente e pulito nonostante si parli di sesso, droga e rock’n’roll.  “So my last image was as the first. A sleeping youth cloaked in light, who opened his eyes with a smile of recognition for someone who had never been really a stranger.”  
  14. The Brooklyn Follies – Paul Auster Romanzo intelligente, appassionato, coinvolgente, esuberante, un inno alle glorie e al mistero delle umane vicende, al potere della letteratura, alla vita e alle aspirazioni di ogni uomo comune. “One should never underestimate the power of books”.
  15. Plainsong – Kent Haruf  Chiudo con quello che per me è il libro dell’anno, parlando di prima lettura. Toccante romanzo corale, esistenze tribolate, caratteri tenaci nelle grandi pianure a est di Denver. Vite e visioni di vita che trascendono le condizioni tristi, le difficoltà, i tradimenti e le crudeltà degli uomini, perchè si può sempre rimanere umani, nonostante tutto. Mi è piaciuto perchè in un anno per me difficile mi ha dato speranza, e a volte basta questo.
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Narcopolis – Jeet Thayil #Narcopolis

Leggere il mondo: India

“Per ogni felicità esiste un’infelicità uguale e contraria”.

narcopolis

Altro tassello della mia pila (un pilone ormai) di libri per capire poco poco niende niende l’India, Narcopolis è un romanzo contemporaneo, del 2012, ma è ambientato per molta parte negli anni 70. Il racconto non è lineare, una rete di piccole storie e vignette, di diversi personaggi e narrazioni, tutte incentrate sui vari tipi di droghe che durante gli anni subentrano nel mercato (l’oppio, l’eroina, e poi le sostanze chimiche) e sugli effetti che hanno su chi ne fa uso. La collocazione è a Bombay, in Shuklaji Street, che giace nel cuore del distretto a luci rosse di Kamathipura, dove uno dei protagonisti, Rashid, possiede una fumeria di oppio. Qui la sua e le storie degli altri protagonisti (un oppiomane, una bellissima prostituta eunuco, due spacciatori e un pittore/poeta laido e degenerato) si intrecciano, si alternano, procedono avanti e indietro nel tempo a volte spaziando in altre realtà.

E’ il classico libro in cui devi seguire l’onda lasciandoti andare senza pretendere di capire ogni cosa, o non assimilerai niente e il nervoso ti farà scagliare il libro da qualche parte. Qualche critico lo ha paragonato a Junkie di Burroughs, e se qualitativamente si possono avere delle riserve sul comparare i due scrittori, di sicuro sul tema e nel modo di svolgerlo ci sono similitudini. La narrazione può essere disturbante, non solo per lo stile ma anche per i temi trattati, molta violenza, abusi sessuali, corruzione, morte. In realtà però gli argomenti sviluppati in questo romanzo sono davvero molteplici, il dolore, la povertà, l’arte e la religione, la poesia e la reincarnazione, il sesso e l’astinenza. E poi ancora l’identità di genere e la scoperta di sè, il libero arbitrio e i sogni allucinatori di chi si droga.

Ho fatto fatica all’inizio e più o meno per le prime cento pagine ho arrancato faticosamente pensando di abbandonare, troppo confusa la narrazione, troppo stream of consciousness sotto effetto di stupefacenti per seguire senza mal di testa. Poi l’ho ripreso e deve essermi nel frattempo scattato in testa il relè che me lo ha fatto accettare come ritmo e narrazione e me lo sono finito in fretta e con molto piacere. Quindi se pensate che possano interessarvi stile o tematiche tenete duro, non è per tutti ma l’ho trovato un bel libro davvero.

Shantaram – Gregory David Roberts #Shantaram #libribrutti

shantaram

Ci sono libri che riscuotono oceani di consensi, lettori che si strappano le vesti e gridano al miracolo, scrittori gggiovani e alessie marcuzzie che fanno a gara per parlare del fortunato autore. Sono quei libri che o li ami o li detesti, non c’è via di mezzo. Nel mio posto dell’anima (de li mejo) andiamo a indovinare dove mi si piazza il gregory david roberts con la sua opra.

Shantaram è un malloppone di 1000 pagine circa, un uber mega best seller del 2003 che è piaciuto a tutti, di cui si sono contesi a schiaffoni i diritti Johnny Depp e Russell Crowe, che narra le avventure di un galeotto, condannato per una serie di rapine a mano armata e narcotraffico, che evade dalla prigione australiana in cui è detenuto, e arriva a Bombay nei primi anni ’80. Qui si immerge nella malavita locale, apre una specie di clinica gratuita negli slums per i poveracci pur non essendo un dottore nè avendo mai studiato medicina (vabbè dai che sarà mai), diventa il figlioccio bello di un signore mafioso, e generalmente con la sua stupendezza e intelligenza passa di avventura in avventura per 10 anni (il protagonista, avrete intuito, è di rara antipatia, narra in prima persona, è superconvinto e se la tirella).

L’autore ha fatto la sua fortuna spacciando il malloppone come il romanzo della sua vita, anche se varie persone coinvolte hanno più volte dichiarato che metà delle cose raccontate non sono accadute, o sono successe ad altri, o non è proprio andata così e comunque chissenefrega.

Ora, tutto questo a me importa relativamente. Leggo perchè mi piace, e se la storia è avvincente e scritta bene, non mi interessa se l’autore è un minchionazzo o si ddddhroga o arriva sempre in ritardo agli appuntamenti o vota trump. A me interessano due cose: prima di tutto, se scrivi un libro di 1.000 pagine, e non sei Stephen King o Victor Hugo o Tolstoj, la storia deve scorrere come una littorina ai tempi del mascellone, non avere tempi morti, poche riflessioni se non sai scrivere, e poche -MA POCHE- ciance. E seconda cosa, se scrivi un malloppone di 1.000 pagine e non sei King o Hugo o Tolstoj, sei proprio sicuro, ma sicuro sicuro sicuro, che servano tutte e mille, ste pagine? c’hai pensato bene? no perchè. Sicuro?

Ecco.

Shantaram è innanzitutto -purtroppo- un libro lunghissimo, e si sente. E’ un’opera prima, e in fondo si possono perdonare tante cose, ma quello che è davvero grave è che un editor abbia permesso di spalmare questa totale evanescenza per mille pagine. Dovrebbe essere in primis un romanzo di avventura, un feuilletton mega fantastico di rocambolesche cose che capitano a Bombay, una roba che scorre come un fiume in piena travolgendoti, e invece per la maggior parte è un fiumiciattolo lentissimo di riflessioni new age e cattiva scrittura che ti tirano fuori dalla storia, e ciò a me irrita e mi fa venire il nervoso e non ci siamo. La cosa peggiore del libro, comunque, sono le perle di filosofia spiccia che l’autore sente di doverci proporre a mazzi in ogni capitolo, ma la banalità di quello che riesce a tirar fuori, signora mia, non ve lo potete immaginare. Ci sono poi degli stereotipi nei personaggi (tutte le donne sono uber gnocche, c’hanno tutte l’occhio tenebroso e il passato arcano e parlano solo per frasi a effetto, e poi misteriosissime che però lui le guarda due minuti e le ha già inquadrate e TAAAAC snocciolamento di banalità filosofica), l’India è piena di poveri miserrimi però puliti e integri e generosi e quindi vi faccio un paio di pretenziose riflessioni di vita anche su ciò, i mafiosi sono delinquenti occhei ma però ci hanno un loro codice morale e chi siamo noi per giudicare e quindi vi ammollo due tre frasi filosofiche che ho giustappunto appena partorito che un saggio eremita tibetano mi spiccia casa, a me.

In tutta questa abissale sofferenza scrittoria, devo però dire onestamente che ci sono anche momenti davvero evocativi, che sono poi quelli che ti spingono a resistere per tutta la mappazza. Innanzitutto Roberts ci porta piano piano (pure troppo, vabbè) alla scoperta delle sue varie Indie: prima quella degli occidentali che si trasferiscono per fare fortuna e i loro intrighi, maneggi, perversioni; poi, grazie al suo amico indiano, Prabaker, un grande personaggio, si entra nella vera India, quella dei locali che ci nascono e vivono, e infine si sprofonda nell’India più misera, quella degli slums e delle baraccopoli di Bombay. E’ qui che il protagonista diventa indiano scrollandosi di dosso l’Occidente, vivendo alla pari coi miserabili e i reietti, condividendone la miseria, le difficoltà ma anche la gioia, la comunione, la vera generosità di chi pur non avendo niente, sceglie di condividere il poco che può. C’è anche tutta una parte di redenzione umana nel momento in cui il nostro va a vivere in campagna per qualche settimana, dove scopre il semplice piacere di esistere lavorando la terra e capisce che il duro lavoro e i semi che germogliano sono tutto ciò che possiedi e nulla può aiutarti ad affrontare la fame e la paura del male se non la gioia silenziosa che Dio infonde nelle cose che sbocciano e crescono perchè Lui vede e provvede. Insomma zappa la terra e sii sereno. Ha un suo perchè. Ok, si poteva rendere in meno di novantaduemilatrecentosei parole, ma va bene.

Qui comunque siamo solo tipo a pagina 192. Ne mancano uno sbirillione. E nulla ci verrà risparmiato in un enorme miscuglio di mattanze, torture, brutta scrittura, vero ammòre, sprazzi di filosofia à la Cosmopolitan, turpiloquio, azioni eroiche, autocompiacimento, agnizioni, e un altro cinquecentenaio di gran pezzi di riflessioni.

Una sola cosa traspare onestamente, ed è l’assoluto amore che Roberts ha per l’India, ne è totalmente affascinato, e questa cosa essendo vera splende di vita propria, ti aggancia e ti fa innamorare a tua volta. Riesce anche, in alcuni punti, a farti riflettere su quello che è il tuo posto, come occidentale ma anche come essere umano, rispetto a una cultura e a un modo di vivere così lontani dai tuoi da risultare addirittura alieni, se non proprio ostili. C’è qualcosa nel modo in cui accetta senza troppi pregiudizi quel mondo, la gente, la lingua, il cibo, le usanze, un certo lasciarsi andare perchè il senso dell’essere in un altro mondo non è resistere ma provare ad accettarlo, per essere a propria volta accettati, che è davvero toccante.

Però comunque rimane che non è legale far soffrire così laggente per mille pagine e quindi Roberts te avrai capito tutto dell’India e della crescita personale e soprattutto di come fare a vendere libri e perciò tanto di cappello però ti auguro una settimana di mal di panza e pantaloncini sudati sotto il sedere così andiamo in pari, e già so che stai pubblicando il seguito di Shantaram perchè mica sei scemo, però sistemalo un poco meglio, dai. Peggio non è che puoi fare, anche impegnandoti, penso.

Suketu Mehta- Maximum City: Bombay Lost and Found #LeggereilMondo #India

Leggere il Mondo: IndiaMaximum-City

Questo è un libro che mi ha preso un po’ a corrente alternata, è partito benissimo, poi nella parte centrale si è ammosciato e ci siamo trascinati insieme in un ballo strascicato di tre mesi, e infine mi è risorto con passione per tutta l’ultima sezione. E’ stato finalista al Pulitzer e ha vinto vari premi, su tutti il Kiriyama Prize, che viene attribuito a libri che promuovono una migliore conoscenza delle nazioni e dei popoli che vivono lungo il Pacific Rim e il Sud Est Asiatico. Suketu Mehta è un indiano trasferitosi in giovanissima età con la famiglia in America dove è cresciuto, si è laureato e si è sposato. Nel 1998, vent’anni dopo aver lasciato Bombay, ci ritorna per due anni e mezzo per scrivere questo libro, che è di base un dettagliato reportage sulla città più incasinata del mondo, un coacervo allucinante di umanità e mostruose disparità individuali e collettive.

Come servizio giornalistico, è un’opera grandiosa, dettagliata, lunghissima (quasi seicento pagine), diviso in tre sezioni, il Potere (la politica, la criminalità e la polizia), il Piacere (i dance bars e le ballerine, le zone a luci rosse e Bollywood) e infine Passaggi (storie del passato a scuola, di transizione di migranti dagli slums ai quartieri medio bene, di un poeta che vive sui marciapiedi di Bombay e di una famiglia che decide di aderire al culto dei monaci Jain, che rifiutano qualsiasi forma di violenza (del tipo che nella stagione dei monsoni vivono reclusi per quattro mesi perchè se dovessero inavvertitamente mettere un piede in una pozza d’acqua potrebbero uccidere non solo minuscoli organismi acquatici ma anche l’unità dell’acqua) per aderire a una forma di vita ascetica e di meditazione abbandonando famiglia e averi.

Per ogni sezione, Mehta presenta i problemi quotidiani della gente che vive in quella parte di Bombay che sta descrivendo; tramite l’intricatissima rete indiana di contatti e favori concessi da parenti e amici, riesce a parlare con politici, sceneggiatori di Bollywood, esponenti della malavita e ballerine delle zone a luci rosse, frequentando le loro case, mangiando e spesso vivendo con loro per qualche tempo, e ne descrive le storie, umanizzandoli, dando la loro prospettiva di quel mondo, senza filtri se non l’accorgimento di usare pseudonimi.

Indubbiamente a me occidentale che ha una vaghissima idea di come possa essere davvero la vita a Bombay, ha dato per molti versi uno spaccato di quella città unico e irrinunciabile.

Per esempio quando parla di certi piccoli baretti e chioschi dove andare a cercare il miglior cibo della città, della necessità di sciorinare bustarelle a destra e a manca per superare qualsiasi inconveniente, di una stella del cinema che alla finestra si fissa una ghirlanda di gelsomino tra i capelli, dei turisti occidentali con i loro drink nei bar di lusso. Quando descrive l’orrore dei bagni pubblici (ci sono file quotidiane, infinite, perenni per i cessi comunitari, e due minuti dopo che sei finalmente entrato nella latrina perchè è arrivato il tuo turno la gente comincia a battere sulla porta, battono per tutto il tempo che ci impieghi, cinquanta persone che bussano alla tua porta mentre sei seduto sul cesso) e dell’acqua corrente che trasporta particelle di escrementi negli slums ma anche nei quartieri medio bassi, la puzza di pesce messo a seccare all’aperto su palafitte, l’inevitabile incessante contatto con milioni di altri corpi sudaticci e umidi, l’aria inquinata e l’onnipresente frastuono, la notte che solleva milioni di zanzare dalle paludi malariche. Bombay è un mostruoso agglomerato urbano di più di diciotto milioni di persone; in certi quartieri, più di un milione di gente vive nella superficie di un miglio quadrato, lottando per ogni centimetro di spazio. Con così tante persone a contendendersi qualsiasi servizio, è inevitabile che la corruzione dilaghi in ogni settore dal pubblico al privato del cittadino, chi può pagare arriva prima ad ottenere qualcosa, e gli altri si arrangiano.

L’autore intervista un capo della polizia che orgogliosissimo gli spiega come statisticamente Bombay sia una città con relativa poca criminalità per le sue dimensioni (ovviamente escludendo i crimini legati alla mafia locale, che vengono trattati a parte nella statistica), e di come sia basso il tasso di casi irrisolti. Questo perchè la polizia ha il campo libero per picchiare e torturare i sospetti fino ad ottenere complete confessioni; ma non c’è altro modo, spiega il poliziotto convinto, sinceramente fiero del proprio lavoro. I gangster hanno un sistema giudiziario proprio che scorre parallelo a quello ufficiale, di cui ogni cittadino è a conoscenza, un sistema che prevede punizioni immediate ed esemplari e che per primi i giudici del locale tribunale riconoscono.

Di fronte agli uffici postali vivono gruppi di scrivani, che scrivono lettere per conto di tutti gli analfabeti arrivati in città che necessitano comunicare con casa, confezionano i pacchi per i forestieri, fungono da cassetta delle lettere per la gente che vive sui marciapiedi, compilano moduli e vaglia postali per chi sa un po’ scrivere ma è incapace di districarsi nella burocrazia cittadina. Scrivono lettere anche per conto delle prostitute, che mandano soldi e notizie a casa: Fate sposare mia sorella, vi manderò ancora soldi per la dote; vostra figlia se la cava bene con il lavoro in città; per favore mandate a scuola mio fratello.

A Bombay si fa sempre la fila: per votare, per avere una casa, per avere un lavoro, per prenotare un treno, per fare una telefonata, per andare al lavatoio pubblico. E quando finalmente arrivi in testa alla fila, ti viene sempre e comunque fatto notare che stai facendo perdere tempo a centinaia, migliaia, milioni di persone alle tue spalle, forza, forza, devi sbrigarti.

Ci sono pagine di incredibile dolcezza che raccontano la vita nelle baraccopoli. Noi occidentali tendiamo a considerare gli slums come escrescenze sui corpi dei quartieri bene, milioni di poveracci che vivono in perpetua miseria. Ma queste persone creano da ambienti orribilmente inospitali delle comunità, che vivono e si supportano tutte insieme: le donne vanno a riempire i secchi alla pompa dell’acqua e chiacchierano, i bambini possono entrare in qualsiasi baracca e se hanno fame gli viene sempre dato qualcosa, in ogni stanza -dove pure vivono già cinque o sei persone- c’è un viavai continuo, chi è arrivato prima si sposta sulla branda per accomodare i nuovi arrivati, tutti vengono sempre invitati a restare per pranzo ma tutti sanno di dover rifiutare; e se diciamo ai vicini che dobbiamo andare all’ospedale tutti escono a esprimere solidarietà e a rassicurarti che pregheranno per te.

Ci sono famiglie che lavorano tutta la vita vivendo in una baracca con il pavimento sterrato e per tetto una lamiera o un telo cerato, come arredo uno sgabello e due sedie, la Tv e qualche scaffale, dove nessuno ha mai avuto un letto nè ha mai dormito da solo nella propria vita spesa in quell’unica stanza dove si mangia, si riposa e si vive insieme a tutto il resto della famiglia. Non esistono individualità, chiunque dei figli lavori dà tutto lo stipendo in casa, e a volte dopo anni di risparmi e sacrifici si riesce a comprare un bilocale in un condominio delle case popolari, uscendo dagli slums. E si esce tutti insieme ovviamente, l’intera famiglia. E’ il motivo per cui si viene dalla vita relativamente facile -pur se poverissima- del villaggio a Bombay, per cui si accetta di vivere con i propri figli in condizioni penose magari per tutta la vita: perchè un giorno, come a volte accade, il figlio maggiore possa comprare due stanze in un condominio, e anni più tardi il più giovane possa spingersi ad andare a vivere in America. Il disagio è un investimento. Si sacrifica la comodità individuale per il progresso della famiglia, che avanza tutta insieme, nessuno viene lasciato indietro, non i genitori anziani, non le sorelle nubili, a volte neanche i cugini che possano necessitare aiuto. Una volta arrivati a un determinato grado di ragionevole successo, si pensa a chi nella famiglia è da solo e deve pensare alla madre e a tre sorelle, gli si cerca un lavoro. Spesso non si misura il successo contando i completi di Armani che si possono comprare o la nuova Mercedes, ma grazie all’opportunità di aiutare chi è rimasto indietro.

Tutta la parte che ho descritto è davvero interessante; poi come dicevo, ho trovato la sezione centrale molto lunga e prolissa, troppi aneddoti, troppi personaggi e nessuno degno di nota, troppe storie simili. Sicuramente il cuore dello scrittore è nell’argomento trattato e nell’amore per la propria città natìa, ma l’esecuzione va a momenti.

Concludendo, un libro corposo, non sempre ben scritto, troppo lungo. Comunque un reportage fantastico, Bombay ne esce protagonista assoluta e vivida, sporca, zozza, violenta, tanto difficile che solo un nativo può arrivare ad amare davvero, così viva, pulsante di vita e possibilità, e così triste, piena di disperazione, ignoranza, odio e razzismo.

Se siete interessati alla cultura indiana odierna è sicuramente un libro utile e interessante, pur se a tratti noioso. Io l’ho letto in inglese ma è pubblicato anche in italiano.

Le dodici domande – Vikas Swarup #TheMillionaire #VikasSwarup #Biblioviaggio #India

Leggere il Mondo: India

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E’ il libro da cui hanno tratto il pluripremiato film Slumdog Millionaire di Danny Boyle, che forse non meritava tutti quegli Oscar ma che è comunque un buon film. E il libro, per una volta, non è che sia necessariamente meglio del film, anzi. Strano eh? eh lo so.

Narra la storia in prima persona di un ragazzo poverissimo, un paria di Mumbay che ha finito a malapena le scuole elementari e poi per il resto della sua vita di diciottenne perennemente affamato non ha fatto altro che rubacchiare, lavorare quando poteva, sopravvivere con qualsiasi espediente possibile in quell’India moderna dove il passato è dietro ogni angolo di strada, il profumo dell’incenso si mescola al lezzo delle fogne all’aperto e i colori dei sari contrastano con il fango delle baraccopoli. E’ un barbone ignorante, Ram Mohammad Thomas, eppure partecipa al quiz televisivo più famoso del mondo e risponde correttamente a tutte e dodici le domande, vincendo la fantasmagorica cifra di un miliardo di rupie. Com’è possibile? Per i produttori, infatti, non è possibile: deve evidentemente aver barato. Quindi incaricano un poliziotto di corcarlo di mazzate fino ad ottenere la confessione dell’imbroglio; quello che invece racconterà il giovane protagonista sarà la storia della sua breve vita, relativamente a quelle dodici domande: dodici ricordi, dodici pezzi di vita, dodici storie che per un caso assurdo e fortunato sono anche legate alle famose dodici risposte esatte. Perchè in fondo, come dice lo stesso Ram, non devi sapere tutte le risposte a tutte le domande, per vincere: devi solo sapere quelle dodici risposte precise, e nient’altro.

La storia si dipana molto velocemente, è gradevole e genera una certa curiosità per come è strutturata: dodici racconti, uno per ogni domanda del quiz, che viene posta alla fine del capitolo. Quindi Ram racconta una storia, alla fine della quale veniamo a sapere quale fosse la domanda che gli hanno posto, e capiamo come sia possibile che l’abbia azzeccata. I personaggi positivi sono irresistibili; e quelli negativi, bè, sono davvero delle merde.

Due sono i difetti principali, per me: primo, necessariamente le storie non sono in ordine cronologico, non sarebbe possibile e non avrebbe senso: lui racconta solo un momento della sua vita che corrisponde a una domanda, questo però genera un certo saltabeccare avanti e indietro nel tempo che non è sempre agevole da seguire.

E il secondo, è la fine, veramente inverosimile, o forse spiegabile solo con un epilogo alla Bollywood: le ultime due domande sono un coacervo di agnizioni, rivelazioni, riunioni, piagnistei, amore, vendetta e preghiere. Manca solo la cantatina con il protagonista e la sua bella che dalle prigioni arrivano improvvisamente in America e cominciano a ballare con centinaia di comparse.

Nonostante questo rimane un libro che mi è piaciuto leggere; ci sono passaggi di grande umanità, realtà di povere vite che a noi parrebbero insopportabili, solitudine, miseria, fame, il non avere un futuro, tutto tollerato perchè si deve, perchè non si può fare altro, perchè domani in qualche modo si troverà un pasto caldo. E anche un certo senso di ineluttabile rassegnazione alla propria miserabile vita perchè chi chiede di più finisce male, chi aspira a vivere meglio attira su di sè la sfortuna, perchè c’è una netta distinzione tra poveri e ricchi, e sarà sempre così.

Ma Ram ha il coraggio di pensare in grande sfidando l’ingiustizia del sistema, e ottiene persino un certo happy ending, perchè insomma questa è una favola indiana, e negli slums di Bombay è giusto avere un lieto fine ogni tanto.

World Peace

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Nel libro che sto leggendo, Maximum City, Bombay lost & found, c’è un capitolo dedicato alla guerra in atto tra musulmani e indù nei quartieri di Bombay. La parola guerra non è usata a caso, ci sono orrendi crimini in atto da anni dall’una e dall’altra parte: una famiglia indù bruciata viva dopo che gli assassini hanno chiuso a chiave dall’esterno la loro porta, e per rappresaglia musulmani presi per le strade e dati alle fiamme, fatti passare e spogliati uno per uno nel dubbio per vedere se erano o meno circoncisi. Odio che viene alimentato dalla propaganda, dai giornali, dal governo, rabbia, desiderio di vederli fuori dal proprio Paese anche se pure gli altri ci sono nati, ma no, via, a casa, devono andarsene tutti in Pakistan. Ma succede solo a Bombay, non nelle campagne. Perchè? Perchè nei villaggi, la gente è sicura della propria fede, non ha bisogno di convincersi della propria devozione massacrando gli infedeli. Nei villaggi, se ci sono due famiglie musulmane, sarà il capovillaggio a prendersi cura di loro. Nei villaggi si vive a stretto contatto con i vicini, e tutti conoscono tutti. C’è pochissima mobilità, si deve trascorrere insieme tutta la vita, e non ci si possono permettere faide sanguinose. Quindi, se hai un vicino che è in teoria un tuo nemico, ci vivi insieme, punto. Impari ad accettarlo.
Maximum City – Suketu Mehta