Springsteen on Broadway #Springsteen #Broadway

“I come from a boardwalk town where almost everything is tinged with fraud.
And so am I. In case you haven’t figured that out yet.”
Incominciamo col dire che così, improvvisamente nel giro di tre frasi scarse, non siamo più in un teatro a Broadway.

Annunci

#BruceSpringsteen #Broadway #Ticketmaster

Conoscendo i miei polli, oggi decido di prendermi quelle sei/dodici ore per registrarmi alla mitica lottery che -se vinta- mi darà accesso a una possibilità (possibilità, non certezza, notate bene) di comprare con altri novantamila millioni di fan un biglietto per Broadway. Io e Ticketmaster USA ci frequentiamo esattamente dal 2000, concerti del Madison Square Garden, Reunion Tour. Già lì imparammo a volerci bene quando dopo una vendita perfettamente legittima mi annullarono due biglietti per due sere perchè la puttana epocale che rispondeva al call center non pensava davvero possibile che volessi vedermi sei concerti dello stesso cantante di fila, e quindi giustamente nonostante le mie mail di rassicurazione, telefonate, giuramenti e bestemmioni live from Milano and beyond niente, me li cancellò. 99 channels e gli schiaffoni che ti tiro se ti prendo. Da lì fu poi tutto un quasi ventennio di grandi successi ma soprattutto mortacci loro, ma in compenso da questa parte dell’oceano c’è Ticketone che è pure peggio quindi tutto bene.

Allora per accedervicisi, a questa cacchio di lottery, s’ha da registrarsi sul nuovo iper mega fotonico portale totale globbale di figosità di Ticketmaster che si chiama Verified Fan, un super top sito con filtroni opacizzanti uva uvb tvtb ddt xoxo tso anti spam – bagarino – hackers – acari della polvere e accattoni generici.

Il principio è molto semplice (*partono risate registrate in sottofondo): l’utente si iscrive usando la sua già esistente username con password di Ticketmaster, dona un rene, una cornea, tre litri di sangue, firma di immolare il primo figlio maschio a Belzebù, certifica di diventare cocainomane prima che sia finita la prevendita e voilà, sei dentro! ma che ci vuole, dai! Gli americani le sanno troppo fare, ste cose! che invidia provo per questo loro troppavantismo.

Dunque arrivo bella bella alla pugna, preparata e agile, PRIMA vado su Ticketmaster, faccio il login, verifico la mia password circa trentatrè volte, tutto bene, ACCEDO in scioltezza al VERIFIED FAN CEPPA SITE e con una certa arroganza mi loggo. Voglio dire, nella mia vita non vedrò le navi in fiamme a Orione o i draghi sopra Westeros ma insomma una cazzo di registrazione che ci vuole a farla? infatti mi esce subito una schermata rossa con la scritta Password o Username non valida, Tentativi rimanenti 4.

Un po’ meno agile e sciolta ma sempre molto molto confidente con mooooolta attenzione ritento, con le stesse identiche credenziali che mi sbeffeggiano nella scheda adiacente con il sito di Ticketmaster che se la ride, BUONGIORNISSIMO CAFFE’ LORENZA HOW ARE YOU? (muori): controllo i caps lock, per evitare problemi di digitazione copincollo le parole, invio, Password o Username non valida, Tentativi rimanenti 3.

Faccio logout da Ticketmaster, riaccedo, ricontrollo tutti i dati, vado sul VERIFIED DEVI MORIRE MALE FAN SITE, scrivo sillabando una lettera per volta a voce alta come i bambini seienni quando imparano a compitare e lettera per lettera mettendoci circa sessantacinque minuti inserisco nell’apposito agile campo Username e Password. Dai, due tentativi su tre ci può stare, sarò una gran distrattona, che vuoi farci. Do l’invio, passano ventisei anni, la pagina si impalla.

Quindi ora non so se sono entrata, se sono a due tentativi rimanenti, se Dio è morto e soprattutto se sarò sfigata (sì questo lo so, in effetti). Lascio partire una serie di volgarità irricevibili, picchio la testa contro il muro, desidero muorire. Ora, è chiaro che esistono milioni di persone al mondo che possono benissimo vivere senza un account Ticketmaster America valido e corrente, e che ci vuole. Persone libere, felici, serene nel loro mondo di ateismo ticketmasterico, sticazzi e yolo. Ma io non è di queste persone, io necessito di vedere Bruce in America spesso e con frequenza, se no poi sto male e non vivo felice, e trallaltro non vive felice nemmeno il CEO di Ticketmaster, al quale negli anni ho pagato il corrispettivo di due uova di Fabergè in commissioni.

Spengo tutto, vado in bagno a farmi venire una crisi isterica, decido che è un buon giorno per iniziare a fumare a 47 anni e mi chiedo esattamente perchè non sono mai diventata fan di qualche gruppo inutile postmoderno italiano, di quelli i cui fan se la tirellano perchè non sono famosi quindi sono fighi a prescindere. Ma no, dovevo non capire un cazzo di musica ed essere fan di Springsteen, ma porcaccia a me!

Torno al computer, riaccendo, TICKETMASTER VERIFIED CHE NON CE LA FARAI, decido di ricominciare tutto e clicco su Forgot Password? Storditella, non si dimenticano le password, ma tieni, ti abbiamo prontamente inviato una mail al tuo indirizzo. Inserisci le credenziali temporanee che ti abbiamo appena fornito nella mail in questa finestra, che ti ricordiamo di tenere aperta. Non faccio in tempo a finire di leggere la frase che la finestra si chiude autonomamente, lasciandomi a pormi domande sul senso della vita ma soprattutto in generale sulla necessità di introdurre un limite massimo a norma di legge sulla sfiga che un giorno può contenere, nella vita di persona. E che cazzo. Perchè io devo stare qui a soffrire come un bambino orfano di un manga giapponese e c’è gente là fuori che compra biglietti di vascoreggiando al centro commerciale e trovando pure ampio parcheggio all’ingresso? perchè? why? WHY?

Copincollo la password temporanea, e vado con uno strano senso di dejà-vu, inspiegabile, alla pagina TICKETMASTER VERIFIED MORIRAI GIOVANY FIN DA GIOVANY MA ORMAI PER TE E’ TARDI, incollo, prego Chtulhu, invoco la Madonna, i Santissimi e Catoblepa, do invio. Una musica celestiale si diffonde, un profumo di rose e caffè, una luce cristallina pian piano pervade lo schermo, una scritta amica mi sorride, LOGIN EFFETTUATO, solo altre poche pagine per completare la registrazione. Su “Altre poche pagine” tutto diventa nero e parte una canzone rap in sottofondo che invita alla sodomia e all’ultraviolenza, ma questa è un’altra storia. Per intanto, sono dentro. E come diceva Rossella, Domani è un altro giorno. Del cazzo!

Pierpaolo #amici #hertz

Oggi mi sono svegliata con la triste notizia che è morto uno dei miei più cari amici degli anni di gioventù, Pierpaolo, portato via da un brutto secondo infarto a neanche cinquant’anni. Pierpaolo è stato uno dei primi amici che ho avuto quando sono arrivata a vivere da sola a Milano a vent’anni, era un collega a Linate. Negli aeroporti c’è molto turn-over, e quell’anno siamo stati assunti tutti insieme nello stesso momento, un gruppo di cinque o sei sbarbini tra i venti e venticinque anni, tutti giovani, un po’ cretini, ancora digiuni delle bellezze del mondo lavorativo che poi avremmo scoperto più in là. Essendo soli in un ambiente nuovo e potenzialmente ostile, ci compattammo abbastanza in fretta; erano anni di uscite a bere dopo i turni serali, di chiacchierate infinite nei turni notturni, e di momenti insieme anche nel tempo libero: chi è turnista spesso vede per interi giorni di fila solo i colleghi che fanno gli stessi orari, e se ci si piace, è normale incontrarsi anche nei momenti di riposo prima di riprendere in fucina.

Pierpaolo mi piacque subito, era intelligente, arguto, coltissimo. Era laureato in Lettere, addirittura credo Antiche, una scelta che ironicamente descriveva di aver fatto con la piena consapevolezza della sua intrinseca inutilità pratica, ma amava troppo la letteratura per rinunciarvi. Quindi aveva trovato questo lavoro che nulla c’entrava con la sua personalità e i suoi studi, e lo aveva ovviamente accettato, però si aggrappava ai propri trascorsi di Università con pervicacia: era l’unico che diceva ai clienti “Mi metta una firma a piè pagina” o “Tenterò di porre rimedio a questo errore increscioso”, un giovanotto demodè che posava, d’accordo, ma ci credeva davvero all’importanza di parlare ed esprimersi bene. Lui e io legammo per tanti motivi, intanto perchè mi affascinava un uomo che sapeva parlare per ore di libri, ma soprattutto perchè era una persona davvero interessante. Rifuggiva il turismo di massa, ogni vacanza era un giro con amici con zainoni nel Nord Europa, ed era del tutto antimaterialista, per cui tutto ciò che possedeva, macchina, vestiti, accessori, era di seconda mano o di sottomarca, e se ne sbatteva altamente la fava se questo lo poneva in categorie di infrequentabilità presso certi ambienti milanesi più “in”.

Era alto, allampanato, con il vizio assurdo di torturarsi i capelli ficcandoci dentro le mani in momenti di grande stress, (“Si chiama Tricotillomania” informava garrulo quando gli facevi notare alla fine di una giornata da Bollino Nero per le partenze aeroportuali che si era creato in testa un fungo atomico a metà tra un corno di narvalo e le ciocche pendule dello spaventapasseri del mago di OZ -“è una condizione di reazione a momenti di disturbo emotivo, e oggi sono stato disturbato assai”), fumava come un turco, e condividevamo la necessità fisica di avere sempre un burro di cacao a portata di mano. Una volta in un turno serale ci confessammo i modi più assurdi ai quali avevamo ovviato in occasioni in cui ci era venuto a mancare l’indispendabile accessorio per il nostro quieto vivere, (crema nivea! olio di oliva! burro!). Beveva come un cosacco impunito, e mi introdusse a una serie di birrifici della zona di Pioltello-Linate-Melzo che aveva ispezionato negli anni per trovare le migliori produzioni; e sempre la scelta di un locale per la serata cinemabbirra o pizzabbirra aveva la seconda parte del binomio come sola costante imprescindibile: “No lì no che non hanno la Leffe, No per caritàdiddio là no che hanno solo la Heineken). Passammo un’estate a giocare a un torneo di Trivial Pursuit con un paio di amiche, lui ed io contendendoci a man bassa le domande di Letteratura (ma vinceva sempre lui) per fallire come dementi su quelle sportive o di moda. Era di destra, e avemmo serie discussioni politiche, consapevoli entrambi del fatto che si parlava per il confronto e per far capire all’altro la propria posizione, non per fargli cambiare idea. C’era rispetto, e affetto. Ricordo ancora che alla fine di una discussione un po’ indiavolata io gesticolando gli feci partire incidentalmente la sigaretta dalle dita, e atterrò su uno dei sedili della sua macchina, bruciandolo un poco. Dopo un momento attonito con cenere che volava dappertutto ci mettemmo a sghignazzare per dieci minuti, mentre lui confessava: “Avrò sempre amici di sinistra. I miei amici di destra sono bravi, liberali, e noiosi alla morte”.

Con tutte le sue fisse su storia e letteratura, e la sua aria da professore mancato, era anche, imprevedibilmente, un metallaro assurdamente convinto. Io a vent’anni non conoscevo quasi nessuno con cui parlare di Bruce, che comunque era in aspettativa tra figli, matrimonio, carriera senza E Street. Così presi per un po’ di anni la deriva metal, e andai con Pierpaolo a una serie varia di concerti, Helloween, Deep Purple, Iron Maiden, Dream Theater sono i primi che ricordo; ci divertivamo tantissimo, e mi sentivo assolutamente sempre sicura in mezzo a un pubblico che per reputazione e aspetto -quindi pregiudizialmente – poteva passare per pericoloso o minaccioso. Ma non successe mai niente, e imparai grazie a lui che i metallari si dividono in due gruppi, quelli che stanno sotto a pogare, e quelli che stanno dietro, con me e Pierpaolo, a osservare i ditini svelti velocissimi del chitarrista negli assoli. Comunque gli piaceva anche il rock classico, e insieme ci guardammo tanti grandi, da Clapton fino ai Led Zeppelin a Sonoria (vabbè, non erano gli Zeppelin ma comunque erano Jimmy Page & Robert Plant che suonavano le canzoni dei Led Zeppelin), una giornata assurda in un posto per concerti demmerda (novità), un diluvio universale tutto il giorno, noi bagnati come sfigati cronici tra il fango e la palta dei campi di via Novara chiedendoci il perchè di tanta sofferenza (ovviamente io ero all’inizio della mia carriera concertistica, pomeriggi così ora non li nominerei nemmanco). La cosa assurda era che gli Zeppelin (vabbè insomma loro) “aprivano” per i veri main guests, che erano i Cure. Perciò finiti i nostri beniamini noi ci guardammo in faccia e abbandonammo il campo (i Cure li ho poi rivisti, lo so che è stato scorretto, mi perdoneranno), corremmo a casa a cambiarci in vestiti asciutti, e poi via nella notte milanese ad ammazzarci di birra e focaccia genovese e a ricordare il concerto fino alle quattro di notte. Ricordo ancora che il giorno dopo in ufficio mezzo raffreddati e addormentati lui raccontava a un nostro collega che a un certo punto si era sentito in dovere di informare un ragazzino di nero vestito, evidentemente lì per la roba seria che sarebbe seguita poi, che quello che stavano facendo “Non sono “cover” degli Zeppelin, mio giovane amico. Sono due degli Zeppelin che fanno gli Zeppelin, vivaddio!”.

Pierpaolo è stato parte della mia vita per qualche anno, ed è stato una gran buona parte, di quella vita: siamo andati insieme a teatro e al cinema, a Gardaland e in libreria, a bere e a fare niente, in silenzio amichevole, in qualche notte milanese di birra gelata e zampironi ai piedi. Parlavamo molto, e ridevamo parecchio, e non lo dimenticherò mai.

Dopo quattro o cinque anni, ci allontanammo, principalmente perchè le nostre strade lavorative ci portarono per diverse vie; lui era molto ambizioso e in carriera, otteneva promozione su promozione, non faceva più i turni. Bruce era tornato, e io mi dedicavo principalmente al rock. Cambiavano le priorità di entrambi, anche il giro di amici era diverso, e poi si cominciava ad avere qualche relazione seria. Lavorammo comunque ancora insieme per vari anni, e poi Pierpaolo fu trasferito a Bergamo, e infine anche io me ne andai da Linate lasciando l’azienda, e da lì ci perdemmo di vista del tutto. Finchè vivevo a Milano, se capitava di ritorno da un concerto di atterrare a Bergamo, passavo nel suo ufficio per un saluto, e l’ultima volta che l’ho visto è stato proprio lì, nell’area fumatori per due chiacchiere.

Sono passati tanti anni, ma pensavo spesso a lui; lo cercavo qualche volta sui social, sapendo benissimo dentro di me che una persona come lui avrebbe schifato qualsiasi interazione virtuale vaga e frivola come un contatto Facebook. Ma lo cercavo lo stesso, perchè mi ricordavo di lui. Come tutti gli amici che hai amato da giovane, era entrato in quel mondo del passato, luminoso e immobile, in cui restano in eterno i tuoi ricordi di loro: perennemente giovani e ridenti, immutati dal corso della vita reale che scorre. Una volta ho letto che ognuno di noi è vivo in una serie di frammenti infiniti di ricordi della gente che abbiamo conosciuto, a volte momenti brutti, certo, ma spesso belli, ricordi di cui noi non abbiamo nemmeno coscienza, ma siamo lì, vivi, presenti nella loro mente, anche se nella realtà non li vediamo più da anni nè, probabilmente, li vedremo mai più. E’ un passato che non torna, certo. Ma rimane, in modo positivo.

Ancora non so se domani andrò a dirgli addio al funerale, pur cosciente del fatto che sarebbe la cosa giusta da fare, ma al momento sono un’alternanza di vado/non vado/oddio vado o no? Si deve fare per lui, certo; ma al momento il peso emotivo del tutto non so se ce la faccio ad affrontarlo.

Ma, naturalmente, non sarebbe comunque un addio; Pierpaolo sarà sempre lì con me, una mano in testa a tricotillarsi e l’altra sul volante mentre mi racconta i suoi anni di servizio civile presso una comunità di disabili e di come il suo momento favorito fosse quando li salutava a fine giornata e lo sommergevano di baci sorridenti e un po’ bavosi; o davanti al suo armadietto a Linate mentre si mette la cravatta spiegando che “L’inglese è una lingua assurda perchè “Annodarsi la cravatta” si traduce To tie a tie, cioè Mi cravatto la cravatta, ma si può? albionici!”; o di quella volta che ho visto Milhouse senza occhiali e ho immediatamente pensato a come fossero due gocce d’acqua, lui e Pierpa. Ma soprattutto, sarà sempre lì con me in quella sera brumosa di Giugno del ’95, bagnati come due pirla, con i capelli umidicci e gli occhiali pieni di gocce, con Page & Plant che attaccano Immigrant song e noi ci voltiamo a guardarci con due enormi sorrisi stampati in faccia, ebeti e felici.

Non lo so se ha senso voler bene al ricordo di un amico che non vedi da vent’anni; forse non ha senso, no. Ma il cuore, si sa, un po’ se ne strasbatte del senso: Pierpaolo è stato un caro amico, amato come tale, e sempre verrà ricordato come tale, da me. Penso basti questo.

Let it rock #ChuckBerry

“No one does it better than Chuck Berry”, Bruce Springsteen, introducing Sweet Sixteen, 8/21/78.

Nel 1997 lavoravo all’aeroporto di Linate, per una multinazionale americana di autonoleggio. Come da procedura, una mattina stavo controllando le prenotazioni del giorno dopo, quando mi cade l’occhio sul nome di un cliente previsto per il pomeriggio successivo. Lo riguardo, lo fisso, scorro qualche altra riga e torno a guardarlo. E’ impossibile. Mi alzo in piedi con le orecchie che fischiano, mi pare di essere entrata in una galleria del vento: sto leggendo un nome che non posso concepire su una lista passeggeri di un normale volo di linea. Per i very very VIP, le cose non funzionano così: arrivano in aeroporti privati, e hanno macchine con autisti ad attenderli, non vengono a noleggiare al banco come i comuni mortali. Certo ci sono eccezioni, c’è qualcuno che non ha problemi a mischiarsi col volgo, ricordo ancora la mia sorpresa nell’aprire la patente di un giovanotto molto very belloccio per trascriverne i dati, alla voce Lendl, Ivan. O Siffredi, Rocco. O persino, prima di cominciare a vincere seriamente, Hakkinen, Mika. O anche, tornando alla musica, Gabriel, Peter. Ma questa non è la norma, è la rarità, quindi mentre correvo con la mia stampata per l’ufficio continuavo a guardare pensando che sicuramente c’era un errore, un simpatico, bizzarro caso di omonimia. Certo con un nome così… ma tuttavia. Mi sono sempre pregiata di avere per colleghi una massa di buzzurri musicalmente incolti, tranne rare ispirate eccezioni, quindi sono corsa a mostrare il foglio all’unico presente che potesse capire, Paolino, il quale fissa a sua volta il nome, lo riguarda e mi dice: Impossibile. – Vero?- dico io. Impossibile. Già. Bè.

Dopo un’ora arriva una richiesta particolare via Centro Prenotazioni: Mr. Berry chiede di avere la macchina pronta all’uscita del Gate, e il contratto prestampato. A quei tempi Internet era ancora ai suoi albori, e cose che oggi normalmente si svolgono in cinque minuti richiedevano un certo dispendio di tempo: si lavorava con fax e telefono, non mail. Quindi prestampare un contratto, avere qualche autorizzazione per la macchina, trasferire i dati della patente e del passaporto erano cose che venivano organizzate da un altro ufficio; io però sono corsa dalla mia capa, spiegando che avevamo per il giorno dopo la prenotazione di Mr. Chuck Berry.

-E chi è? – fu l’illuminata risposta. (vedi voce: massa di buzzurri musicalmente incolti). -E’ un … musicista, una famosa rockstar. Molto famosa. Importante.

-Mai sentito.

-Mmmh… eeh già. Senti ecco, mi chiedevo, potrei fermarmi io e organizzare tutto, non mi importa di fare qualche ora extra. Sistemo tutto bene, gli preparo il contratto. Paolino può venire anche lui, portare la macchina, e insomma, ecco, lo gestiamo noi. Solo per questa volta.

-Ma queste cose le deve fare l’ufficio delivery, è lì apposta. Certo però… è famoso, dici?

-Oh, sìsì. Famoso famoso. Molto famoso. – Improvvisamente l’illuminazione: Sai quel film, Pulp Fiction? quando John Travolta balla con Uma Thurman? E’ una canzone di Chuck Berry.

-Ah sì. Non mi è piaciuto. (COS…WHA…AAA?). Bè senti, se è famoso, è meglio se ce ne occupiamo noi. Preparate tutto tu e Paolo e ve la vedete voi.

Così torno in ufficio e spiego a Paolo che penso sia proprio QUEL Chuck Berry, non un simpatico omonimo, e il giorno dopo interagiremo indisturbati con uno dei fondatori del rock’n’roll. Ero così felice che pensavo sinceramente che sarei svenuta, all’incontro, come nelle migliori tradizioni da groupie deficiente. Ma non mi importava: tutto il rock’n’roll anni ’50 per me era un mito, e veneravo i suoi artisti. Avevo speso intere paghette da ragazzina per comprarmi i loro dischi, inizialmente per capire, perchè Bruce faceva delle loro cover e volevo imparare quella musica. E poi, col tempo, perchè mi piaceva da morire, quella musica. Eddai. Ma che ritmo era? Erano già passati trent’anni dai loro primi exploit, nel momento in cui cominciavo a comprarne i dischi: eppure dopo qualche canzone io già non ci capivo più un cazzo, dovevo spararla a manetta e muovermi. Passavo interi pomeriggi a registrare cassette con Bobby e a ballare in cameretta come una scema; bè, come una qualsiasi scema ragazzetta che abbia messo le mani su un disco di rock’n’roll puro: non se ne esce vive. Questo trallaltro va a tutti quei coglioni che Eh ma tu ascolti Springsteen, cosa vuoi capirne di musica. Eh sì, è stata proprio una formazione pessima, crescere coi suoi consigli, partendo da qui. PESSIMA.

Quella sera sono andata a casa in fibrillazione, cominciando ad aprire cassetti e a rovistare tra pile di riviste musicali e libri, per cercare qualcosa di degno da fargli autografare. Vivevo nel mio monolocale a Milano, e la collezione di vinili era tutta a Voghera, a casa dei miei. Lì probabilmente avrei trovato qualcosa di significativo, ma a Milano avevo solo cd, e nessuno di rock’n’roll anni ’50. Alla fine mi decisi per il numero di Backstreets che aveva sul retro di copertina una foto di Bruce e Chuck Berry a Cleveland alla Hall of Fame. Ora rimaneva da vedere se Mr. Berry avrebbe voluto, per caso, degnarsi di firmarmela. Il suo carattere stronzo era noto, e da regolamento aziendale non avrei dovuto infastidirlo: ma poichè aveva scelto questo sistema poco ortodosso di muoversi, scendendo in mezzo ai mortali, un tentativo volevo farlo. Non avrei insistito e non volevo essere invadente: ma volevo provarci, sempre se fossi riuscita a rimanere in piedi.

Il giorno dopo, mentre il momento si avvicinava, soffrivo come un cane: avevo la nausea e il mal di stomaco, straparlavo, mi ero rovesciata addosso il caffè e mi sentivo le vampate, un evidente caso di menopausa precoce su soggetto ventisettenne. Avrei voluto essere più carina e sexy, sentivo che mi avrebbe rifiutato e magari pure fatto una sfuriata. Paolino era più composto, e molto razionalmente aveva pure evitato di portare una sua chitarra da far autografare; c’aveva pensato, ma non gli pareva probabile, come possibilità. I nostri colleghi ci guardavano come se fossimo due alieni, due sfigati cronici disagiati (che lo poi lo fossimo, per certi versi, al momento è irrilevante).

Comunque, se Dio vuole, finalmente arriva il momento: siamo al Gate, documenti pronti, macchina scintillante. Con noi attende un galoppino inviato dal produttore del concerto, un pre-hipster con look curato da TRL che sentiamo già di odiare profondamente. Si aprono le porte, ed escono un signore con un carrello pieno di bagagli, una gnocca paurosa e Chuck Berry, con il berretto da capitano, una camicia che avrebbe fatto l’invidia di Huggy Bear e un anellazzo di diamanti da ottanta carati, che mi chiedo vagamente se devo baciare con genuflessione. Il galoppino saluta, presenta, organizza, apre il bagagliaio e dice: “Aiutiamo il signor Berry a caricare i bagagli”. Aiutiamo, in questa rara accezione, vuol dire che Paolino carica mentre Mr. Berry se ne strafotte e aiuta la stragnocca ad accomodarsi in macchina, poi si rivolge a me che gli faccio firmare i documenti anche se al momento nonostante quindici anni di pratica l’inglese mi sfugge come se fosse swahili, e il galoppino spolvera con un fazzoletto il cruscotto. Gli consegno tutto, e poi mi butto: Se per favore non è troppo disturbo, Mr. Berry, considererebbe mica nella sua infinita magnanimità di farmi un autografo? Lui sta leggendo il contratto, si volta e mi guarda un momento, mi guarda davvero, intendo: E in quel momento lo vedo anche io, è Chuck Berry, è il 1997, sono quarant’anni che fa rock’n’roll: è l’artista e ha davanti una delle solite ragazzette pazze per la sua musica. Sorride un poco, e mi dice Ok, ma solo a te. Così gli porgo la rivista, spiegandogli che l’ho scelta perchè era l’unica foto grande che avessi di lui al momento, ma che a casa avevo anche i suoi dischi, non dubitasse. Lui tira fuori un pennarello argentato, firma disegnando anche uno smile, mette la data siglando l’anno con 1999 (molto bene), si tocca il cappello e si volta per entrare in macchina. Provo a chiedergli se la infinita magnanimità si potesse mica estendere anche a Paolino, che ha appena finito di caricargli la macchina… Lui si rivolta e mi dice No cara, ho detto solo a te. Poi entra in macchina e se ne vanno. Paolino fuma esclamando: E volevo pure portargli la chitarra! stronzo!

Questa, certo, è solo una piccola storia, ininfluente, fra le decine e centinaia e migliaia di questo giorno di ricordi di un grande artista che ci ha regalato un cambiamento epocale nella musica. E’ poca cosa, questo racconto, lo so. Ma per me è sempre stato così, non un’eredità milionaria improvvisa, non Benedict Cumberbatch che mi limona duro (vabbè ok, forse sì, un pochino, pensandoci), non un metabolismo benedetto che mi fa rimanere una taglia 42 con una dieta a base di pizza e cassate siciliane: il vero tasso di aspirazione nella mia vita sono sempre stati i momenti rockenrolli. E il signor Chuck Berry è stato grandiosamente in questi momenti per tanto tempo della mia vita, e persino con un piccolo ricordo personale, per questo per me tanto importante.

“C’est la vie”, say the old folks,
it goes to show you never can tell”.


Tomorrow there’ll be sunshine #BruceSpringsteen #SanSiro

“We’re here to re-dedicate you to the Power, the Passion, the Mystery and the Ministry of Rock’n’roll!”

Bruce Springsteen

thet8

Le passioni, diceva Bastiano Baldassarre Bucci, non sono cose che puoi spiegare a chi non ne ha. Se non ami fortemente qualcosa, se non hai niente che ti tenga davvero vivo dentro, non puoi capire perchè faccio quello che faccio per questo mio amore. Sono difficili da illustrare, ma una cosa è certa, in loro assenza la vita è nulla.

Le passioni sono anche cose che negli anni diventano difficoltose da maneggiare, perchè ti rendono pazzo, enormemente felice, e stratosfericamente triste, di ritorno. Le passioni, per definizione, amplificano: emozioni, sogni, ricordi, esperienze condivise. Se le lasci fare ti trascinano a destra e a manca, ti fanno scialacquare stipendi, perdere i sonni, ti fanno diventare agli occhi di amici e parenti “quella strana”. Finchè sei giovane pensano di capirti perchè hanno fatto qualche follia anche loro, negli anni verdi. Poi tutti crescono, trovano un lavoro, si fidanzano, pensano a un futuro più serio, tutti tranne te, si intende. E allora passano gli anni e tu sei quella che non è cresciuta del tutto, che è rimasta strana, che “ancora non le è passata”. No, perchè dovrebbe? stiamo parlando di passione vera, mica robetta: stiamo parlando di una cosa che ti scalda il cuore in un nanosecondo, che ti spara nel primo mobile dantesco appena le concedi del tempo, che ti accende l’animo come mille soli che esplodono. Perchè dovrebbe passarmi?

In tutti questi anni dietro a Bruce, ho visto un sacco di fan crescere e invecchiare con me. Alcuni li ho visti universitari nel periodo Tom Joad, fidanzatini al Reunion Tour, sposati tra il The Rising e le Seeger Sessions, con figli da Working on a dream in poi. Il tempo passa, la panza cresce, la stempiatura avanza, i problemi pure: soldi, lavoro, divorzio, genitori anziani, salute. Eppure anno dopo anno dopo anno, tour dopo tour, girello nel prato sotto quel palco e li incontro e ci abbracciamo: siamo tutti più vecchi e stanchi, più tristi, camminiamo molto più all’ombra di vent’anni fa. A volte sono da soli, perchè quella persona che era proprio quella giusta non è qui perchè ha trovato qualcuno di ancora più giusto. Oppure, semplicemente, se ne è andata, succede. Molti portano i figli o i consorti, che stoicamente resistono a ore di fila sotto il sole, altri li ritrovo con gli amici di sempre perchè quella passione non l’hanno trasmessa in famiglia, e va bene così: è la nostra passione, siamo cresciuti insieme, non è necessariamente che dobbiamo coinvolgere altri. C’è qualcuno, durante gli anni, che scivola via indisturbato e dimenticabile: sono quelli che vivono sempre nel mezzo, che non scelgono, non si sbilanciano, abbandonano la passione perchè è più facile seguire l’onda della vita da servo della gleba che continuare a inseguire sogni. L’abbiamo detto, la vera passione è la cosa che ci fa sentire vivi dentro, sempre e nonostante tutto: e una cosa così, nella vita, la paghi. Se vuoi evitare errori, se preferisci non fare mosse per evitare sbagli, fingi che non ti importi più, lasci andare, vivacchi: avrai la classica vita del mediocre che si autogiustifica dicendosi Sono maturo, sono cresciuto.

Ma in generale, chi ha scelto il rock’n’roll come passione di vita non cede a una moda, a una ragazza, agli anni che scorrono: perchè nella vita tutto passa, amori, soldi, fortune. Ma quel fuoco che ci ha acceso l’anima in quelli che ormai sembrano mille milioni di anni fa in cameretta mentre ascoltavamo in cuffia i primi assoli di quella Fender è stata l’unica cosa reale quando tutto sembrava perso, l’unico colore brillante abbastanza da rappresentare il dolore cocente della perdita, l’unico momento nero a sufficienza per esprimere la vera solitudine, l’unico filo sottile, eroso, consumato che pure teneva insieme la speranza che un giorno le cose si sarebbero sistemate.

Per ciò in queste quattro giornate rockenrolle a San Siro c’eravamo ancora tutti, sotto quel palco, per dire grazie, per celebrare di essere ancora qui nonostante tutto, per festeggiare il fatto che una volta tanti anni fa, forse per caso o forse perchè – chissà- il destino un po’ esiste, Bruce ha messo nella nostra vita una ragione per vivere, per crederci, per provarci, e non l’ha mai tolta. 

Una volta ho letto in un’intervista una frase detta da Max, “Bruce ti fa fare delle cose nella vita che non avresti mai pensato di riuscire a fare”. E accipicchia, se è vero, per me! E a occhio così, la butto lì, mi sa per tutti voi. Quindi, ci vediamo al prossimo concerto, più ammaccati, più vecchi, comunque sempre pronti a cercare un po’ di magia nella notte. I cuori si sono induriti, la fede va e viene, non è più come trent’anni fa: ma Bruce esce su quel palco con la Fender e i ragazzi, ed è abbastanza, sempre e comunque. A volte più che abbastanza, a volte è proprio il senso di tutto ciò che abbiamo sempre cercato in una canzone rock’n’roll, e per estensione nella nostra vita raminga: è rock’n’roll, ma in genere lo chiamiamo amore.

13603562_1781862675384717_4149612317991061398_o

(Giuseppe Verrini Photography)

E comunque, alla fine di tutto, Springsteen rimane sempre il più figo dell’universo creato #BruceSpringsteen #HumanRights

In questi tempi di globale volatilità e inedia diffusa, trovo incredibilmente soddisfacente aprire una sera l’internet e trovare che un cantante rock pensi che ci sia un’ingiustizia palese verso dei diritti umani e decida di fare un gesto, eclatante e scomodo, per segnalarla. In queste ore ho letto di tutto e di più, i commenti degli americani sono in genere davvero orrendi, e poi ci si mettono anche gli italiani, tutta gente che non ha mai fatto sciopero in vita sua, che non ha mai fatto attivismo politico, che ha letto l’ultimo libro non cazzaro trent’anni fa a scuola, eppure giudica. Non va bene questa cosa di Bruce, non doveva annullare il concerto, doveva fare ALTRO. Cosa? non si sa, altro. Magari parlare al concerto, massì, che vuoi che sia, due minuti al microfono mentre la gente sotto si spippola il cellulare messaggiando cose a caso o facendosi un selfie, o mentre fa la fila al bar. Quello sì che sarebbe stato un gesto, uuuh sai che roba, un fervorino di due minuti. E’ ovvio che mi dispiace per chi ha perso soldi e tempo per il concerto che doveva tenersi domani, e certo, sarei delusa e arrabbiata se fosse successo a me. Al tempo stesso, sono fan di Springsteen non per il suo culo o per i pettorali, quindi lo affermo sapendo di non mentire: se fosse successo, se succederà a me, partirebbero un paio di bestemmioni ma non giudicherei mai l’uomo. Non è la prima volta che prende una posizione politica, e meno male, aggiungo. Rimango veramente basita nel vedere gente che lo segue da trent’anni e non ha mai capito che sia un attivista per i diritti civili, un socialista con un definito schieramento politico che non è mai stato a destra.
Non lo so se avrebbe dovuto fare “altro”, o meglio, o di più: ha fatto quello che sentiva di dover fare per prendere una posizione. Passiamo le giornate a dire Bisognerebbe PROPRIO far qualcosa, eeeh sarebbe proprio il caso che QUALCUNO si muovesse. Poi qualcuno finalmente fa un gesto per una cosa in cui crede e non siete nemmeno più in grado di apprezzarlo senza rompere la minchia.
Penso che ci siano questioni per cui non esista una via facile e comoda su cui schierarsi che possa contentare tutti: cancellare questo show ha dato un risalto mediatico mondiale alla questione che un discorsetto sul palco di un concerto del SudEst americano non avrebbe mai avuto. E’ ovvio che ci sarà chi si sente offeso, o minacciato, o indignato nel suo credo biblico. E però ci saranno anche persone che saranno ispirate e orgogliose, o anche semplicemente accettate un po’ di più, da un gesto del genere. E per queste cose, per me, vale la pena anche perdere un po’ di soldi.
You may say I’m a dreamer.

hr4

Sit tight, take hold #BruceSpringsteen #ThunderRoad

“Penso che uno dei messaggi più importanti di Thunder Road sia che è una canzone di scoperta di sè stessi: se l’ascolti per la prima volta da adolescente, quando cominci ad avere i primi guai a scuola, o con i tuoi genitori (o entrambe le cose!), è una di quelle canzoni che ti parlano. Improvvisamente c’è un altro essere umano che ti capisce, che DAVVERO ti capisce, ed è un cantante rock’n’roll. E ti sta dicendo che va bene essere strani, o non omologati, o non particolarmente fighi, un giorno ne verrai a capo. Soprattutto, ti dice che non sei solo, in tutto questo. Ecco da dove molti di noi sono partiti, con quella canzone e queste parole. Ed ecco perchè porti Thunder Road dentro di te per tutta la vita”.

via Springsteen and Us

I think that one of the most important messages of Thunder Road is that it’s a song of self-discovery: if you hear it as a teenager for the first time, while your are having your first troubles at school, or with your parents (or both!), it’s one of those songs that speak to you. Suddenly there’s another human being in the world who gets you, who really GETS you, and it’s a rock’n’roll singer. And he’s telling you that it’s ok to be weird, or not conformed, or not fabulously hot, you’ll come around it one day. Above all, he tells you that you are not alone in all this. That’s where a lot of us started, with that song and those words. And that’s why you carry this song with you, forever.
Rebecca