#BruceSpringsteen #Broadway #Ticketmaster

Conoscendo i miei polli, oggi decido di prendermi quelle sei/dodici ore per registrarmi alla mitica lottery che -se vinta- mi darà accesso a una possibilità (possibilità, non certezza, notate bene) di comprare con altri novantamila millioni di fan un biglietto per Broadway. Io e Ticketmaster USA ci frequentiamo esattamente dal 2000, concerti del Madison Square Garden, Reunion Tour. Già lì imparammo a volerci bene quando dopo una vendita perfettamente legittima mi annullarono due biglietti per due sere perchè la puttana epocale che rispondeva al call center non pensava davvero possibile che volessi vedermi sei concerti dello stesso cantante di fila, e quindi giustamente nonostante le mie mail di rassicurazione, telefonate, giuramenti e bestemmioni live from Milano and beyond niente, me li cancellò. 99 channels e gli schiaffoni che ti tiro se ti prendo. Da lì fu poi tutto un quasi ventennio di grandi successi ma soprattutto mortacci loro, ma in compenso da questa parte dell’oceano c’è Ticketone che è pure peggio quindi tutto bene.

Allora per accedervicisi, a questa cacchio di lottery, s’ha da registrarsi sul nuovo iper mega fotonico portale totale globbale di figosità di Ticketmaster che si chiama Verified Fan, un super top sito con filtroni opacizzanti uva uvb tvtb ddt xoxo tso anti spam – bagarino – hackers – acari della polvere e accattoni generici.

Il principio è molto semplice (*partono risate registrate in sottofondo): l’utente si iscrive usando la sua già esistente username con password di Ticketmaster, dona un rene, una cornea, tre litri di sangue, firma di immolare il primo figlio maschio a Belzebù, certifica di diventare cocainomane prima che sia finita la prevendita e voilà, sei dentro! ma che ci vuole, dai! Gli americani le sanno troppo fare, ste cose! che invidia provo per questo loro troppavantismo.

Dunque arrivo bella bella alla pugna, preparata e agile, PRIMA vado su Ticketmaster, faccio il login, verifico la mia password circa trentatrè volte, tutto bene, ACCEDO in scioltezza al VERIFIED FAN CEPPA SITE e con una certa arroganza mi loggo. Voglio dire, nella mia vita non vedrò le navi in fiamme a Orione o i draghi sopra Westeros ma insomma una cazzo di registrazione che ci vuole a farla? infatti mi esce subito una schermata rossa con la scritta Password o Username non valida, Tentativi rimanenti 4.

Un po’ meno agile e sciolta ma sempre molto molto confidente con mooooolta attenzione ritento, con le stesse identiche credenziali che mi sbeffeggiano nella scheda adiacente con il sito di Ticketmaster che se la ride, BUONGIORNISSIMO CAFFE’ LORENZA HOW ARE YOU? (muori): controllo i caps lock, per evitare problemi di digitazione copincollo le parole, invio, Password o Username non valida, Tentativi rimanenti 3.

Faccio logout da Ticketmaster, riaccedo, ricontrollo tutti i dati, vado sul VERIFIED DEVI MORIRE MALE FAN SITE, scrivo sillabando una lettera per volta a voce alta come i bambini seienni quando imparano a compitare e lettera per lettera mettendoci circa sessantacinque minuti inserisco nell’apposito agile campo Username e Password. Dai, due tentativi su tre ci può stare, sarò una gran distrattona, che vuoi farci. Do l’invio, passano ventisei anni, la pagina si impalla.

Quindi ora non so se sono entrata, se sono a due tentativi rimanenti, se Dio è morto e soprattutto se sarò sfigata (sì questo lo so, in effetti). Lascio partire una serie di volgarità irricevibili, picchio la testa contro il muro, desidero muorire. Ora, è chiaro che esistono milioni di persone al mondo che possono benissimo vivere senza un account Ticketmaster America valido e corrente, e che ci vuole. Persone libere, felici, serene nel loro mondo di ateismo ticketmasterico, sticazzi e yolo. Ma io non è di queste persone, io necessito di vedere Bruce in America spesso e con frequenza, se no poi sto male e non vivo felice, e trallaltro non vive felice nemmeno il CEO di Ticketmaster, al quale negli anni ho pagato il corrispettivo di due uova di Fabergè in commissioni.

Spengo tutto, vado in bagno a farmi venire una crisi isterica, decido che è un buon giorno per iniziare a fumare a 47 anni e mi chiedo esattamente perchè non sono mai diventata fan di qualche gruppo inutile postmoderno italiano, di quelli i cui fan se la tirellano perchè non sono famosi quindi sono fighi a prescindere. Ma no, dovevo non capire un cazzo di musica ed essere fan di Springsteen, ma porcaccia a me!

Torno al computer, riaccendo, TICKETMASTER VERIFIED CHE NON CE LA FARAI, decido di ricominciare tutto e clicco su Forgot Password? Storditella, non si dimenticano le password, ma tieni, ti abbiamo prontamente inviato una mail al tuo indirizzo. Inserisci le credenziali temporanee che ti abbiamo appena fornito nella mail in questa finestra, che ti ricordiamo di tenere aperta. Non faccio in tempo a finire di leggere la frase che la finestra si chiude autonomamente, lasciandomi a pormi domande sul senso della vita ma soprattutto in generale sulla necessità di introdurre un limite massimo a norma di legge sulla sfiga che un giorno può contenere, nella vita di persona. E che cazzo. Perchè io devo stare qui a soffrire come un bambino orfano di un manga giapponese e c’è gente là fuori che compra biglietti di vascoreggiando al centro commerciale e trovando pure ampio parcheggio all’ingresso? perchè? why? WHY?

Copincollo la password temporanea, e vado con uno strano senso di dejà-vu, inspiegabile, alla pagina TICKETMASTER VERIFIED MORIRAI GIOVANY FIN DA GIOVANY MA ORMAI PER TE E’ TARDI, incollo, prego Chtulhu, invoco la Madonna, i Santissimi e Catoblepa, do invio. Una musica celestiale si diffonde, un profumo di rose e caffè, una luce cristallina pian piano pervade lo schermo, una scritta amica mi sorride, LOGIN EFFETTUATO, solo altre poche pagine per completare la registrazione. Su “Altre poche pagine” tutto diventa nero e parte una canzone rap in sottofondo che invita alla sodomia e all’ultraviolenza, ma questa è un’altra storia. Per intanto, sono dentro. E come diceva Rossella, Domani è un altro giorno. Del cazzo!

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Pierpaolo #amici #hertz

Oggi mi sono svegliata con la triste notizia che è morto uno dei miei più cari amici degli anni di gioventù, Pierpaolo, portato via da un brutto secondo infarto a neanche cinquant’anni. Pierpaolo è stato uno dei primi amici che ho avuto quando sono arrivata a vivere da sola a Milano a vent’anni, era un collega a Linate. Negli aeroporti c’è molto turn-over, e quell’anno siamo stati assunti tutti insieme nello stesso momento, un gruppo di cinque o sei sbarbini tra i venti e venticinque anni, tutti giovani, un po’ cretini, ancora digiuni delle bellezze del mondo lavorativo che poi avremmo scoperto più in là. Essendo soli in un ambiente nuovo e potenzialmente ostile, ci compattammo abbastanza in fretta; erano anni di uscite a bere dopo i turni serali, di chiacchierate infinite nei turni notturni, e di momenti insieme anche nel tempo libero: chi è turnista spesso vede per interi giorni di fila solo i colleghi che fanno gli stessi orari, e se ci si piace, è normale incontrarsi anche nei momenti di riposo prima di riprendere in fucina.

Pierpaolo mi piacque subito, era intelligente, arguto, coltissimo. Era laureato in Lettere, addirittura credo Antiche, una scelta che ironicamente descriveva di aver fatto con la piena consapevolezza della sua intrinseca inutilità pratica, ma amava troppo la letteratura per rinunciarvi. Quindi aveva trovato questo lavoro che nulla c’entrava con la sua personalità e i suoi studi, e lo aveva ovviamente accettato, però si aggrappava ai propri trascorsi di Università con pervicacia: era l’unico che diceva ai clienti “Mi metta una firma a piè pagina” o “Tenterò di porre rimedio a questo errore increscioso”, un giovanotto demodè che posava, d’accordo, ma ci credeva davvero all’importanza di parlare ed esprimersi bene. Lui e io legammo per tanti motivi, intanto perchè mi affascinava un uomo che sapeva parlare per ore di libri, ma soprattutto perchè era una persona davvero interessante. Rifuggiva il turismo di massa, ogni vacanza era un giro con amici con zainoni nel Nord Europa, ed era del tutto antimaterialista, per cui tutto ciò che possedeva, macchina, vestiti, accessori, era di seconda mano o di sottomarca, e se ne sbatteva altamente la fava se questo lo poneva in categorie di infrequentabilità presso certi ambienti milanesi più “in”.

Era alto, allampanato, con il vizio assurdo di torturarsi i capelli ficcandoci dentro le mani in momenti di grande stress, (“Si chiama Tricotillomania” informava garrulo quando gli facevi notare alla fine di una giornata da Bollino Nero per le partenze aeroportuali che si era creato in testa un fungo atomico a metà tra un corno di narvalo e le ciocche pendule dello spaventapasseri del mago di OZ -“è una condizione di reazione a momenti di disturbo emotivo, e oggi sono stato disturbato assai”), fumava come un turco, e condividevamo la necessità fisica di avere sempre un burro di cacao a portata di mano. Una volta in un turno serale ci confessammo i modi più assurdi ai quali avevamo ovviato in occasioni in cui ci era venuto a mancare l’indispendabile accessorio per il nostro quieto vivere, (crema nivea! olio di oliva! burro!). Beveva come un cosacco impunito, e mi introdusse a una serie di birrifici della zona di Pioltello-Linate-Melzo che aveva ispezionato negli anni per trovare le migliori produzioni; e sempre la scelta di un locale per la serata cinemabbirra o pizzabbirra aveva la seconda parte del binomio come sola costante imprescindibile: “No lì no che non hanno la Leffe, No per caritàdiddio là no che hanno solo la Heineken). Passammo un’estate a giocare a un torneo di Trivial Pursuit con un paio di amiche, lui ed io contendendoci a man bassa le domande di Letteratura (ma vinceva sempre lui) per fallire come dementi su quelle sportive o di moda. Era di destra, e avemmo serie discussioni politiche, consapevoli entrambi del fatto che si parlava per il confronto e per far capire all’altro la propria posizione, non per fargli cambiare idea. C’era rispetto, e affetto. Ricordo ancora che alla fine di una discussione un po’ indiavolata io gesticolando gli feci partire incidentalmente la sigaretta dalle dita, e atterrò su uno dei sedili della sua macchina, bruciandolo un poco. Dopo un momento attonito con cenere che volava dappertutto ci mettemmo a sghignazzare per dieci minuti, mentre lui confessava: “Avrò sempre amici di sinistra. I miei amici di destra sono bravi, liberali, e noiosi alla morte”.

Con tutte le sue fisse su storia e letteratura, e la sua aria da professore mancato, era anche, imprevedibilmente, un metallaro assurdamente convinto. Io a vent’anni non conoscevo quasi nessuno con cui parlare di Bruce, che comunque era in aspettativa tra figli, matrimonio, carriera senza E Street. Così presi per un po’ di anni la deriva metal, e andai con Pierpaolo a una serie varia di concerti, Helloween, Deep Purple, Iron Maiden, Dream Theater sono i primi che ricordo; ci divertivamo tantissimo, e mi sentivo assolutamente sempre sicura in mezzo a un pubblico che per reputazione e aspetto -quindi pregiudizialmente – poteva passare per pericoloso o minaccioso. Ma non successe mai niente, e imparai grazie a lui che i metallari si dividono in due gruppi, quelli che stanno sotto a pogare, e quelli che stanno dietro, con me e Pierpaolo, a osservare i ditini svelti velocissimi del chitarrista negli assoli. Comunque gli piaceva anche il rock classico, e insieme ci guardammo tanti grandi, da Clapton fino ai Led Zeppelin a Sonoria (vabbè, non erano gli Zeppelin ma comunque erano Jimmy Page & Robert Plant che suonavano le canzoni dei Led Zeppelin), una giornata assurda in un posto per concerti demmerda (novità), un diluvio universale tutto il giorno, noi bagnati come sfigati cronici tra il fango e la palta dei campi di via Novara chiedendoci il perchè di tanta sofferenza (ovviamente io ero all’inizio della mia carriera concertistica, pomeriggi così ora non li nominerei nemmanco). La cosa assurda era che gli Zeppelin (vabbè insomma loro) “aprivano” per i veri main guests, che erano i Cure. Perciò finiti i nostri beniamini noi ci guardammo in faccia e abbandonammo il campo (i Cure li ho poi rivisti, lo so che è stato scorretto, mi perdoneranno), corremmo a casa a cambiarci in vestiti asciutti, e poi via nella notte milanese ad ammazzarci di birra e focaccia genovese e a ricordare il concerto fino alle quattro di notte. Ricordo ancora che il giorno dopo in ufficio mezzo raffreddati e addormentati lui raccontava a un nostro collega che a un certo punto si era sentito in dovere di informare un ragazzino di nero vestito, evidentemente lì per la roba seria che sarebbe seguita poi, che quello che stavano facendo “Non sono “cover” degli Zeppelin, mio giovane amico. Sono due degli Zeppelin che fanno gli Zeppelin, vivaddio!”.

Pierpaolo è stato parte della mia vita per qualche anno, ed è stato una gran buona parte, di quella vita: siamo andati insieme a teatro e al cinema, a Gardaland e in libreria, a bere e a fare niente, in silenzio amichevole, in qualche notte milanese di birra gelata e zampironi ai piedi. Parlavamo molto, e ridevamo parecchio, e non lo dimenticherò mai.

Dopo quattro o cinque anni, ci allontanammo, principalmente perchè le nostre strade lavorative ci portarono per diverse vie; lui era molto ambizioso e in carriera, otteneva promozione su promozione, non faceva più i turni. Bruce era tornato, e io mi dedicavo principalmente al rock. Cambiavano le priorità di entrambi, anche il giro di amici era diverso, e poi si cominciava ad avere qualche relazione seria. Lavorammo comunque ancora insieme per vari anni, e poi Pierpaolo fu trasferito a Bergamo, e infine anche io me ne andai da Linate lasciando l’azienda, e da lì ci perdemmo di vista del tutto. Finchè vivevo a Milano, se capitava di ritorno da un concerto di atterrare a Bergamo, passavo nel suo ufficio per un saluto, e l’ultima volta che l’ho visto è stato proprio lì, nell’area fumatori per due chiacchiere.

Sono passati tanti anni, ma pensavo spesso a lui; lo cercavo qualche volta sui social, sapendo benissimo dentro di me che una persona come lui avrebbe schifato qualsiasi interazione virtuale vaga e frivola come un contatto Facebook. Ma lo cercavo lo stesso, perchè mi ricordavo di lui. Come tutti gli amici che hai amato da giovane, era entrato in quel mondo del passato, luminoso e immobile, in cui restano in eterno i tuoi ricordi di loro: perennemente giovani e ridenti, immutati dal corso della vita reale che scorre. Una volta ho letto che ognuno di noi è vivo in una serie di frammenti infiniti di ricordi della gente che abbiamo conosciuto, a volte momenti brutti, certo, ma spesso belli, ricordi di cui noi non abbiamo nemmeno coscienza, ma siamo lì, vivi, presenti nella loro mente, anche se nella realtà non li vediamo più da anni nè, probabilmente, li vedremo mai più. E’ un passato che non torna, certo. Ma rimane, in modo positivo.

Ancora non so se domani andrò a dirgli addio al funerale, pur cosciente del fatto che sarebbe la cosa giusta da fare, ma al momento sono un’alternanza di vado/non vado/oddio vado o no? Si deve fare per lui, certo; ma al momento il peso emotivo del tutto non so se ce la faccio ad affrontarlo.

Ma, naturalmente, non sarebbe comunque un addio; Pierpaolo sarà sempre lì con me, una mano in testa a tricotillarsi e l’altra sul volante mentre mi racconta i suoi anni di servizio civile presso una comunità di disabili e di come il suo momento favorito fosse quando li salutava a fine giornata e lo sommergevano di baci sorridenti e un po’ bavosi; o davanti al suo armadietto a Linate mentre si mette la cravatta spiegando che “L’inglese è una lingua assurda perchè “Annodarsi la cravatta” si traduce To tie a tie, cioè Mi cravatto la cravatta, ma si può? albionici!”; o di quella volta che ho visto Milhouse senza occhiali e ho immediatamente pensato a come fossero due gocce d’acqua, lui e Pierpa. Ma soprattutto, sarà sempre lì con me in quella sera brumosa di Giugno del ’95, bagnati come due pirla, con i capelli umidicci e gli occhiali pieni di gocce, con Page & Plant che attaccano Immigrant song e noi ci voltiamo a guardarci con due enormi sorrisi stampati in faccia, ebeti e felici.

Non lo so se ha senso voler bene al ricordo di un amico che non vedi da vent’anni; forse non ha senso, no. Ma il cuore, si sa, un po’ se ne strasbatte del senso: Pierpaolo è stato un caro amico, amato come tale, e sempre verrà ricordato come tale, da me. Penso basti questo.

#RollingStones #Nofilter

Il primo che caga il cazzo al prossimo tour di Bruce per i prezzi dei biglietti, gli scateno dietro la Sara. E poi arrivo io con l’alabarda. Detto ciò, a parte i 300 euro di pit goldone e vippissimo, che si commentano da soli, sono i prezzi pagati l’anno scorso per gli U2 nei palazzetti, e mi dicono per i Depeche mode, Coldplay, cazzi e mazzi di pari tiratura. Questo è. Il rincaro solo dall’anno scorso è allucinante. Poi mi piacciono questi organizzatorri italiani, in tutta Europa stadi o mega arene tipo Gelredome, che voglio dire, e diciamolo, lo stadio coperto a ottobre ha un suo perchè, ma in Italia noi ci ispiriamo idealmente alla merda del campovolo, quindi è l’unica data in cui si sta buttati in un prato del cazzo in mezzo al fango del cazzo. Lo stadio con le sue attrezzature, pfui. Buttiamoli nel fossato dei coccodrilli, vuoi mettere LE MURA STORICHE DI LUCCA? Passiamo poi a esaminare la simpatia di queste nuove categorie di biglietto create d’amblèè, prato A, pedana B, tribuna su, tribuna inferiore (nel fango), fai la riverenza, fai la penitenza, vai nel parcheggio che sei barbone e non meriti di vedere un cazzo. E mi lamentavo pure del Circo Massimo, zio cane. Potrei anche affrontare qui la sensatezza di organizzare un mega evento in una città piccola, che sta già pompando all’inverosimile i prezzi degli hotel, o di come logisticamente una grande città sia la scelta migliore anche per via di accesso ad autostrade e mezzi pubblici. Ma Lucca potrebbe anche stupirci, quindi vedremo.
Perchè naturalmente, detto tutto ciò, ovviamente, vado. La coerenza e il mio cuoricino rockenrollo non si parlano, se arriva Keith Richards.

Vabbè questo è il biglietto di Zurigo, è un’altra storia.

Eddie Vedder Taormina, night 2 #EddieVedder #Taormina

Such is the way of the world
You can never know
Just where to put all your faith
And how will it grow?
(FOTO DI MANUELA PAGANINI)

Dopo la mia breve trasferta siciliana, continuo a pensare che si possa vivere di solo ammòre, libri, rock, arancini e cassatelle, anche perchè mi domandavo quale citazione letteraria poter usare per questa recensione e il pobblema me l’ha risolto Vedder stesso, menzionando Vonnegut e il suo If This isn’t Nice, what is? Tutto si risolve, avendo fede nella mia equazione, come vedete. Vonnegut è uno scrittore enorme, e parte della sua grandezza sta proprio nel fatto che è molto umano (non alla Fantozzi… ma un po’ sì, in effetti), è amatissimo dai giovani anche per questo: perchè è una pietra miliare della letteratura americana, e ti parla come un vecchio zio, non come un pruriginoso bibliotecario con l’hummus e la muffa nella barba. In Quando siete felici fateci caso, libro che appunto sarebbe in lingua originale If this isn’t Nice, What Is? egli tra le altre cose esorta a celebrare il vivere e godere del momento presente, perchè comunque poi nella vita la felicità è nota per la sua scarsezza, e soprattutto non se ne ha mai abbastanza, ed è cosa che va alimentata costantemente. E quindi se incontrate un momento davvero bello, approfittatene, e fateci caso. Io per me ci ho fatto caso assai, durante tutte e queste due serate bellissime, e mi porterò nella mia saccoccia personale tanti bei momenti ad altissimo tasso di consumo per i momenti bui a venire.

Il secondo concerto di Taormina di Eddie Vedder mi inizia sull’onda del fashion ma anche del benessere da esibire come pegno, inquantocchè tra Glen Hansard e Vedder vedo inerpicarsi una coppia tiratissima (tiratissima, intendo, pure per gli standard locali, perchè la donna sicula mi veste anche a un concerto rock con seta, sandalo e rossetto rosso, salvo la variante punk rock che esibisce Chuck Taylor, ombretto nero, mini shorts e canotte rockenrolle), ma insomma questa coppia in vero tiro è qui per una rassegna di foto di fidanzamento, con tanto di fotografo vecchietto al seguito con cavalletto che li dispone in vari angoli e posizioni improbabili impartendo ordini: Baciala! Guardalo! Dalle il braccio! Ballate!

Essendoci un fidanzamento in ballo, Vedder giustamente inizia con Trouble e Brain Damage (ah ha).

Beve il suo vino, come di consueto, ogni tanto partono uno Shit o un Fuck se l’arpeggio non riesce (E pensare che nei PJ sono anche noto per essere quello preciso, scherza), si scusa per il linguaggio, D’altronde non parlo italiano. Potreste rispondermi cose come, You say to me testa di cazzo, vaffanculo, right? che aiuta molto a superare barriere linguistiche, va detto, tutto il pubblico si sganascia, anglofoni e non.

Thumbing my way è preceduta dal racconto di tutte le persone che ha incontrato quel giorno, in acqua, al ristorante, per strada, nei bagni pubblici, tutte a dirgli due cose, il suo nome, Eddie, seguito dal titolo di una canzone di richiesta. Questa però la fa perchè sente che se hai il privilegio di suonare in un posto così sacro e meraviglioso, I feel it’s my duty to try to make each and every individual here very very happy, and quindi la faccio.

Ogni tanto (questo è successo durante tutte e due le serate), si ferma per guardarsi intorno, si volta a guardare lo spettacolo alle sue spalle, le luci del mare, le rovine del teatro, le stelle nel blu della notte. Rimane a contemplare, spiegando che capisce di trovarsi davanti al vero significato della parola Awesome.

A un certo punto guardando gli archi e le colonne, ride spiegando che nella sua gioventù pazza si sarebbe arrampicato sull’intero perimetro delle mura, saltando in mezzo alla folla della cavea più laterale, Oh the possibilities!, sospira. Ma in fondo, ridacchia, the night is still young!

Dal mio settore laterale intravedo la moglie di Vedder che gioca con la figlia più piccola, di sette anni, che ha una serie di barrette fluo in varie tonalità, verdi, rosse, blu, gialle, che intreccia creando collanine e braccialetti per la crew del mixer, i roadies, la sorella e chiunque voglia stare al gioco. Ne manda una sul palco anche per il padre, che non coglie, e prima la dà ad Hansard che gliela mette in testa come aureola, e poi la regala a un fan.

Prima di I’m so tired invita un ragazzino della platea a salire sul palco, e chiede al pubblico di accendere le torce nei telefonini per illuminare di tante meravigliose luci la notte, contemplano un poco insieme lo spettacolo, e poi Eddie gli spiega, Vedi Jake, la cosa bella è che puoi anche spegnerle con un soffio, prova! e soffiando insieme, “spengono” insieme tutta l’illuminazione.
Più tardi, introducendo Imagine, chiede il favore di ricreare tutto lo spettacolo di luci sognanti per la figlia piccola. Mentre la poesia di Lennon si perde nella notte estiva, è facile pensare che il paradiso in terra è davvero alla portata dell’umanità, che sa creare e riconoscere bellezza. Forse non sarà vero, e probabilmente siamo tutti stupidi sognatori per averlo creduto anche solo per quei due minuti di canzone; ma in fondo la vita umana sta tutta qui, nella speranza raccontata già tra le narrazioni più antiche del mondo, nate proprio in chi ha costruito queste mura. 
E, come dice Vedder, siamo così diversi, venite tutti da così tanti posti lontani e differenti per vedermi, eppure siamo tutti uniti di fronte alla musica.

The Ship Song di Nick Cave forse non porterà sacchettate di significati, ma quando ha detto che ha pensato di farla per tutto il tour, perchè è di Nick Cave and the Bad Seeds, mi sono sciolta proprio in lacrime. E comunque chi sono io per impedire che si faccia la volontà di Vedder?

Ogni tanto esce la sparata contro Trump, una frecciata per esempio viene rivolta al pensiero che è impossibile non sentirsi umili e piccoli di fronte all’immensità di tanta bellezza in questo Teatro. E si chiede, forse se Trump vedesse tutto ciò, forse riconsidererebbe alcune priorità… oh wait a momenti but he DID see all of this! crap.

Bè, spiega, posso garantirvi una cosa, sì, Trump edifica, ma non costruisce, nè lo ha mai fatto, nè mai lo farà, cose destinate a durare, come questo Teatro, e questa è la verità del potere di certi uomini.

L’ultima citazione letteraria è per Hemingway, quando racconta dell’incredibile blu del mare che ha visto nel pomeriggio, così cristallino che vedeva il cielo riflesso, e la perfetta certezza di un momento indimenticabile; certo, ammette, poi c’è il pensiero di dover tornare a riva, dove ti aspettano 300 persone circa, assemblate sulla spiaggia. Ridacchia.
Ma mi sento davvero grato, è stato un momento perfetto nel blu del mare, e so che sembra trito, ma davvero apprezzo la comunicazione, il rapporto emozionale che si è costruito con i fan. La musica, è vero, è il modo con cui possiamo creare le onde che increspano l’acqua delle nostre vite; ma sapete, voi, voi siete l’acqua.
Di solito il concerto vede in chiusura Hard sun, la sua storia di Natura così bella e terribile, che perdona e sempre mantiene le promesse finchè un giorno si stancherà di farlo. Ma stasera Eddie ritorna per chiudere con un piccolo sogno all’ukulele,  Dream A Little Dream Of Me, prima di salutare e, mentre lascia il palco, si arrampica sulle prime pietre che portano agli archi, scendendo poi con un salto e un largo sorriso per tutti noi.
​Lasciatemi qui come una cosa dimenticata, e un poco sognata.​
Ci siamo?
Cosa c’è di più bello di questo?
Kurt Vonnegut

Set list 27 giugno 2017, Taormina Teatro Greco

01. Trouble (Stevens)
02. Brain Damage (Waters)
03. Sometimes
04. Throw Your Arms Around Me (Archer, Falconer, Howard, Miles, Seymour, Smith, Waters)
05. Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town
06. Off He Goes
07. Thumbing My Way
08. You’re True
09. Satellite
10. Here Comes The Sun (Harrison)
11. Wishlist
12. Let My Love Open The Doors (Townshend)
13. Far Behind
14. Guaranteed
15. Long Nights with Glen Hansard playing bass
16. Rise
17. Good Woman (Marshall)
18. Better Man
19. Immortality
20. Lukin {front only}
21. Porch
22. I’m So Tired (Fugazi)
23. Imagine (Lennon, Ono)
24. The Ship Song (Cave)
25. Black
26. Sleepless Nights
27. Just Breathe {Not the complete song just the first two lines as Willie Nelson}
28. Falling Slowly (Hansard, Irglová) with Glen Hansard
29. Smile with Glen Hansard
30. Rockin’ In The Free World (Young) with Glen

Encore Break One
31. Hard Sun (Peterson) with Glen Hansard and Red Limo only singing.

Encore Break Two
32. Dream A Little Dream Of Me (Kahn, Andre, Schwandt)

 

Eddie Vedder Taormina – night 1 #EddieVedder #Taormina

Notoriamente io di musica non capisco un cazzo, essendo che ascolto Springsteen, mi informano i meglio critici della lanugine nei calzoni coi risvoltini. Quindi lascio ad altri le recensioni ombelicali, e fornisco un paio di ricordi, parole, opere e omissioni di ieri sera così, per la passione, l’ammòre, la meraviglia.
La location, si sa, fa l’uomo ma anche il concerto, nel bene e nel male. Ieri sera Eddie Vedder aveva un luogo indescrivibile, che per un americano vale per due perché suonare in una rovina dell’antichità per loro è importante, molto più per noi che comunque nel passato ci viviamo immersi. E comunque anche noi eravamo commossi, quindi figuratevi loro. Per dovere di cronaca, comincio col riferire che ha parlato due volte di Firenze, lo metto come nota di riflessione, non necessariamente negativa, soprattutto non per il pubblico. Ma non penso che sia stato troppo contento della scelta logistica di Firenze, prima ne ha parlato all’inizio, dicendo che venivano da un concerto disposto in modo Overwhelming, intenso, mentre qui ‘Abbiamo tantissime canzoni da suonare, ce la prenderemo con calma, cosa che là non sarebbe stato possibile’. Da artista, io credo che non sia stato felice di uscire per un tour acustico, e trovarsi davanti una folla da Pearl Jam. Poi il mestiere è subentrato, il pubblico scalda e ricambia, l’atmosfera accresce la passione, e credo a tutti quelli che ricordano un grandissimo concerto. Ma Vedder non voleva questo, in partenza, e non l’ha dimenticato. Ne ha parlato ancora un poco dopo, quando ha invitato un genitore che aveva in braccio in bambino molto piccolo ad avvicinarsi, offrendogli un plettro e un po’ di vino. Vedete? – dice, questo a Firenze non sarebbe stato possibile. Penso che l’atmosfera tranquilla gli abbia fatto apprezzare il fatto di poter interagire serenamente col pubblico, bicchieri di vino e strette di mano, sorrisi e carezze, battute e scambi di parole.


C’era ogni tanto qualche voce che gridava cose come I love you! E lui dopo un po’ dice che sarebbe bello salvare questi piccoli brevi attimi di felicità per i momenti tristi, per quando arrivano i dubbi e il buio, e in quel momento ricordare una piccola voce italiana che da lontano gli grida I love you!!!
Un momento request vede The kids are all right. Da queste parti si ricorda con tenerezza la infinita orchite causata da richieste come Surprise Surprise e Sunny Day, ma va bene.
Digressione sull’ukulele, dove spiega che se l’ukulele fosse stato inventato dagli italiani, sarebbe stato molto, mooolto più antico. E costoso. E avrebbe avuto 8 corde. Il che, dice ripensandoci, in effetti c’è, e si chiama Mandolino. Ops!
Sleepless nights con solo mandolino e due voci, sua e di Hansard a cappella, senza amplificazione, nell’acustica perfetta del teatro, dove tutti zitti e immobili ascoltava no senza fiatare, per me è stato un momento memorabile.
Bad, degli U2. Bé, è solo una cover certo ma… È Bad.


Su Jeremy scende tra il pubblico. Un ragazzo cerca di sfondare per raggiungerlo, e Vedder lo ammonisce: No! Don’t come, don’t push… Stay! E va lui dal ragazzo, e poi in mezzo alla pedana dei disabili, cantando e stringendo mani. Tanti bambini, tanti fan felici. Non mi viene spesso alla mente la parola Famiglia pensando a certi concerti rock, ma ieri sera sì.
Dietro, il mare e le lucine del porto, l’ombra cupa del vulcano sullo sfondo, e noi in mezzo a pietra millenaria, illuminata in viola e oro, blu e nero, eretta da uomini che sognavano, bevevano, bestemmiavano proprio come noi, cercando un posto nel mondo, e un senso a tutto ciò. Probabilmente qualche tragedia di Sofocle, o qualche canzonaccia da taverna li ha aiutati, così come noi ci rivolgiamo ai nostri aedi, che hanno chitarre e amplificatori.
Ha ragione Borges, tutto accade per la prima volta nelle umane vicende, ma in un modo eterno.

Poi tanto altro, ovviamente, tanto rock, passione, un po’ di furia, paura, e amore. Ma per quello poi arrivano le vere recensioni di chi di musica ne sa. Noi intanto ci ributtiamo in fila per la seconda sera, ché si bissa.

Foto di Marzia Fumagalli e Fausto Casadei 

Set list 26 giugno 2017, Taormina Teatro Greco

01. Long Road
02. Bad (U2)
03. Wishlist
04. I Am Mine
05. Can’t Keep
06. Without You
07. Sleeping By Myself
08. It Happened Today (Buck, Mills, Stipe)
09. Drifting
10. Setting Forth
11. No Ceiling
12. Far Behind
13. Guaranteed
14. Rise
15. Picture In A Frame (Brennan/Waits)
16. The Kids Are Alright (Townshend)
17. Out Of Sand
18. Better Man/Save It For Later (Charley, Cox, Morton, Steele, Wakeling)
19. Porch
20. Isn’t It A Pity (Harrison)
21. Crazy Mary (Williams)
22. Jeremy
23. “Heroes” (Bowie, Eno) parziale
24. Just Breathe
25. Lukin
26. Song Of Good Hope (Hansard) with Glen Hansard
27. Sleepless Nights (Bryant, Bryant) with Glen Hansard
28. Society (Hannan) with Glen Hansard
29. All Along The Watchtower (Dylan) with Glen Hansard & Strings
30. Hard Sun (Peterson) with Glen Hansard, Red Limo string quartet (singing) and Ed’s daughters

Eddie Vedder in Taormina #EddieVedder #Taormina

Gestore: eqquindi qui per il concerto siete?
Inqui: Sì ma io sono scesa due giorni a catania per vedere un po’ la città.
Gestore: Essì ha fatto bene, sennò muoversi solo per questi concerti non ha senso.
Non ti allargare con queste osservazioni però, a gestore, non ha senso non ha senso, SI FA PRESTO, a dire non ha senso.

 

REM Palatrussardi #REM #concertorock

Come da piano quinquennale, butto un po’ di magliette rockenrolle che mi hanno stufato o perché vecchie, ripiego le magliette nuove secondo ordini di portabilità e indici di figosità, sprimaccio quelle inossidabili per me preziose come un vinile, e infine passo un’ora e mezza nel bimbomondo, con la testa nel bauletto dei ricordi, quello che contiene le magliette fuori taglia, fuori misura, fuori limiti di resistenza perché le ho messe così tanto che un solo altro lavaggio le disintegrerebbe. E che ovviamente non butterò giammai. Per esempio. Palatrussardi 1989, direi. Uno dei primi concerti che ho visto, semi vuoto perché era prima della massa e Out of time e Losing my religion. Mi ricordo di una tipa di fianco a me con una rosa rossa, “La voglio dà a Maicol”. Ed è pure bruttarella, sta maglia. Eppure.