#JohnnyCash #Miracles

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#RollingStones #Nofilter

Il primo che caga il cazzo al prossimo tour di Bruce per i prezzi dei biglietti, gli scateno dietro la Sara. E poi arrivo io con l’alabarda. Detto ciò, a parte i 300 euro di pit goldone e vippissimo, che si commentano da soli, sono i prezzi pagati l’anno scorso per gli U2 nei palazzetti, e mi dicono per i Depeche mode, Coldplay, cazzi e mazzi di pari tiratura. Questo è. Il rincaro solo dall’anno scorso è allucinante. Poi mi piacciono questi organizzatorri italiani, in tutta Europa stadi o mega arene tipo Gelredome, che voglio dire, e diciamolo, lo stadio coperto a ottobre ha un suo perchè, ma in Italia noi ci ispiriamo idealmente alla merda del campovolo, quindi è l’unica data in cui si sta buttati in un prato del cazzo in mezzo al fango del cazzo. Lo stadio con le sue attrezzature, pfui. Buttiamoli nel fossato dei coccodrilli, vuoi mettere LE MURA STORICHE DI LUCCA? Passiamo poi a esaminare la simpatia di queste nuove categorie di biglietto create d’amblèè, prato A, pedana B, tribuna su, tribuna inferiore (nel fango), fai la riverenza, fai la penitenza, vai nel parcheggio che sei barbone e non meriti di vedere un cazzo. E mi lamentavo pure del Circo Massimo, zio cane. Potrei anche affrontare qui la sensatezza di organizzare un mega evento in una città piccola, che sta già pompando all’inverosimile i prezzi degli hotel, o di come logisticamente una grande città sia la scelta migliore anche per via di accesso ad autostrade e mezzi pubblici. Ma Lucca potrebbe anche stupirci, quindi vedremo.
Perchè naturalmente, detto tutto ciò, ovviamente, vado. La coerenza e il mio cuoricino rockenrollo non si parlano, se arriva Keith Richards.

Vabbè questo è il biglietto di Zurigo, è un’altra storia.

Eddie Vedder Taormina, night 2 #EddieVedder #Taormina

Such is the way of the world
You can never know
Just where to put all your faith
And how will it grow?
(FOTO DI MANUELA PAGANINI)

Dopo la mia breve trasferta siciliana, continuo a pensare che si possa vivere di solo ammòre, libri, rock, arancini e cassatelle, anche perchè mi domandavo quale citazione letteraria poter usare per questa recensione e il pobblema me l’ha risolto Vedder stesso, menzionando Vonnegut e il suo If This isn’t Nice, what is? Tutto si risolve, avendo fede nella mia equazione, come vedete. Vonnegut è uno scrittore enorme, e parte della sua grandezza sta proprio nel fatto che è molto umano (non alla Fantozzi… ma un po’ sì, in effetti), è amatissimo dai giovani anche per questo: perchè è una pietra miliare della letteratura americana, e ti parla come un vecchio zio, non come un pruriginoso bibliotecario con l’hummus e la muffa nella barba. In Quando siete felici fateci caso, libro che appunto sarebbe in lingua originale If this isn’t Nice, What Is? egli tra le altre cose esorta a celebrare il vivere e godere del momento presente, perchè comunque poi nella vita la felicità è nota per la sua scarsezza, e soprattutto non se ne ha mai abbastanza, ed è cosa che va alimentata costantemente. E quindi se incontrate un momento davvero bello, approfittatene, e fateci caso. Io per me ci ho fatto caso assai, durante tutte e queste due serate bellissime, e mi porterò nella mia saccoccia personale tanti bei momenti ad altissimo tasso di consumo per i momenti bui a venire.

Il secondo concerto di Taormina di Eddie Vedder mi inizia sull’onda del fashion ma anche del benessere da esibire come pegno, inquantocchè tra Glen Hansard e Vedder vedo inerpicarsi una coppia tiratissima (tiratissima, intendo, pure per gli standard locali, perchè la donna sicula mi veste anche a un concerto rock con seta, sandalo e rossetto rosso, salvo la variante punk rock che esibisce Chuck Taylor, ombretto nero, mini shorts e canotte rockenrolle), ma insomma questa coppia in vero tiro è qui per una rassegna di foto di fidanzamento, con tanto di fotografo vecchietto al seguito con cavalletto che li dispone in vari angoli e posizioni improbabili impartendo ordini: Baciala! Guardalo! Dalle il braccio! Ballate!

Essendoci un fidanzamento in ballo, Vedder giustamente inizia con Trouble e Brain Damage (ah ha).

Beve il suo vino, come di consueto, ogni tanto partono uno Shit o un Fuck se l’arpeggio non riesce (E pensare che nei PJ sono anche noto per essere quello preciso, scherza), si scusa per il linguaggio, D’altronde non parlo italiano. Potreste rispondermi cose come, You say to me testa di cazzo, vaffanculo, right? che aiuta molto a superare barriere linguistiche, va detto, tutto il pubblico si sganascia, anglofoni e non.

Thumbing my way è preceduta dal racconto di tutte le persone che ha incontrato quel giorno, in acqua, al ristorante, per strada, nei bagni pubblici, tutte a dirgli due cose, il suo nome, Eddie, seguito dal titolo di una canzone di richiesta. Questa però la fa perchè sente che se hai il privilegio di suonare in un posto così sacro e meraviglioso, I feel it’s my duty to try to make each and every individual here very very happy, and quindi la faccio.

Ogni tanto (questo è successo durante tutte e due le serate), si ferma per guardarsi intorno, si volta a guardare lo spettacolo alle sue spalle, le luci del mare, le rovine del teatro, le stelle nel blu della notte. Rimane a contemplare, spiegando che capisce di trovarsi davanti al vero significato della parola Awesome.

A un certo punto guardando gli archi e le colonne, ride spiegando che nella sua gioventù pazza si sarebbe arrampicato sull’intero perimetro delle mura, saltando in mezzo alla folla della cavea più laterale, Oh the possibilities!, sospira. Ma in fondo, ridacchia, the night is still young!

Dal mio settore laterale intravedo la moglie di Vedder che gioca con la figlia più piccola, di sette anni, che ha una serie di barrette fluo in varie tonalità, verdi, rosse, blu, gialle, che intreccia creando collanine e braccialetti per la crew del mixer, i roadies, la sorella e chiunque voglia stare al gioco. Ne manda una sul palco anche per il padre, che non coglie, e prima la dà ad Hansard che gliela mette in testa come aureola, e poi la regala a un fan.

Prima di I’m so tired invita un ragazzino della platea a salire sul palco, e chiede al pubblico di accendere le torce nei telefonini per illuminare di tante meravigliose luci la notte, contemplano un poco insieme lo spettacolo, e poi Eddie gli spiega, Vedi Jake, la cosa bella è che puoi anche spegnerle con un soffio, prova! e soffiando insieme, “spengono” insieme tutta l’illuminazione.
Più tardi, introducendo Imagine, chiede il favore di ricreare tutto lo spettacolo di luci sognanti per la figlia piccola. Mentre la poesia di Lennon si perde nella notte estiva, è facile pensare che il paradiso in terra è davvero alla portata dell’umanità, che sa creare e riconoscere bellezza. Forse non sarà vero, e probabilmente siamo tutti stupidi sognatori per averlo creduto anche solo per quei due minuti di canzone; ma in fondo la vita umana sta tutta qui, nella speranza raccontata già tra le narrazioni più antiche del mondo, nate proprio in chi ha costruito queste mura. 
E, come dice Vedder, siamo così diversi, venite tutti da così tanti posti lontani e differenti per vedermi, eppure siamo tutti uniti di fronte alla musica.

The Ship Song di Nick Cave forse non porterà sacchettate di significati, ma quando ha detto che ha pensato di farla per tutto il tour, perchè è di Nick Cave and the Bad Seeds, mi sono sciolta proprio in lacrime. E comunque chi sono io per impedire che si faccia la volontà di Vedder?

Ogni tanto esce la sparata contro Trump, una frecciata per esempio viene rivolta al pensiero che è impossibile non sentirsi umili e piccoli di fronte all’immensità di tanta bellezza in questo Teatro. E si chiede, forse se Trump vedesse tutto ciò, forse riconsidererebbe alcune priorità… oh wait a momenti but he DID see all of this! crap.

Bè, spiega, posso garantirvi una cosa, sì, Trump edifica, ma non costruisce, nè lo ha mai fatto, nè mai lo farà, cose destinate a durare, come questo Teatro, e questa è la verità del potere di certi uomini.

L’ultima citazione letteraria è per Hemingway, quando racconta dell’incredibile blu del mare che ha visto nel pomeriggio, così cristallino che vedeva il cielo riflesso, e la perfetta certezza di un momento indimenticabile; certo, ammette, poi c’è il pensiero di dover tornare a riva, dove ti aspettano 300 persone circa, assemblate sulla spiaggia. Ridacchia.
Ma mi sento davvero grato, è stato un momento perfetto nel blu del mare, e so che sembra trito, ma davvero apprezzo la comunicazione, il rapporto emozionale che si è costruito con i fan. La musica, è vero, è il modo con cui possiamo creare le onde che increspano l’acqua delle nostre vite; ma sapete, voi, voi siete l’acqua.
Di solito il concerto vede in chiusura Hard sun, la sua storia di Natura così bella e terribile, che perdona e sempre mantiene le promesse finchè un giorno si stancherà di farlo. Ma stasera Eddie ritorna per chiudere con un piccolo sogno all’ukulele,  Dream A Little Dream Of Me, prima di salutare e, mentre lascia il palco, si arrampica sulle prime pietre che portano agli archi, scendendo poi con un salto e un largo sorriso per tutti noi.
​Lasciatemi qui come una cosa dimenticata, e un poco sognata.​
Ci siamo?
Cosa c’è di più bello di questo?
Kurt Vonnegut

Set list 27 giugno 2017, Taormina Teatro Greco

01. Trouble (Stevens)
02. Brain Damage (Waters)
03. Sometimes
04. Throw Your Arms Around Me (Archer, Falconer, Howard, Miles, Seymour, Smith, Waters)
05. Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town
06. Off He Goes
07. Thumbing My Way
08. You’re True
09. Satellite
10. Here Comes The Sun (Harrison)
11. Wishlist
12. Let My Love Open The Doors (Townshend)
13. Far Behind
14. Guaranteed
15. Long Nights with Glen Hansard playing bass
16. Rise
17. Good Woman (Marshall)
18. Better Man
19. Immortality
20. Lukin {front only}
21. Porch
22. I’m So Tired (Fugazi)
23. Imagine (Lennon, Ono)
24. The Ship Song (Cave)
25. Black
26. Sleepless Nights
27. Just Breathe {Not the complete song just the first two lines as Willie Nelson}
28. Falling Slowly (Hansard, Irglová) with Glen Hansard
29. Smile with Glen Hansard
30. Rockin’ In The Free World (Young) with Glen

Encore Break One
31. Hard Sun (Peterson) with Glen Hansard and Red Limo only singing.

Encore Break Two
32. Dream A Little Dream Of Me (Kahn, Andre, Schwandt)

 

Eddie Vedder Taormina – night 1 #EddieVedder #Taormina

Notoriamente io di musica non capisco un cazzo, essendo che ascolto Springsteen, mi informano i meglio critici della lanugine nei calzoni coi risvoltini. Quindi lascio ad altri le recensioni ombelicali, e fornisco un paio di ricordi, parole, opere e omissioni di ieri sera così, per la passione, l’ammòre, la meraviglia.
La location, si sa, fa l’uomo ma anche il concerto, nel bene e nel male. Ieri sera Eddie Vedder aveva un luogo indescrivibile, che per un americano vale per due perché suonare in una rovina dell’antichità per loro è importante, molto più per noi che comunque nel passato ci viviamo immersi. E comunque anche noi eravamo commossi, quindi figuratevi loro. Per dovere di cronaca, comincio col riferire che ha parlato due volte di Firenze, lo metto come nota di riflessione, non necessariamente negativa, soprattutto non per il pubblico. Ma non penso che sia stato troppo contento della scelta logistica di Firenze, prima ne ha parlato all’inizio, dicendo che venivano da un concerto disposto in modo Overwhelming, intenso, mentre qui ‘Abbiamo tantissime canzoni da suonare, ce la prenderemo con calma, cosa che là non sarebbe stato possibile’. Da artista, io credo che non sia stato felice di uscire per un tour acustico, e trovarsi davanti una folla da Pearl Jam. Poi il mestiere è subentrato, il pubblico scalda e ricambia, l’atmosfera accresce la passione, e credo a tutti quelli che ricordano un grandissimo concerto. Ma Vedder non voleva questo, in partenza, e non l’ha dimenticato. Ne ha parlato ancora un poco dopo, quando ha invitato un genitore che aveva in braccio in bambino molto piccolo ad avvicinarsi, offrendogli un plettro e un po’ di vino. Vedete? – dice, questo a Firenze non sarebbe stato possibile. Penso che l’atmosfera tranquilla gli abbia fatto apprezzare il fatto di poter interagire serenamente col pubblico, bicchieri di vino e strette di mano, sorrisi e carezze, battute e scambi di parole.


C’era ogni tanto qualche voce che gridava cose come I love you! E lui dopo un po’ dice che sarebbe bello salvare questi piccoli brevi attimi di felicità per i momenti tristi, per quando arrivano i dubbi e il buio, e in quel momento ricordare una piccola voce italiana che da lontano gli grida I love you!!!
Un momento request vede The kids are all right. Da queste parti si ricorda con tenerezza la infinita orchite causata da richieste come Surprise Surprise e Sunny Day, ma va bene.
Digressione sull’ukulele, dove spiega che se l’ukulele fosse stato inventato dagli italiani, sarebbe stato molto, mooolto più antico. E costoso. E avrebbe avuto 8 corde. Il che, dice ripensandoci, in effetti c’è, e si chiama Mandolino. Ops!
Sleepless nights con solo mandolino e due voci, sua e di Hansard a cappella, senza amplificazione, nell’acustica perfetta del teatro, dove tutti zitti e immobili ascoltava no senza fiatare, per me è stato un momento memorabile.
Bad, degli U2. Bé, è solo una cover certo ma… È Bad.


Su Jeremy scende tra il pubblico. Un ragazzo cerca di sfondare per raggiungerlo, e Vedder lo ammonisce: No! Don’t come, don’t push… Stay! E va lui dal ragazzo, e poi in mezzo alla pedana dei disabili, cantando e stringendo mani. Tanti bambini, tanti fan felici. Non mi viene spesso alla mente la parola Famiglia pensando a certi concerti rock, ma ieri sera sì.
Dietro, il mare e le lucine del porto, l’ombra cupa del vulcano sullo sfondo, e noi in mezzo a pietra millenaria, illuminata in viola e oro, blu e nero, eretta da uomini che sognavano, bevevano, bestemmiavano proprio come noi, cercando un posto nel mondo, e un senso a tutto ciò. Probabilmente qualche tragedia di Sofocle, o qualche canzonaccia da taverna li ha aiutati, così come noi ci rivolgiamo ai nostri aedi, che hanno chitarre e amplificatori.
Ha ragione Borges, tutto accade per la prima volta nelle umane vicende, ma in un modo eterno.

Poi tanto altro, ovviamente, tanto rock, passione, un po’ di furia, paura, e amore. Ma per quello poi arrivano le vere recensioni di chi di musica ne sa. Noi intanto ci ributtiamo in fila per la seconda sera, ché si bissa.

Foto di Marzia Fumagalli e Fausto Casadei 

Set list 26 giugno 2017, Taormina Teatro Greco

01. Long Road
02. Bad (U2)
03. Wishlist
04. I Am Mine
05. Can’t Keep
06. Without You
07. Sleeping By Myself
08. It Happened Today (Buck, Mills, Stipe)
09. Drifting
10. Setting Forth
11. No Ceiling
12. Far Behind
13. Guaranteed
14. Rise
15. Picture In A Frame (Brennan/Waits)
16. The Kids Are Alright (Townshend)
17. Out Of Sand
18. Better Man/Save It For Later (Charley, Cox, Morton, Steele, Wakeling)
19. Porch
20. Isn’t It A Pity (Harrison)
21. Crazy Mary (Williams)
22. Jeremy
23. “Heroes” (Bowie, Eno) parziale
24. Just Breathe
25. Lukin
26. Song Of Good Hope (Hansard) with Glen Hansard
27. Sleepless Nights (Bryant, Bryant) with Glen Hansard
28. Society (Hannan) with Glen Hansard
29. All Along The Watchtower (Dylan) with Glen Hansard & Strings
30. Hard Sun (Peterson) with Glen Hansard, Red Limo string quartet (singing) and Ed’s daughters

Eddie Vedder in Taormina #EddieVedder #Taormina

Gestore: eqquindi qui per il concerto siete?
Inqui: Sì ma io sono scesa due giorni a catania per vedere un po’ la città.
Gestore: Essì ha fatto bene, sennò muoversi solo per questi concerti non ha senso.
Non ti allargare con queste osservazioni però, a gestore, non ha senso non ha senso, SI FA PRESTO, a dire non ha senso.

 

REM Palatrussardi #REM #concertorock

Come da piano quinquennale, butto un po’ di magliette rockenrolle che mi hanno stufato o perché vecchie, ripiego le magliette nuove secondo ordini di portabilità e indici di figosità, sprimaccio quelle inossidabili per me preziose come un vinile, e infine passo un’ora e mezza nel bimbomondo, con la testa nel bauletto dei ricordi, quello che contiene le magliette fuori taglia, fuori misura, fuori limiti di resistenza perché le ho messe così tanto che un solo altro lavaggio le disintegrerebbe. E che ovviamente non butterò giammai. Per esempio. Palatrussardi 1989, direi. Uno dei primi concerti che ho visto, semi vuoto perché era prima della massa e Out of time e Losing my religion. Mi ricordo di una tipa di fianco a me con una rosa rossa, “La voglio dà a Maicol”. Ed è pure bruttarella, sta maglia. Eppure.

More than you know #eddievedder #taormina #europeantour

Ieri ho studiato per bene il comunicato che lo staff di Eddie Vedder ha pubblicato per i fan, in cui si enunciano poche semplici regole di ingaggio per andare ai suoi concerti (il suo tour solista è partito due giorni fa ad Amsterdam). La cosa che più risalta all’occhio è la proibizione di portare zaini, o borse di una certa grandezza. Viene proprio specificata la misura adeguata, sopra la quale la security non farà entrare né il fan nè la borsa. È ovviamente un altro segno del nostro nuovo ordine mondiale: chi va ai concerti una volta all’anno se va bene, non ne sarà troppo sconvolto. Chi ne vede regolarmente, soprattutto di quelli grandi dove stai in gioco tutta la giornata e poi la sera del concerto, sa che lo zaino è vita, amico, compagno: ci sono i panini e la cerata, i documenti e il carica batterie, un cappellino e i fazzoletti, le stampate di ticketone (per i furii di questo mondo) e i succhi Ace. Negli anni il mio zaino è stata la mia stampella, pieno di tutte le cose che mi avrebbero agevolato in giornate di infinita attesa: autan e acqua, una maglietta in più per la sera o in casi di pioggia, la felpa, la pochette degli assorbenti, le mentine, gli occhiali di ricambio, un astuccio con qualche medicinale indispensabile. Sì, voi ridete. Ma se fate due giorni di fila in Svezia in coda, non volete un attacco di squaraquas da gestire nei toi toi senza imodium. E senza salviettine. E se siete da soli nel nuovo mega polo concertistico di Arnhem e avete da passare la jurnata in mezzo ai locali, pur se carinissimi e gentili, fa sempre comodo avere un libriccino sottomano per le ore di attesa. E poi ci sono stati anche concerti in inverno, al freddo di Londra o Albany, e una sciarpa o un maglione in più trovavano sempre generosamente posto nelle tasche del mio generoso zaino ciccione. Ne ho sempre avuti due a rotazione, gli ultimi presi in America, amatissimi, zozzi, irriducibili. I miei zaini hanno combattuto con me contro ordalie di giornate in coda per venticinque annate di concerti, sono resistenti, impermeabili e di amabili colori, ma una cosa non possono fare, resistere a dei vigliacchi assassini bombaroli che prendono di mira il popolo dei fan che va ai concerti. E quindi, il loro tempo è passato. Troppo ingombranti, troppi rischi per la security, troppo lavoro in più per i controlli, che si elimina alla radice proibendone l’uso. Era da un po’ che me lo aspettavo, in Svizzera è già così, in America all’ultimo Giants Stadium mi hanno rispedito indietro, e per fortuna che in macchina avevo una sacchetta di plastica in cui travasare le poche cose davvero indispensabili. È così, ormai. Ed è brutto, ovviamente. Ma l’alternativa è peggio, l’alternativa per me non è accettabile: io ci vado, io continuo ad andarci, io non smetto. No. Sarò più scomoda, pazienza. Sarò anche più triste, dentro, è ovvio. Meno serena. Ma io vado. E domani vado a cercarmi una bella borzettina un po’ dark delle dimensioni giuste, e voi bombaroli sucate.