Dr. Sleep, Stephen King

Premessa: questo pezzo contiene spoiler, taanti spoiler, brutti spoiler, fan avvisati mezzo salvati

Mi sa che inizierò dicendo che a me è piaciuto parecchiamente. In generale mi pare di capire che ai fan piaccia. A quelli che non hanno letto proprio tutto del Re, e comunque non si definiscono propriamente fan, non tanto. Parecchiamente comunque per me lo assesta a un bel tre stelle, mooolto lontano da The Stand o It o The Mist o anche 22/11/1963, chiaro. Se fosse Springsteen, e per me King E’ Springsteen sul piano letterario, direi che mi va a livello di The Rising, ecco. Tanta robba, e buona. Eccezionale, no. Da farti piangere strappandoti i capelli e ringraziando Dio che ti ha permesso di leggere anche questo, no. Felice e contentizia, sì.
Detto ciò, cominciamo.

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Il libro è stato presentato come “l’attesissimo seguito di The Shining”, premessa che secondo me un po’ travia, nel bene e nel male. Se dici seguito, forse molti partono per questo viaggio aspettandosi fantasmi e atmosfere da Overlook, claustrofobia, cupezza, corridoi, angoscia.
A me, tanto per dirne una, The Shining non è piaciuto quasi per niente. Ho fatto il grave errore di leggere il libro dopo aver visto il film, cosa che faccio a volte senza problemi perchè tanto il libro poi è meglio. Stavolta, raro rarissimo caso, più o meno tutti (tranne King, D’OH), concordano sul fatto che il film è meglio, anzi è proprio in un altro campionato. Per cui l’ho finito, e l’ho messo nel dimenticatoio di molti altri libri di King (perchè tanti ne ha scritti, tutti li ho letti, pochi sono poi rimasti ad accompagnarmi). C’è da dire che anche di quelli letti una volta e poi lasciati, in genere mi rimane un qualcosa, un’immagine, un ricordo, un’angoscia: alcune frasi di Christine, la zia e Tak in Desperation, il giorno in cui vanno in moto in Rose Madder, l’alieno che mangia in l’Acchiappasogni. Del libro Shining non mi è rimasto quasi nulla, è senz’altro colpa di Kubrick, ma questo è. Non mi ha neanche fatto rabbrividire di bruttezza come i Tommyknockers o Insomnia, per dire, sempre sia lodato per questo.
Quindi quando è arrivata la notizia che stava uscendo “l’attesissimo seguito di The Shining”, non è che avessi tutta sta grande aspettativa, se non forse per un seguito più che potabile come è successo ne La casa nera versus il Talismano. So che altri sono rimasti delusi perchè non fa tanta paura, e apparte che bisogna un po’ definire il discorso di “fare paura”, io non parto neanche con questa aspettativa, dal Re. Se ha voglia di farmi piangere, o ridere, o di farmi accendere la luce perchè a letto mi è tornata in mente un’immagine che ha evocato, so che lo può fare. UUUUH se lo può fare. Ma non è che me lo aspetto, non dopo 50 romanzi e non cominciamo neanche a contare i racconti. Sono una Fedele Lettrice, e lo seguo dove vuole.

True Knot

Per me, Doctor Sleep è un onesto seguito con una sua brava storia che si regge in piedi da sola per bene. Chi non ha letto The Shining, o non ha visto il film, può leggerlo tranquillamente.
Mi è piaciuto Dan e la sua discesa nei bassifondi, mi è piaciuta la sua resurrezione, il suo lottare per rimanere sano e per dare un senso alla sua vita e al suo “dono”.
E’ un libro lungo e per alcuni versi lento, ma non direi pesante.
I cattivi sono brutti e cattivi e bastardi, e io mi sono angosciata dal primo quarto del libro in poi perchè ho cominciato a paventare cosa sarebbe successo alla resa dei conti finale, 400 pagine pià in là.
Sono arrivata allo scontro finale con le palpitasioni, come dice filippo per The Shining, e poi beh insomma, i finali di King, si sa… sono un po’ deboli. Alla fine ti sembra di aver corso mille miglia per arrivare al traguardo da sola perchè tutti se ne sono andati e non c’è nessuno, neanche una bandierina al fotofinish. Ti viene proprio da dire MBEH? tutto qua?
E’ bello, secondo me, solo fino all’agguato nella radura ai tre bastardi del True Knot, quando non si aspettano resistenza e vengono ammazzati come meritano, increduli perchè per secoli hanno cacciato bambini inermi e non si capacitano di trovare qualcuno che non solo reagisce, ma gliele suona proprio. Bastardi. Gioisci, ne godi, e poi cominci a capire che per una volta i buoni avranno vita facile: i poteri di Abra sono veramente eccezionali, e alla fine Beth the Hat neanche al suo massimo potrà mai competere. Quindi se capisci che il tuo cattivo è una mezza sega, bah. Un po’ di anticlimax c’è, indubbiamente.

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Ma un libro come ben sappiamo non è solo il suo finale. Quindi a me è piaciuto, tema, svolgimento, e anche post finale, questi sguardi sulle vite future di Dan e Abra. Certo, vent’anni fa King avrebbe fatto morire Dan e i genitori di Abra e Billy, lasciando spazio a una Beth che se ne va ma forse torna. Forse sta solo dormendo per un po’. “Torno per te, Abra cara”. Ma vent’anni fa aveva anche scritto ben altro, e comunque siamo qua, non vent’anni fa.
Tre stelle, via lissio e pedalare.

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22/11/63 Stephen King

Nella notte di Natale ho finito l’ultimo libro di Stephen King, 22/11/63.

Mi ci sono immersa come ho quasi sempre letto i suoi libri: di fiato, togliendo tempo a tutto quello che ho intorno perchè devo tornare a quella vita e a quei personaggi, devo vivere con loro ogni momento possibile, devo vedere cosa succede, devo sapere (il DEVO, come i lettori di Misery ben sanno, non è usato a caso).

Mi ha preso circa dopo dieci pagine, mi ha agganciato al:  I felt good.
Until I saw Derry, mi ha un po’ perso tra Jodie e Forth Knox e lo studio di Lee Oswald, è tornato ad arpionarmi nella corteccia cerebrale dall’attentato a Kennedy fino alla fine,  e mi ha lasciato con la consueta desolazione di quando chiudi un bellissimo libro e vorresti solo tornare là fra quelle pagine per un altro po’.

E’ ambientato per la quasi totalità negli anni Sessanta, il periodo d’oro della White America: Camelot alla Casa Bianca, le rivoluzioni sessuali, politiche e per i diritti civili ancora lontane,  Cadillac color pastello, gonne svasate, rock’n’roll e swing, milk shakes e Norman Rockwell.

Il passato, apprendiamo, è tuttavia non solo ostinato, ma anche difettoso: i neri non sono animali ma neanche propriamente persone, lo dice la Bibbia; gli ebrei vanno giusto bene per farci affari, non per essere amici; un uomo è il padrone a casa propria, anche se questo significa imporre la disciplina a suon di sberle e pugni alla moglie.

Noi vaghiamo in mezzo a tutto questo mano nella mano con il protagonista, cercando di capire cosa succederà, come e se si muoverà il futuro, perchè sia giusto alterare il corso della storia, potendo. Dato che stiamo viaggiando con il Re, ben presto scordiamo ogni cautela e ci lasciamo andare completamente, siamo Jack Epping, amiamo con tutto il cuore Sadie e i ragazzi e l’insegnamento, siamo onorati di trascorrere del tempo con Deke e Miz Mimi, viviamo e danziamo. Ci scordiamo che la Plymouth Fury è Christine, che la vita è un lancio di monetina, che l’ultima volta che siamo usciti dal buco del coniglio The Yellow Card Man era morto e nera era la sua carta, che il passato è ostinato per dei motivi non del tutto egoistici, e che Dunning è stato armonicamente ucciso ma a volte gli uomini cattivi ritornano. Perciò anche se sappiamo che il Re non è la Cartland, continuiamo incuranti per trequattrocento pagine a godere, finchè un bel mattino ci svegliamo e il lieto fine ha i denti, denti che azzannano e fanno male: il momento da cui poi tutto andò male non è solo l’assassinio di Kennedy, il migliore dei mondi possibili non ci sta necessariamente aspettando a braccia aperte, l’amore è importante ma a volte non può essere tutto, e soprattutto what goes around turns around.

fury

Penso che questo sia uno dei migliori libri di King per molti motivi, perchè è una buona ricostruzione storica e un ottimo romanzo, perchè è scritto bene e ha grande capacità di emozionare, perchè è maturo ed epico, e soprattutto perchè ci lascia con il messaggio dolceamaro che a volte l’ultimo vero bacio che ti hanno dato è roba di anni e anni fa, e va bene così.

Il Re

… e i Kinghiani.

“King per me è Gesu’. Nel senso che c’e’, sempre. Non l’ho mai visto dal vivo, non ho mai letto un’intervista, non so che voce abbia e sono piu’ o meno 30 anni che mi regala emosioni a modiche cifre.
L’incidente lo ha rigenerato, secondo me si è pure ripulito dentro e fuori. Duma Key merita sicuramente una rilettura fra qualche anno. The Dome è bello corposo, da la sensasione di averlo gia’ letto e tutto cio’ mi piace. Secondo me pratica qualche disiplina new age o orientaleggiante, ma è rimasto quello di una volta.
forza Gesu’, lunghissima vita al re”.

La Brazza

Amen.

Io aggiungo che se nella vita hai letto The Stand e It, puoi pure morire felice.

Se non hai letto La nebbia e Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, Stand by me, il Talismano, Dolores Claiborne, La metà oscura, Il miglio verde, Misery, Le notti di Salem, qualcosa della Torre nera e un po’ di racconti, da Crouch End ai Langolieri, purtroppo non sai niente. Se hai visto i film e pensi di saper qualcosa e che ti basti, devi solo essere straordinariamente consapevole della tua aridità. Ma poichè nella mia vita i due insiemi, gente che non legge Stephen King e gente che pensa che i film siano meglio dei libri, non si intersecano, ti ignoro bellamente, e arrangiati.

Per me King è il corrispettivo letterario di Bruce, è nella mia vita da quando avevo tredici anni, e lo amo.

Amo anche abbastanza il Dobner, perchè senza di lui penso che non sarebbe stata la stessa cosa, ennò. Il Dobner è, seguendo questo mio parallelismo, il Max Weinberg o il Clarence di King.

Come tutte le passioni serie, non è stato un amore facile, per anni dai Tommyknockers a Insomnia passando per l’Acchiappasogni mi sono chiesta dove fosse finito il Maestro. A dire il vero anche in certe opere meno apprezzabili o apprezzate, a un certo punto lo ritrovavo. Sei lì che leggi Gli occhi del drago e c’è quella scena in cui Randall Flagg corre su per le scale a chiocciola con un’ascia bipenne pregustando il sangue che spargerà, e dici AH.

O finisci Buick 8, proprio alla fine, e c’è quell’immagine di un mondo alieno che si intravede, con cielo viola ed erba blu, e il cappello dello sceriffo scomparso inchiodato lì a monito per futuri visitatori. BRRRR.

O la Tempesta del secolo, quando il bambino si volta alla fine mostrando quel volto, e quegli così inumani. Mamma mia.

Ma anche cose più delicate, quella scena perfetta in Rose Madder quando vanno per la prima volta in moto insieme, o il tempo che passa insieme alla vecchia madre il protagonista di Riding the bullet.

Quindi in realtà è facile capire perchè noi Fedeli Lettori siamo andati avanti nonostante, per tutti questi anni. Perchè poi arrivavano La bambina che amava Tom Gordon e Cell, e Duma Key, finalmente. E perchè se hai fede veramente, non è che abbandoni solo perchè non è facile.

Tra l’altro non c’entra un cazzo, ma mi sono ricordata di quella volta che ho visto per la prima volta una sua fotografia, era sul Mucchio Selvaggio negli anni 80, e mostrava un uomo orrendamente brutto sul set di un orrendo film (Brivido)(e rabbrividiamo ma veramente) con indosso una maglietta rossa che diceva, testuale, in italiano: Che cazzo stiamo facendo qui?

Appunto.

E quindi, io lo amo, forza Gesù, e lunga LUNGA vita al Re.

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Komma: Il re per me ha la stessa funzione di Bruce.
Io leggo (ascolto) tanta roba, mi capita di ascoltare album metal, anche trash metal, anche per un bel pezzo, mi capita, mi è capitato di avere periodi lunghissimi in cui mi ascoltavo i Cure nella mia cameretta, con i loro testi cupi e le loro atmosfere buie, mi capita di avere periodi folk in cui una chitarra e una voce sono abbastanza per riempire la mia voglia di emozioni. Mi capita di riempire i silenzi con i lunghi soli dei Floyd, con le atmosfere dei primi genesis, i marillion (avevano iniziato così bene poi dove sono finiti??)…con quantalate di altri cantanti o gruppi.
Ma poi ritorno sempre a Bruce. E quando lo rimetto su dopo esserne stato senza per un po’, è come quando fai un viaggio e torni a casa, che il viaggio lo hai sognato per un po’, lo hai fatto, hai visto dei bei posti…ma cazzo…casa tua è sempre casa tua…il tuo letto…il tuo frigo….cazzo…è casa tua…
e questo è Bruce…quando parte la voce, quando sento un solo di sax…cazzo…quella è casa mia…
E così è il re…mi piace leggere…ho tanti autori che adoro…ma King…..eh…King….CAZZO…quella è casa mia….

Big driver, A good marriage – Stephen King

Ogni tanto mi capita di dover rileggere qualche racconto di King, non a caso parlo di DEVO: devo proprio sapere come stanno quei personaggi, ma quant’era bella quella storia, devo rileggerla. Alcuni racconti del Re per me sono capolavori: ci sono volte in cui si autoconfina e miracolosamente tutti i parametri, durata, dialoghi, personaggi, emozioni si fondono perfettamente. Questo raramente succede nei suoi libri, anche se ovviamente a volte è successo, essendo King. Ma con le sue storie brevi accade più sovente.

bigdriver

E’ da un po’ che mi rimbalzano in testa due suoi pezzi presenti in una raccolta molto molto buona, Full dark no stars (Notte buia niente stelle) che ha tre storie eccezionali su quattro totali. Uno non lo rileggerò mai, MAI, gesùmmmaria, è quello dei topi, 1922. Maronna mia sto ancora tutta sconvolta dopo due anni che l’ho letto. E i topi e la moglie ammazzata e lo sgozzamento e la mucca nel pozzo e il figlio e minchia. Non me lo scorderò mica mai. Ma minchia se è bello. Minchia però i topi. Poi ce n’è uno così così, Fair extension, e due davvero buoni, questi di cui vi parlo: A good marriage e Big driver. Entrambi sono diventati film, che non sono sicura di voler vedere, raramente le trasposizioni cinematografiche di King meritano (cito Stand by me di Reiner, Kubrick ovviamente anche se il Re non è d’accordo, e Tarabont con il Miglio verde e Le ali della libertà), uno poi se non ho capito male è in realtà un film per Tv, per l’amor diddio.

Big driver e A good marriage ruotano intorno a due protagoniste femminili, due donne normali, schive, tranquille, che una mattina si svegliano e si ritrovano il mostro accoccolato sul petto.

A good marriage è la storia di Darcy, una timida donna di mezza età sposata da 27 anni con Bob Anderson. Il giorno in cui la sua vita cambia, il giorno della scoperta, inizia in modo del tutto ordinario. Il marito è un contabile ed è in viaggio d’affari. Lei riflette su quello che è stato il loro matrimonio, che è stato un buon matrimonio: un fuocherello iniziale e poi tanto tanto affetto, sintonia intellettuale, amicizia, complicità. I buoni matrimoni, pensa Darcy, sono un insieme di concause: sono le mille piccole cose che si sono fatte insieme, che si sono imparate dell’altro, che si è imparato a sopportare, dell’altro. Sono le preoccupazioni e le risate, i figli e i genitori anziani, le bollette e le vacanze. Sono, soprattutto, i compromessi, e la voglia di farlo funzionare, da entrambe le parti.

E poi, una bella sera, Darcy apre il vaso di Pandora, la porticina segreta del castello di Barbablù: per un caso fortuito scopre che il marito è un famoso serial killer, ricercato per le barbare e crudeli uccisioni di diverse donne e di un bambino. E questo è brutto, ma non è brutto abbastanza: il marito, che ovviamente non è rimasto un serial killer impunito per svariati anni senza avere istinti affinatissimi, intuisce immediatamente che lei sa ora la verità, e la affronta subito, prima che lei possa raccogliere i pensieri. Le prende le mani, la abbraccia, le assicura che tutto è colpa di un mostro che lui ha dentro, che il vero Bob è il marito che ha avuto al fianco per tutti questi anni. Fa leva sulla preoccupazione per il futuro dei loro figli, che sarà distrutto dall’inchiesta, e promette con le lacrime agli occhi che se Darcy potrà tacere, lui smetterà di uccidere.

Mentre lui parla, mentre lui la coccola e la conforta come ha sempre fatto in questi 27 anni trascorsi insieme, e si infervora a spiegare e a perorare la propria causa, Darcy tace. Nella sua mente febbricitante si fa largo una memoria lontanissima, di quando era bambina e per la prima volta ha visto la propria immagine nello specchio. Lì, appena quattrenne, è la madre a trovarla mentre spia dentro lo specchio, assorta, trattenendo il fiato per non appannare il vetro. Quello che lei vede al di là dello specchio, pensa Darcy bambina, non è la stessa cosa che c’è di qua. Sembra, ma non è lo stesso mondo: e se guardi bene bene, senza distrarti, vedrai che comincerai a trovare le piccole differenze, gli angoli più bui, le ombre. Quella degli specchi fu una fantasia infantile di breve durata, soppiantata dopo poco da nuove bambole e altri giochi. Ma ora dopo tutti questi anni, seduta sul letto con un marito che le si sdoppia davanti agli occhi, ora serial killer, ora marito devoto, ora uomo pentito, ora papabile assassino su una sedia elettrica, Darcy pensa che ha finalmente trovato la strada per il mondo nello specchio, con il Marito Oscuro seduto nell’ombra. E mentre cerca di concentrarsi, di pensare a cosa fare, di trovare la soluzione più giusta, capisce che l’unica cosa che può fare al momento è fingere con Bob che tutto vada bene, che quello che lui dice abbia un senso e che lei si trovi d’accordo. Poi raccoglierà i pensieri, capirà cosa fare, avviserà forse le autorità.

Ma poi, realizza Darcy con orrore, non sarò mai capace di mentirgli: capirà subito che non sono sincera, come ha capito subito che avevo scoperto la verità. Mi conosce troppo bene, da 27 anni.

Ed ecco che arriva la risposta dalla Moglie Oscura, la Darcy che vive nel mondo dello specchio: Certo, che puoi mentirgli. E ci riuscirai. Non l’ha forse fatto lui, con te, per tutti questi anni?

Qui finisce la prima parte del racconto. Quello che segue, al di qua e al di là dello specchio, è ciò che accade quando si tratta di dover scegliere non tra la strada facile e quella difficile della vita, ma di intraprendere l’unica via rimasta, giusta o sbagliata che sia, e andare avanti fino alla fine. King dice che la gente è buona o cattiva a seconda di quanto le circostanze la lascino essere; e quello che Darcy scoprirà di essere lo scoprirete se vi andrà di leggere la sua storia, che merita assai.

Big Driver è la storia di Tess, una riservata scrittrice di gialli con trame à la Jessica Fletcher, che vive una tranquilla vita con il suo gatto, i suoi libri e le occasionali presentazioni in libreria. Non sappiamo molto della Tess pre-buco nero: solo che ha una particolare idiosincrasia a viaggiare, per cui affronta solo presentazioni a breve distanza da casa; che ha un diploma in sociologia preso prima di scoprire di avere un dono per le trame elaborate in salsa Miss Marple; e che è molto parsimoniosa, ma ha almeno una spesa stravagante all’attivo, un paio di orecchini di diamante.

Poi arriva il giorno del buco nero: di ritorno da una lettura in biblioteca, Tess viene brutalmente assalita e stuprata da un camionista, picchiata e lasciata per morta in un canale di scolo. Ma non è morta, e riesce ad arrivare a casa. E’ terrorizzata, ha momenti di black-out e molti lividi e lacerazioni, ma è viva. Dovrebbe quindi ora chiamare la polizia, fare denuncia, attivare la macchina investigativa, perchè nel canale di scolo ha avuto modo di osservare con orrore che ci sono altri corpi, altre vittime meno fortunate di lei, e ha quindi una precisa responsabilità anche verso queste povere donne, perchè il loro assassino venga preso.

E proprio mentre sta per comporre il numero, una voce fredda e molto razionale nella sua testa, una voce mai sentita prima, le pone una semplice domanda: E’ tutto molto giusto, ma a te cosa viene in tasca?

E’ tutto proprio molto molto legittimo quello che pensi di fare, Tess. Ma a te, cara, a te, cosa spetta, esattamente?

E Tess riaggancia il telefono. Abbraccia il gatto, si medica le ferite, tira fuori la pistola che aveva in casa per autodifesa, e va a letto. Pensa. Pensa che se è brava abbastanza da scrivere complicatissime trame per gialli, può anche cavarsela nel somministrare la giusta punizione all’uomo che l’ha stuprata e quasi uccisa. Sa che la voce che le parla non è sana, che il diavolo vive di menzogne e false promesse, che una volta intrapresa una certa strada non si può tornare indietro. Ma sa anche che quella voce è solo un’altra parte di lei, e decide di darle ascolto.

Il mattino dopo si alza, e la vendetta ha inizio.

Questa è una delle mie storie favorite perchè mi piace questa apparente insensata trasformazione da donna tranquilla in dea della vendetta, ma la realtà è che tutti, io penso, abbiamo quella voce dentro. In genere decidiamo di non ascoltarla, di essere buoni cittadini e brave persone. Ma il diavolo vuole quello che gli pare, e a volte riesce a farsi ascoltare. E quelle volte, King è lì con la torcia per illuminare quell’angolino buio che pensavamo di non far vedere mai a nessuno.

Bellissimi racconti, 4.5 su 5. Lunga vita al Re.

Letteratura paranormale: vampiri

Da una discussione di qualche giorno fa è uscita la figura del Vampiro, da sempre letteratura affascinante per uomini donne grandi e piccini. Si sono fatti alcuni titoli di libri, e per completezza provo a parlarne qua.

Salem's-Lot

Il vampiro, o revenant (colui che ritorna, nello specifico dalla morte) è una figura di mostro che risale all’antichità e appare in diverse mitologie: Mesopotamica, Ebraica, Greca, Romana, ma anche del Sud-Est asiatico. Il folklore più radicato è però rimasto nei Balcani, dove storie di demoni succhiasangue (o succhia vita) si tramandarono per generazioni causando in alcuni periodi storici anche documentati isterismi di massa. Le origini del culto sono diverse, tutte però probabilmente originate da credenze religiose di vita oltre la morte, unite a sfortunati casi di sepoltura prematura, di morti apparenti, di ritardata decomposizione del cadavere, di malattie non spiegate che colpivano gli stessi membri di una famiglia o di un singolo clan, tutti episodi che negli anni del Medio Evo e poi a seguire venivano indicati come un chiaro segno di presenza demoniaca.

La figura di vampiro come lo intendiamo noi, gentiluomo che si aggira in tight azzannando fanciulle della nobiltà bene, ci arriva tramite il medico di Lord Byron, John Polidori, che sviluppò un’idea di Byron stesso. Durante un viaggio sul Continente nel 1816, Lord Byron affittò una casa sul lago di Ginevra, dove furono suoi ospiti per l’estate il poeta Percy Bysshe Shelley e la sua compagna Mary Godwin (Shelley era un uomo sposato e intratteneva una scandalosa relazione con la Godwin, fortemente ostracizzata in Inghilterra) (la Godwin, ma anche la relazione). Era un’estate piovosa, e il gruppetto si annoiava, così una sera Byron propose che ognuno scrivesse un racconto di fantasmi (ai tempi l’orrore era associato per lo più a storie di spettri e demoniache presenze) da leggere poi agli amici. Da quella serata poco nota uscirono cose favolose.

Il Percy Bysshe scrisse non una ma cinque storie di fantasmi.

Mary Godwin (che poi sposò l’amante dopo il suicidio della di lui moglie, divenendo per il mondo Mary Shelley) dopo giorni spesi a meditare, per l’occasione della sfida scrisse le basi di Frankenstein, o il Moderno Prometeo, romanzo sul quale lavorò poi per due anni e che pubblicò nel 1818.

Lord Byron cominciò un breve racconto che gli venne subito a noia e che lasciò quindi incompiuto, in cui narrava le vicende di due amici che si imbarcano nel Gran Tour. Il più anziano dei due si ammala di un morbo misterioso e rapidamente deperisce fino a morire in Grecia. La storia di Byron finisce qui, anche se parlandone con gli altri raccontò poi il finale non scritto: l’amico ritorna in Inghilterra dopo mesi, e trova il morto, o non-morto, nella sua casa, a corteggiare la sorella.

Polidori, come abbiamo detto, visto che Byron si era bellamente dimenticato dell’idea originale del racconto, la fece sua, e scrisse The Vampyre, giudicato dalla critica come La prima storia a fondere efficacemente tutti i disparati aspetti del fenomeno flokloristico del vampirismo in un coerente genere letterario.

La trama è quella già vista mille volte, ma è LA PRIMA, e per essere la prima non è neanche malaccio.

Lord Ruthven, un misterioso, affascinante nobiluomo fa la sua entrata nella società bene di Londra, diventando amico di Aubrey, un giovane aristocratico. I due viaggiano insieme sul Continente, e in Grecia Aubrey ha un breve affair con la figlia di un oste, che tra un bacio e l’altro gli narra la leggenda del vampiro. Lord Ruthven che si era momentaneamente allontanato, ritorna proprio in tempo per la misteriosa morte della fanciulla, che la gente del villaggio attribuisce senza fallo a un vampiro. I due proseguono nel loro viaggio, vengono attaccati da banditi e Lord Ruthven letalmente ferito. Sul letto di morte fa giurare ad Aubrey sul suo onore di gentiluomo di non diffondere la notizia della propria dipartita. Qualche tempo dopo, Aubrey è a Londra e con orrore e raccapriccio osserva il ritorno del Lord, alive and kicking come non mai, che si mette pure a corteggiare sua sorella. L’onore per un gentiluomo è tutto, si sa, e Aubrey tace, ma la preoccupazione gli fa venire l’esaurimento nervoso. Muore mentre il vampiro sposa sua sorella, che dopo la notte di nozze verrà trovata dissanguata, con Lord Ruthven scomparso bello bello.

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Insomma, un romanzo gotico direi classico, che ebbe anche una serie di strascichi sui quali non mi dilungherò troppo: la figura di Lord Ruthven è il vampiro classico per eccellenza, quello da cui tutto discese: bello, ricco, affascinante, causa di irresistibili passioni nelle donne, e Polidori la creò spalmandola su Lord Byron stesso, dandy ammiratissimo nella società bene londinese. Byron non glielo perdonò mai, così come Polidori non prese bene il proprio licenziamento dopo il soggiorno in Svizzera. Una casa editrice entrata in possesso del romanzo lo pubblicò come “nuova opera di Lord Byron” e seguirono anni di lotte legali, più che altro da parte di Byron che non voleva assolutamente essere legato a letteratura “bassa”.

Ma la figura del vampiro era ufficialmente nata, e non se andò mai più. Il vampiro piaceva, soprattuto agli editori, perchè vendeva: storie raccapriccianti e sanguinose fioccavano nei giornaletti per il popolino, finchè arrivò Stoker.

Bram Stoker spese anni in ricerche sul folklore balcanico, con particolare riguardo alla figura del vampiro. Viveva in un’epoca in cui molti scrittori (Kipling, Stevenson, Conan Doyle, H. G. Wells) pubblicavano romanzi dove creature fantastiche tentavano di invadere o di far crollare l’Impero Britannico, e anche questo influenzò il suo pensare. Un amico studioso gli parlò della figura storica di Vlad l’Impalatore, sul quale prontamente prese a documentarsi. Era l’assistente personale di un famosissimo attore, Sir Henry Irving, noto sul palco per il suo manierismo artistico, per la sua ricercatezza, eleganza, per il fine artificio di posa, e su queste caratteristiche Bram Stoker dipinse il Conte. Lesse quanto più potè sulla figura del vampiro, e finalmente diede alla luce The Dead Un-Dead, o come lo conosciamo noi, Dracula, nel 1897.

Il romanzo non fu un best seller. I critici apprezzavano la scrittura, e il pubblico vittoriano la storia: era un buon romanzo d’avventura dove il vampirismo viene dipinto come una malattia demoniaca che può diffondersi in contagio, e nell’epoca vittoriana dove si moriva per sifilide e tubercolosi le storie di morte con velati accenni di sesso e sangue erano certamente apprezzate.

Ma il mito moderno del vampiro si consolidò quando uscirono i primi film, in particolare il capolavoro di Murnau, Nosferatu, nel 1922.

Rimandendo però sui libri, è degno di menzione nel secolo scorso il racconto lungo Carmilla, di Sheridan LeFanu, del 1871, prototipo di una successiva legione di donne vampiro, e primo caso assoluto di protagonista lesbica vampiro, che sicuramente influenzò Stocker quando scrisse delle Mogli di Dracula.

Negli anni, infinite sono state le analisi della figura del Dracula di Stocker, da cui poi tutto derivò: fu il primo romanzo a larga diffusione, e fuse progressivamente tutta la letteratura passata sul vampirismo. C’è chi lo vede come un latente omosessuale, chi lo interpreta come una figura che incarna l’antico parassitismo dei nobili che per anni succhiarono il sangue ai contandini, chi lo vede come un semplice desiderio di poter credere che la morte non sia la fine di tutto.

Ma quello che rimane, è che al pubblico piace, perchè è immortale, perchè fa paura, perchè è in genere bello o per lo meno affascinante, perchè è potente, perchè ritorna.

E noi leggiamo, e non ci stanchiamo.

Di seguito, un breve elenco di libri più o meno famosi.

Richard Matheson Io sono leggenda, 1954.

Bellissimo. BELLISSIMO. Un virus ha trasformato l’umanità in vampiri, l’unico superstite è uno scienziato che tenta di scoprire un virus che reversi il processo, uscendo di giorno e barricandosi di notte in casa per sfuggire alle orde di non morti. Non andrà come pensa. Se non l’avete mai letto correte in libreria. Ha avuto vari adattamenti cinematografici, l’unico sensato è l’allucinato Occhi bianchi sul pianeta terra (The Omega Man) con Charlton Heston, del 1971 .

Kim Newman, Anno Dracula, 1992.

E’ il primo di una serie di libri, questo per me è imperdibile. Non ho letto tutta la serie, mi sono fermata al terzo. Ma questo è eccezionale.

E’ ambientato in un mondo in cui storicamente i fatti seguiti alla fine del romanzo Dracula di Stocker sono andati diversamente: nell’ultima battaglia Van Helsing è stato ucciso dal Conte, e il vampirismo si è diffuso in Inghilterra. Tecnicamente si potrebbe definire steampunk, io pensa. Non è solo bello per la trama, ma per il continuo apparire di personaggi storici e letterari dell’Inghilterra vittoriana riarrangiati all’uopo per le nuove vicende. Fantastico.

Anne Rice, Vampire Chronicles

La Rice è famosa come la sua rivale che vende leggermente meno, Chelsea Quinn Yarbro, per aver sdoganato il sesso, che è sempre stato presente ma in sottotono nei romanzi sui vampiri. E’ molto molto amata dal pubblico, per me scrive male e se la tira. Ma sono opinioni, alla fin fine. Ne ho letti due o tre, e poi mi sono data a cercare altro.

Whitley Strieber, The Hunger (1981)

Non conosco questo romanzo, me lo sto segnando or ora mentre stilo la lista. E’ certamente più famoso il suo adattamento cinematografico di Tony Scott, con Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon.

E’ la storia di un antichissimo vampiro femmina che sceglie amanti umani per trasformarli in vampiri-ibrido così che possano rimanere con lei per molto tempo, ed è abbastanza inusuale perchè introduce il tema diciamo criminologo, del procurarsi vittime senza sollevare sospetti nella polizia.

George R. R. Martin, Fevre Dream, 1982.

Anche Giorgino si è dilettato coi vampiri, romanzo ambientato sul Mississippi nell’epoca dei grandi battelli. Perchè non ho questo libro, mi domando??? corro su amazon e ritorno per voi.

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Stephen King, Salem’s Lot, 1975.

Questo è il romanzo sui vampiri per eccellenza, se non l’avete andate in bagno e sputatevi allo specchio da soli, poi uscite e andate in libreria.

Questo è un romanzo sporco, cattivo, e FA PAURA. E non è solo bello perchè i vampiri fan paura, invece di andare in giro vestiti come delle fighette à la Lestat. Fa paura perchè certi umani sono pure peggio dei vampiri. Leggetelo o vi faccio pisciare la cana sullo zerbino.

Robert McCammon, They Thirst, Hanno sete, 1981.

Solido romanzo horror, abbastanza classico: un detective e un giornalista indagano separatamente su una serie di sanguinosi (ah ah) omicidi a Los Angeles.

Let the right one in, Fammi entrare, John Ajvide Lindqvist, 2004.

Bel romanzo atipico, con protagonisti bambini ma temi estremamente adulti: alcolismo, pedofilia, omicidio, bullismo. E’ per certi versi disturbante ma mi è molto piaciuto.

Storie di Vampiri, Collana I Mammuth Newton Compton, Gianni Pilo Sebastiano Fusco

Antologia completissima che ho letto e riletto negli anni, per me una Bibbia. Ci sono più di settanta storie, alcuni racconti altri romanzi brevi, compresi Carmilla e uno di Conan Doyle.

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Tralascio le graphic novels, ma ci ritornerò in altra sede.

Col tempo, e a seconda dell’autore, il vampiro muta. Può essere cattivo, o semplicemente amorale, o solo un predatore che deve uccidere per sopravvivere. Può avere ancora sentimenti e quindi si sente in colpa se deve ammazzare innocenti per nutrirsi. C’è un filone che li vede più sul vegano (sangue sintetico) o sul solo sangue animale. Può essere guerriero o studioso, prigioniero di un campo di concentramento o famosa rock star, è un filone inesauribile.

E’ anche nato tutto un sottogenere di letteratura rosa paranormale, che io non disdegno in blocco, anzi. Mi piacciono la Feehan, e J.R.Ward. Ma ce n’è per tutti i gusti in realtà, basta cercare.

Ci sono anche quelli per gli young adults, alcuni buoni, altri meno, altri immeritatamente famosi tipo Twlight, che secondo me è proprio scritto male. Questi degli YA (gggiovani adulti) a me non piacciono in genere, c’è il gap culturale: io sono vecchia, sono quasi sempre ambientati al liceo (o scuole superiori ammericane) con tutti i patè d’animo della bella figheira che si strugge per lo scultoreo compagno emo-tenebroso ma viene anche cazziata dalla madre perchè non ha studiato algebra. Inoltre per ragioni puritane spesso consumano poco e male. Non ci siamo. Se non ammazzano umani per nutrirsi, almeno devono trombare, dico io.

E voi? che vampiro fa per voi?