Sit tight, take hold #BruceSpringsteen #ThunderRoad

“Penso che uno dei messaggi più importanti di Thunder Road sia che è una canzone di scoperta di sè stessi: se l’ascolti per la prima volta da adolescente, quando cominci ad avere i primi guai a scuola, o con i tuoi genitori (o entrambe le cose!), è una di quelle canzoni che ti parlano. Improvvisamente c’è un altro essere umano che ti capisce, che DAVVERO ti capisce, ed è un cantante rock’n’roll. E ti sta dicendo che va bene essere strani, o non omologati, o non particolarmente fighi, un giorno ne verrai a capo. Soprattutto, ti dice che non sei solo, in tutto questo. Ecco da dove molti di noi sono partiti, con quella canzone e queste parole. Ed ecco perchè porti Thunder Road dentro di te per tutta la vita”.

via Springsteen and Us

I think that one of the most important messages of Thunder Road is that it’s a song of self-discovery: if you hear it as a teenager for the first time, while your are having your first troubles at school, or with your parents (or both!), it’s one of those songs that speak to you. Suddenly there’s another human being in the world who gets you, who really GETS you, and it’s a rock’n’roll singer. And he’s telling you that it’s ok to be weird, or not conformed, or not fabulously hot, you’ll come around it one day. Above all, he tells you that you are not alone in all this. That’s where a lot of us started, with that song and those words. And that’s why you carry this song with you, forever.
Rebecca

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@Springsteen_Us #TheRiverTour2016Tickets #BruceSpringsteen

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E quindi mi ha scritto su Sprinzus una tizia che ha preso due biglietti in più per Washington e vorrebbe regalarli a qualche persona in difficoltà che potrebbe proprio aver bisogno di un concerto di Bruce. Non è bello tutto ciò? Così ho scritto un post in cui chiediamo ai fan di segnalarci qualche persona di Washington che potrebbe necessitare di un The river full album così in the face, e vediamo che succede. E pensare che c’è chi dice che Babbo Natale non esiste!

Springsteen And Us

Ok people, we happen to know that Santa in all his wisdom and joy is a BIG Bruce fan, and he’s hitting Washington DC right now. He is asking as an act of kindness for you to help bringing joy in a form of a Springsteen ticket to someone in need. If you live in Washington DC, it’s time for you to mail in your Christmas letter! please send it to this page, and tell us who you’d like to nominate to have a ticket, and why do you think they deserve a chance to see Bruce. Please consider to propose fans who have not seen Bruce in a while, or have not seen any show at all.

You can also PM me via Facebook, or write an email to: submit@springsteenandus.com

Thank you!
Lorenza

Come on, Stay!

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36 anni fa, dal 19 al 23 settembre 1979, si tennero al Madison Square Garden i 5 concerti per il No Nukes, organizzati dal MUSE,
Musicians United for Safe Energy, un gruppo di attivisti fondato da Jackson Browne, Graham Nash, Bonnie Raitt, Harvey Wasserman and John Hall. Il gruppo si batteva contro la proliferazione dell’uso dell’energia nucleare, movimento fondato poco dopo l’incidente allo stabilimento del Three Mile Island nel marzo del 1979.
Penso che la registrazione televisiva delle live performances di Bruce in quei concerti mise per la prima volta quelli della mia generazione faccia a faccia con quello che era il suo enorme potenziale dal vivo, la sola sequenza del bis di chiusura di Quarter to three mostra l’esperienza trascendentale in atto su quel palco, la vera, profonda anima di cosa un concerto rock sia (o dovrebbe essere): musica suonata come se gli strumenti stessero prendendo fuoco, un’energia così potente da trascinare la gente con te, una passione così forte per quel suono che non puoi a fare a meno, sia tu musicista o parte del pubblico, di saltare in piedi, suonare, gridare, cantare, in una parola sola, sentirsi vivi, e felici di esserlo lì.

I due concerti dei cinque schedulati in totale che prevedevano la presenza di Bruce erano differenti, e la ragione era Bruce medesimo, naturalmente. Il primo dei due fu uno dei concerti i cui biglietti andarono esauriti più velocemente nell’intera storia del Madison Square Garden. Il pubblico era principalmente costituito dai suoi fan, che durante gli altri set (i concerti duravano circa 5 ore in tutto con vari artisti che si alternavano sul palco) avevano poca pazienza per i preliminari. Il venerdì Jackson Browne fece un set più breve del solito, il sabato Peter Tosh suonò felicemente venti minuti di reggae seguito da Tom Petty che suonò duro ma sembrò un poco spiazzato dalla portata del luogo. Non era un pubblico facile per cui suonare. Sempre il venerdì, Chaka Khan lasciò il palco arrabbiatissima, perchè aveva male interpretato le grida dei fan durante la sua esibizione: sentendo i vari Bruuuuuce li fraintese per il classico Booooh usato dal pubblico statunitense per cassare chi si sta esibendo. Ma a dire il vero, ognuno dei performer in quelle due sere si prese i suoi bravi momenti di incitamento a Springsteen, che finalmente arrivò sul palco.

Cosa ci faceva Bruce lì? Una delle condizioni che aveva posto prima di accettare di esibirsi era stata quella che nessun politico avrebbe dovuto essere in programma. Fu l’unico artista a non rilasciare una dichiarazione alla stampa per spiegare i suoi motivi sulla decisione di unirsi al movimento antinucleare. Come spiegò Landau stesso: Bruce pensò che fare una dichiarazione non fosse appropriato, decidendo che lasciar parlare la musica fosse abbastanza. E aggiunse poi che aveva accettato di suonare solo dopo che fu spiegato che nessun politico avrebbe beneficiato dei soldi ricavati dagli eventi.

Questo comunque fu uno dei controsensi delle serate: la ragione per cui i concerti furono un successo finanziario oltre che artistico fu ovviamente la presenza di Bruce, l’unico con il potere di attrarre così tanto pubblico da esaurire i biglietti per due sere di fila (dei cinque concerti, l’unico sold out fu quello di venerdì) (capito? c’erano ancora biglietti per il sabato!!! a me un Tardis!!!). Ma allo stesso tempo con Bruce in programma la natura politica dei concerti andava un po’ persa: il suo pubblico era più giovane e meno impegnato di quello di Browne o Nash, e non aveva particolari preoccupazioni sulla causa contro il nucleare. Per esempio, i venditori di programmi quelle due sere tenevano il libretto aperto sulla pagina di Bruce, e quella sola immagine garantiva la vendita.

Quando Bruce arrivò sul palco, il primo momento fu un po’ teso, era la sua prima performance live in più di un anno, ma mentre il concerto prendeva vita (fu un set relativamente breve per lui, circa 90 minuti) si sciolse, e il pubblico con lui: era suo, tutti in piedi sulle sedie o nei corridoi sin dalle prime note, a gridare e cantare le parole di ogni canzone. Tutti gli artisti delle varie serate avevano cercato il contatto particolare, la giusta nota per far decollare il loro set. Bruce, oserei dire allora come ora, non è che doveva cercarla, la magia: arrivava sul palco, ed era lì.

Fu durante questi concerti che introdusse la sua nuova canzone The river, che doveva diventare la title track del suo nuovo album, un doppio che uscirà nel 1980. Condivise una bellissima versione di Stay con Jackson Browne, la grande voce di Rosemary Butler e il vocione di Big Man a far da contrappunto. Il Detroit Medley è l’epitome dell’espressione rock’n’roll live, furono concerti pazzeschi, Bruce e la Band in forma stellare, tutto il set forse un tono più leggero rispetto a quelli degli altri artisti.

E’ comunque una cosa di rara bellezza uscire dalla sua performance e sedersi ad ascoltare in silenzio Crosby, Stills and Nash cantare le stesse canzoni che avevano suonato a Woodstock, o perdersi in Running on Empty mentre Jackson Browne illumina quella parte di show. Alcune cose nella poetica del rock’n’roll non cambiano mai, per fortuna.

I concerti del MUSE per il No Nuke furono una cosa unica, per quei tempi: furono organizzati e presentati dai soli artisti, senza agenti o case discografiche, aiutati dal duro lavoro di volontari attivisti. Il pubblico assisteva comunque coinvolto e appassionato, in generale; erano ancora i tempi in cui la connessione politica e sociale era facile: se ascoltavi Hendrix e i Doors, la pensavi sicuramente in un certo modo sulla guerra del Vietnam e la politica, e avevi un punto di vista ben chiaro riguardo all’energia nucleare.

Jacksn Browne e tutti gli altri artisti del MUSE (Bonnie Raitt, John Hall and Graham Nash) suonarono sera dopo sera senza stancarsi e senza tensioni, senza momenti da prime donne e lavorando duramente anche dietro le quinte per portare avanti l’organizzazione di un evento così importante, cinque concerti con i vari artisti e pubblico e tecnici da sistemare e coordinare. E gli artisti, nomi importanti come i Doobie Brothers, James Taylor, Carly Simon, Ry Cooder, Tom Petty, Peter Tosh e Bruce Springsteen, e molti molti altri, si prestarono a suonare senza compenso sacrificando opportunità di guadagno.

No Nukes fu il più grande e impressionante raduno di musicisti mai occorso (fino ad allora) per un evento non-profit, e in fondo una testimonianza di come la generazione che era cresciuta negli anni Sessanta non avesse ancora perso gli ideali di pace e attivismo politico che avevano caratterizzato i loro genitori. Ancora ci credevano. Poi siamo arrivati noi, e gli anni Ottanta. Ma questa è un’altra storia.

 

 

Parla di un sogno, prova a realizzarlo.

Tra ieri e l’altro ieri due amici hanno in due diversi modi parlato con disprezzo della mia pagina di Springsteen and Us, uno ha fatto una battuta sul mio voler portare avanti la cosa intervistando gli altri fan per avere altre storie da raccontare, e l’altro mi ha con condiscendenza informato che Sì ogni tanto la guardo, ma cosa ti aspetti? la stai prendendo troppo seriamente. E’ Facebook, la vita vera è un’altra.

Le battute ci stanno, possono fare male ma se l’altro non sa cosa stai passando non è colpa sua, in effetti. Il tono paternalista del ventottenne che mi informa che la vita vera è altro, pure, fa male. Ma se non ci arriva adesso, a capire che l’arroganza dei pre-trentanni poi te la ritrovi su in de per, arrivati a una certa, ci arriverà.

Io sono disoccupata da un anno priciso priciso, da agosto 2014, il che vuol dire che non ho entrate da un anno esatto, e vivo dei miei risparmi e della pensione di mia madre. Le cose serie le paga mio fratello, che ne so, assicurazione macchina, dentista. In cambio cucino, mi occupo di mia madre, mando avanti la magione, faccio la spesa e curo gli animali e il giardino, insomma faccio la casalinga spinta e un po’ la badante. E’ un po’ una scelta, questa, certo. La scelta che ti trovi davanti quando ti chiudono in un angolo e capisci che dopo tre anni di precariato la tua carriera lavorativa sarà questo, foreva and eva: qualche mese di lavoro all’anno, se va bene 8 di fila, se va così così 6, in un call center distante 70 chilometri da casa, comandata (termine non scelto a caso) da un trentenne che ti parla di problem solving. Ho 45 anni, non sono laureata, e sono vecchia. Ho una carriera di tutto rispetto alle spalle in posti dove non è che prendevano i primi stronzi che passavano: 15 anni in aeroporto, 6 anni in un hotel cinque stelle lusso, inglese quasi perfetto. Ma è alle spalle. La verità, nonostante il meraviglioso job’s act, è che al mio posto prenderanno sempre una venticinquenne, magari meno capace, magari più lenta, ma più carina, più sottomessa, più malleabile, più preparata sulle nuove tecnologie. Questo tanto per “la vita vera è un’altra cosa”, pensando forse che io mi annidi nelle pieghe di FB cercando conforto e like.

Affittando quest’inverno il mio appartamento di Milano, avrò un’entrata fissa se pur minima che mi permetterà di andare avanti a seguire concerti e comprare libri, che è più o meno tutto quello che serve al mio sostentamento base. Purtroppo, nella vita ci sono anche i sogni, sti bastardi. E quindi il sostentamento base non basta, ti serve qualcos’altro.

Quando leggi di storie simili alla mia, gente fermata per strada nel mezzo del cammin di loro vita da un ostacolo un po’ grosso, ci sono quelli (pochi) che ce l’hanno fatta, e tirano sempre fuori la meravigliosa storia del “Devi reinventarti”. Devi osare, devi fare corsi, devi lanciare un’attività, devi provare a seguire i tuoi sogni. Spesso questi consigli ti fanno salire il cristo, perchè se hai figli o qualcuno a carico, non puoi buttare i tuoi pochi risparmi in una nuova attività che forse magari funzionerà fra sei anni. I tuoi sogni non pagheranno la macchina che ti serve per andare a lavorare quei 6/7 mesi annuali, e se non hai un aiuto esterno spesso lavorare come cani non basta. Però è vero che l’unica cosa che si può fare, oltre a lavorare come cani perchè non c’è rimedio o alternativa, è cercare di alzare la testa e non impazzire del tutto dalla frustrazione, e questo si fa assecondando una passione, qualcosa che ti tenga vivo dentro. La mia, è Bruce. E leggere. E scrivere.

E così ho aperto Springsteen and Us. Tutti i giorni, da ottobre scorso, leggo le storie che mi sono arrivate o ne cerco di nuove, le scrivo o ne preparo di mie, traduco, scelgo le foto, preparo i banner. Sono un paio di ore al giorno, quasi tutti i giorni, spese a parlare di Bruce con altri fan. E in mezzo a tutto ciò, preparo il libro, rivedo i testi, chiedo i permessi, sistemo, aggiusto, ne discuto con Marco, che non ringrazierò mai abbastanza. Perchè non mi considera scema o annoiante se gli chiedo un consiglio su una cosa da scrivere, perchè ci crede per primo ma soprattutto perchè vede che ci credo io, e allora sta dalla mia parte.

Non è un lavoro creativo in senso stretto, non mi permetterò mai di considerarmi una scrittrice; sono più nel campo giornalistico, anche se immagino che a dir così al ventottenne e affini si rizzeranno i capelli. Ma così mi vedo io, al massimo giornalista: mi chiedi un pezzo, oggettivamente te lo so scrivere, e anche bene. Stiamo parlando di realtà, e questo per me è realistico. Non mi “aspetto cose”, dalla mia pagina. Già aver la possibilità di scrivere un libro, magari parrà poco a voi, ma per me è tantissimo. Quando sarà pronto, non penso di vendere decinaia di migliaia di copie; se va bene, ne uscirà abbastanza per farmi un viaggetto nel New Jersey, certamente non ne ricaverò abbastanza da comprarmi una macchina. E quindi? e quindi io non vengo a dirti Cosa ti aspetti che venga dalle corse che fai tutti i giorni, dalla passione per la fotografia, dal corso di cucina, dal nuovo look palestrato, dall’associazione che hai cominciato a frequentare, dalla chitarra che strimpelli, dalla bici che prendi in mano quasi ogni giorno. Sono le tue/vostre passioni, sono quelle che vi mantengono sani, non ti aspetti altro se non stare bene quando hai finito. Da quando è importante ricavare qualcosa da una passione? Se va benissimo, certo, ci sarà un guadagno. Certo, lo si spera. Ma non baso le mie speranze di guadagno future o pensionistiche (ah ah ah, la pensione!) su quanto venderà il mio libro o su quanto sarà famosa la mia pagina un giorno. Faccio quello che posso, lavoro con quello che ho, scrivo perchè mi piace, continuo a farlo perchè ci credo ancora, nei miei sogni, anche se sono brutti, acciaccati, stupidi per taluni. Preferirei che le persone che chiamo amiche non li considerassero tali, già hai contro il mondo. Però anche lì, all’inizio ci si sta male, poi sale un bel chissenefrega. Non mi avete aiutato, non ci siete stati, non ve ne frega niente, eh, e quindi? Potete per favore mettervi mezzo minuto nei panni miei, grazie? no? e vabbè, non vi citerò nella dedica, stronzi.

Nel frattempo ci sono i Glory Days e io intervisterò l’impossibile, se vi vengo a noia ditemelo ma con urbanità, perchè non sembra ma io sto sensibile dentro.

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Bruce Springsteen – Darkness on the edge of town 2 giugno 1978

Prima, c’è stato il sogno rock’n’roll, la giovinezza, la grande opera romantica di Born to run. E poi, il 2 giugno 1978, trent’anni fa, c’è stato Darkness on the edge of town. E basta.

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Darkness è dove vanno a finire gli eroi romantici di Born to run e di tutti gli album precedenti, i pazzi, gli sfigati, i fumati, le eroine scalze, le ragazzine dolci e innamorate e i perdenti che correvano in moto sul Circuit, è dove andiamo a finire noi, è dove vanno a finire tutti prima o poi: a realizzare la dura realtà che la vita non sarà mai facile. Non ce ne andremo vincenti verso un glorioso tramonto a bordo di una macchina, non ce ne andremo via di qui per vincere su una moto scintillante, a conquistare il mondo con la ragazza dei nostri sogni. La realtà è che saremo spaventati, saremo rabbiosi, saremo soli per maggior parte della nostra vita, e passeremo il tempo a cercare di dare un senso a quel gran casino che è la nostra esistenza, se poi un senso c’è. E se non ci fosse, come faremo a sopportarlo?

In questo album trovi le storie degli sconfitti, di uomini e donne battuti dalla vita, spogliati di tutto: amore, casa, lavoro, speranze. Ma nella maggior parte delle canzoni, non hanno perso la volontà di lottare. E in alcuni versi memorabili che una volta compresi rimangono per sempre nella vita di ogni fan, Springsteen ti spiega che non importa quanto dura possa essere la vita o quanto male possano andare le cose, puoi sempre trovare dentro di te la rabbia di reagire, di combattere, perchè è quello che sei dentro nel profondo della tua anima: un essere umano prova a cercare la felicità, e non vuole arrendersi senza almeno provare a reagire in qualche modo, perchè è un diritto, provarci.

Darkness è un disco che torna spesso sul piatto del mio stereo quando la vita mi tira qualche colpo basso, qualche bastardata brutta, perchè offre molte più risposte e speranze di qualsiasi terapista che potrò mai trovare. Mi ispira, mi da’ un senso di determinazione, mi trasmette orgoglio, mi tiene compagnia in questo viaggio strano che chiamo vita.

E poi, che cazzo di gran belle canzoni sono?

Before, there was the rock’n’roll dream, the youth, the grand opera romance of Born to run. And then, on June 2, 1978, there was Darkness on the edge of town. And that was it.

Darkness is where the characters of the first albums ended up, where everybody’s life sooner or later ends up: to the hard truth that life will never be easy, and you will not find a way out by escaping in a car in the night, or with a romantic dream with your girlfriend. You’ll be scared, you’ll be angry, you’ll probably be alone for most part of it, and you’ll have a hard time trying to figure out what is the meaning of all this. If there’s a meaning, even; and if there isn’t, how can I stand it?

In this album you’ll find the stories of the defeated, the men and women stripped bare of all their possessions and affections: loved ones, homes, works, hopes. But, in most songs, they not have lost their willingness to fight back. And in some lines that stay with every Bruce’s fan for all of his/her life, you learn that no matter how hard or bad things get, you can fight back because you still have your soul, a determination not to go down with a fight, because you want to be happy, it’s your right.

When I have reached low points in my own life, Darkness on the edge of town is an album that I still listen to because it offers more answers and hope than any form of therapy would. It gives me inspiration, a sense of great determination, it makes me company on my road through life.

And, last but not least, they are beautiful songs.

Lorenza

It’s the working life

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Storie di padri anche su Springsteen and us (http://springsteenandus.com/)

La prima volta che sono andato a un concerto di Bruce ero con mio padre, che ai tempi lavorava come tecnico per le caldaie, in giro per la città con la Panda aziendale. Ai tempi non conoscevo la canzone Factory, e mio padre non lavorava più in fabbrica. Ma comunque sapevo che si alzava all’alba, molto prima di me, e che tornava la sera tardi, quando io mi ero già fatto la doccia e avevo finito i compiti, e la tavola era già apparecchiata per la cena.

Alcuni anni dopo, durante una di quelle volte in cui ci trovavamo a cena insieme io e lui, mi avrebbe chiesto E tu come stai? La nonna lo fa ancora l’orto? Lo studio? E la ragazza, è sempre Lei? Di’, ma hai un’età ormai, è ora che inizi a metter la testa a posto. E poi: vai ancora a tanti concerti? Cos’hai visto di bello ultimamente?

E poi mi avrebbe chiesto qualcosa sulla musica che ascoltavo, cosa ascoltavo di nuovo, di buono, che concerti avevo visto, e poi al sentirmi parlare di un bel live visto ultimamente mi avrebbe chiesto “ma più bello di quello là di Springsteen che abbiamo visto insieme? Madonna ragazzi, quello lì per me è stato il massimo, con lui che suonava quel folk, che roba”.

Passa qualche altro anno, e sto guardando Springsteen and I, e c’è questo tipo inglese che racconta come dopo anni di sacrifici e di lavoro e di turni di notte in fabbrica ha finalmente messo da parte abbastanza per potersi mettere una vacanza Springsteeniana, per i concerti del Madison Square Garden nel 2000. E mentre parla c’è Factory di sottofondo, e lui comincia a raccontare  di quando entra nel palazzetto e scopre di avere i posti peggiori, a millemila chilometri di distanza da Lui. E insomma, s’accontenta, è dentro, l’importante è quello; poi però, ora non è che ve la sto a menare, ma la morale della favola è che Bruce faceva andare in giro gente dello staff che regalava biglietti delle prime due file a quelli che avevano i posti più lontani e sfigati, Men in black li chiamavano, e sto tizio inglese vince la lotteria, trova uno di questi uomini che gli regala un braccialetto con cui può andare a vedere il concerto laggiù sotto al palco, e in sottofondo ci sono le parole che dicono che through the mansions of fear, through the mansions of pain, I see my daddy walking through them factory gates in the rain; factory takes his hearing, factory gives him life. It’s the working, the working, just the working life.

E quindi c’è Bruce che in Factory parla del suo vecchio, e del mio, non mi conosce, ma capisce. Le lotte, e il rispetto, e quella che è stata la loro vita, la guida mattutina verso la fabbrica, ogni mattina, per un altro giorno spento e senza sole ai macchinari, cercando di non portare a casa dai tuoi figli la rabbia e la disperazione quotidiane, non sempre riuscendoci. Capisce quello che ha spinto i nostri padri ad andare avanti attraverso il dolore di tutti i giorni e le notti di duro lavoro in fabbrica, quello che ha fatto andare avanti quel tipo inglese, quello che alla fine farà andare avanti me, un giorno.

Andiamo tutti avanti lottando come possiamo, cercando di uscirne al meglio, sapendo già in partenza che per qualcuno non finirà bene, non ci saranno successo o gloria e forse nemmeno un poco di felicità. Ma si va avanti lo stesso, perchè è l’unica cosa che si può fare.