Film Pixar #pixar #love #toystory

E perciò, Cricchetto e il suo mondo alla Norman Rockwell, la sarta de gli incredibili, le battute degli insetti in A bug’s life, Slinky dog e Mr. Potato, le lacrime di Jesse quando ricorda la sua bambina e come l’ha abbandonata, Nuota-e-nuota-e-nuota con Dory, Merida e i suoi capelli di fiamma, Buzz verso l’infinito e oltre, Buzz e Sono-tuo-padre, gli ultimi venti minuti di Toy Story 3 e come reagiamo alle cose che amiamo nelle nostre vite quando finiscono (e come piangiamo!), i Mostri sotto il letto esistono e sono neuropatici, stressati e operai come tutti noi, la storia di Joy con Riley prima e dopo che arrivi Sadness e come tutto si colora di oro e blu mischiati, Bing Bong quando scompare, Wall-E quando guarda il ballo in Hello Dolly in videocassetta, gli uncinati quando vengono selezionati e vengono risucchiati verso la mistica luce, Woody quando rivela al bambino cattivo che NOI GIOCATTOLI VEDIAMO TUTTO!, Nemo e la sua storia che non invecchierà mai finchè ci sarà gente che ama la propria famiglia e i propri amici, e quindi avrà paura per loro, la più bella storia d’amore mai raccontata in dieci minuti all’inizio di Up, e i palloncini, Woody e Andy e tutti i giocattoli che abbiamo avuto e amato, i soldatini verdi e Mike Wazowski. Un sondaggio americano spiega che c’è un film Pixar per ognuno di noi, ma soprattutto che ognuno di noi ha un momento di un film Pixar nel cuore. E per forza. Sono film che parlano della paura di essere abbandonati e di speranze, del timore di crescere o di fallire, e dell’importanza di avere una famiglia e amici accanto sempre e comunque. Che c’è da non amare? Qual è il vostro momento Pixar? i miei, più o meno, sono questi, ma forse Toy story è quello che amo di più. Ma è una dura, dura lotta.

 

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Sentieri Selvaggi – John Ford – Alberto Morsiani

“L’amore che si prova per John Wayne quando solleva Natalie Wood nel finale racchiude tutto il mistero e il fascino del cinema americano”.
J.L. Godard

Sentieri selvaggi (The Searchers, 1956) di John Ford è un capolavoro, e non è che lo dico io tanto per far le carrambate. L’American Film Institute lo mette al primo posto nei 10 migliori western di tutti i tempi, e al dodicesimo nella classifica dei migliori 100 film di qualsiasi categoria, Godard lo piazza al quarto tra i migliori film americani dopo il sonoro, e ha un perfetto 100% di score su RottenTomatoes. Anche se non lo avete mai visto (e in questo caso andate a rimediare subito, perchè state facendo piangere Gesù), non potete essere sfuggiti al suo lascito: Lean per Lawrence d’Arabia, Tarantino in Bastardi senza gloria, Lucas in Star Wars, Gilligan in Breaking Bad, Scorsese in Taxi Driver, e poi Peckinpah e Spielberg, tutti hanno girato una o più scene omaggiando o ispirandosi a un taglio di The Searchers. E’ sempre stato uno dei miei favoriti, e anche se passano gli anni e nuovi capolavori si aggiungono per me non cambierà mai, è come la Nutella, Springsteen o L’ombra dello scorpione: ci sono cose perfette che amerai per sempre, quindi per la categoria “Un libro che parla di cinema” non ho avuto dubbi su cosa leggere.

Il libro di Morsiani analizza le varie matrici narrative del film di Ford, che lo definì: “La tragedia di un solitario, uno che non poteva far parte di una famiglia”, e Sentieri Selvaggi è in effetti, essenzialmente, questo. Ma contiene anche i mille significati del mito western e degli archetipi culturali americani: la relazione tra legge e moralità; la necessità della violenza nell’affermare i valori della società; l’eroismo e la libertà del singolo sacrificati alle esigenze della civiltà; la figura dell’adolescente che anela e nel contempo ha paura di diventare adulto; la violenza endemica dello scontro fra coloni e nativi nei territori dell’Ovest americano; i conflitti freudiani; il viaggio e la scoperta dell’Altro; il desiderio di uscire dal conforto della casa per fondersi con la natura; la paura di star fermi e la speranza nel movimento; la certezza della morte. Ford sublima tutto ciò in uno spettacolo straordinario ed epico, con un protagonista, Ethan Edwards (John Wayne) leggendario, che ci affascina e ci disgusta al tempo stesso.

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Sentieri Selvaggi è la storia di una ricerca, che comincia con un arrivo. Titoli di testa. Dissolvenza in nero. Dall’interno di una piccola casa sulla frontiera del West si apre la porta che dà sul mito. Sin da questa prima arcinota inquadratura (Ethan sullo sfondo che ritorna dopo la guerra a casa dal fratello; Martha, la cognata, che esce dalla casa per andargli incontro) si delinea il conflitto che costituisce uno degli archetipi della cultura americana e di questo film, quello tra la casa/civiltà/famiglia e deserto/barbarie/vagabondaggio.

La famiglia di Ethan, fratello, cognata e nipoti, vive in terra di frontiera, sono coloni e allevatori. Moriranno, orribilmente trucidati, durante un attacco Comanche, avvenuto durante una memorabile, terribile scena di assedio notturno alla fattoria, ritrovati proprio da Ethan che era lontano nei pascoli. Mancano all’appello le due ragazze, una bambina di 8 anni, Debbie, e Lucy, sua sorella maggiore, una giovinetta di 15 anni. Presumendole vive e rapite dagli Indiani, Ethan e alcuni volontari si mettono in marcia sulle loro tracce, per trovare dopo qualche tempo il cadavere di Lucy. Passate poche altre settimane, gli unici rimasti a cercare Debbie sono Ethan e Marty, un ragazzo mezzosangue indiano adottato da Martha. Tutti gli altri tornano alle loro fattorie, ma i due uomini mese dopo mese, anno dopo anno, tra territori ostili, paesaggi annichilenti, marce forzate, stagioni crudeli, deserti e tempeste, vanno avanti a cercare l’unica nipote sopravvissuta. Sono ormai diventati The Searchers, i cercatori, trovarla è la loro missione di vita, la loro ossessione, la cosa più importante di tutto.

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John Wayne interpreta, magistralmente, Ethan, uno dei personaggi più disturbati di tutta la cinematografia americana: è un antieroe, un Achab grandissimo che parte come puro protagonista americano al salvataggio delle nipoti, che si getta al di là dei propri limiti fino all’ossessione, fino a trasformare la sua dedizione in un desiderio funesto di vendetta a tutti i costi che spazza via onore e decenza. Ethan è un razzista, odia ferocemente gli indiani, e tutta la parte centrale del film è imperniata sulla consapevolezza che più passa il tempo, più Debbie cresce, più si avvicina, inevitabile, la certezza della sua “contaminazione” con i maschi della tribù che l’ha rapita, cosa inaccettabile per la mentalità dello zio. Man mano che il film prosegue, lo spettatore capisce con angoscia che Ethan non cerca più Debbie per salvarla, ma per ucciderla, per liberarla da quello che per lui è un destino peggiore della morte: “essere indiana”. E il più grande conseguimento di tutta la sceneggiatura è avere il pubblico che fa il tifo per i cercatori sperando che trovino la bambina, al tempo stesso temendo che quando questo bastardo assassino razzista la troverà, vorrà ucciderla. L’intera trama ruota attorno al possibile realizzarsi di un singolo evento che se accadesse distruggerebbe l’eroe principale, che non è nella storia per salvare epicamente la fanciulla, ma piuttosto per vedere cosa troverà nel proprio animo nero quando arriverà il momento della verità.

Nonostante la sua forza, perchè è comunque dipinto da Ford anche come un uomo integerrimo, coraggioso, leale, persino idealista, Ethan è un eroe solo, senza casa, senza donna nè famiglia, privo di un posto preciso nella società. La sua odissea percorre tutta la durata del film, dall’inizio fino a quando tornerà a casa per l’ultima volta, in una scena finale epica (così perfetta che è muta, non ha nemmeno bisogno di dialoghi) che ha fatto la storia del cinema, una casa che non potrà mai essere la sua, per tornare a vagare nel deserto del mito che lo ha generato.

Sentieri Selvaggi è un film del 1956, e sessant’anni dopo ha ancora cose da dire, e ne avrà per altri sessanta: è tutto qui, il senso di un classico. Se non l’avete mai visto, correte a procurarvelo, e buona visione: è un film che ha qualcosa per tutti, e infinite chiavi di lettura, anche quella di apparire solamente come un buon film di avventura. Ford non era solo un grande narratore, era un artista: la Monument Valley è la sua tela, The Seachers il suo capolavoro. Se volete una finestra (questa la capite dopo aver visto il film tre o quattro volte) su come l’arte della cinematografia possa mostrarsi travestita da spettacolo da popcorn, date un’occhiata attraverso la porta del ranch degli Edwards. In fondo decine di registi l’hanno fatto per anni.

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Potrebbe andare peggio #GeneWilder

Il brutto, ma anche il bello di quando muore uno come Gene Wilder, un comico, uno che ci ha fatto ridere e stare bene da ragazzini e anche da adulti, almeno per qualche ora, è che in questa carrellata di immagini sue e vignette che stiamo tutti mettendo c’è questo momento di tristezza infinita misto alla risata che quella scena in quel film ti fa ricordare, insopprimibile. Grazie Mr. Wilder perchè quella risata vincerà sempre, lo sappiamo. SI. PUO’. FAAAREEEEEEE!!!

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Quando

…la gente mi chiede se sono andato a scuola di cinema, rispondo sempre: «No, sono andato al cinema». Q. Tarantino

Girellando qua e là per la rete, ho raccolto un po’ di critiche a Grindhouse. Tralasciamo ovviamente quelle cultural-merenghettiane, e concentriamoci sulle più intense a livello di stimoli verbo-genitali.

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Et vualà:

Lo Stroncatore Selvaggio: “…(il film) si presenta pieno di numerosi tagli, interruzioni immotivate e scene senza senso, e infine tutti voi che avete commentato positivamente siete dei perdenti”

Risposta allo Stroncatore da parte di un sano fan di Tarantino: “Ma come vuoi capire il film con l’intelligenza che ti ritrovi? non era una fiction rai! Svegliaaaaa!”

Il Numero Uno: “Io ho tredici anni e capisco anche meglio di te i film! Sono il fan numero uno di Quentin e nessuno mi può togliere questo posto e se tu dici una roba del genere vuol dire che non hai capito un cazzo!”

Il Perplesso: “Ma li pubblicano pure i tuoi commenti???”

Il Disattento: “Non ho capito una cosa. Quello al cinema è il film di tarantino, di rodriguez o sono tutti e due insieme?”

Il Pornografo: “Mi sono dimenticato di salvare anche le gnocche del film, cmq il voto rimane basso”

Un Vero Tarantiniano: “INCREDIBLE SUPER MEGA ASTOUNDING UNBELIEVABLE MUTHAFUCKING INTRODUCTION OF ASSHOLEISM”

Il Leggermente Ignorante: “Un emerita bestialità” ( laddove l’assenza di apostrofo non è un mio refuso)

L’Amletico: ” Mi chiedo se sarebbe la stessa cosa se alla regia ci fosse un altro regista”

Il Tolemaico: “Cavolo questo Film è bellissimo! Ma come li guardate voialtri i film, a testa in sotto?”

L’Algido, della serie “Buttala Via!” – :” Cioè, a voi ha eccitato davvero vedere dimenarsi (e pure male) una trucidona ghiozza come il pane di granturco, tutta sudata, in ciabatte e con la PANZA da avvinazzata di fuori? Io sinceramente non ho avvertito alcun smottamento ormonale!”

Il Tanto Per Essere Chiari: “Sinceramente il film (per me, parere soggettivo di me medesimo) …”

Il Geometrico: “Soprattutto il secondo segmento, santiddio, non si regge sui suoi piedi”

Il Biologico: “certamente, alla visione di determinate scene, il mio organismo reagisce di conseguenza. ma non significa necessariamente che mi stia divertendo, o appassionando. Significa soltanto che il mio sistema simpatico è integro, e reagisce agli stimoli. beh, non avevo bisogno di Tarantino, per saperlo. tanto per capirci, funziona anche in laboratorio!”

Il Preciso: “Ma questo non basta a rendere grande questo film, infatti occorre osservare molto attentamente la figura di Stuntman Mike”

E infine… l’Esperta. Direttamente dal sito di Anna Falchi, una donna, una ricuccina, un’attrice un perchè, (un GROSSO perché), brani di squisita ignoranza:

TEMA:”La storia narra di Stuntman Mike (Kurt Russel) un pazzo che scorrazza per le strade del Texas e che si diverte a uccidere ragazze del luogo che escono in comitiva per divertirsi”

SVOLGIMENTO: “… Le premesse di Grindhouse poi sembravano eccezionali perché Kurt Russell e Rosario Dawson sono due attori fantastici. Alla fine però sono rimasta fortemente delusa da questo Grindhouse, film superficiale nella trama con dialoghi lunghi e noiosi e, soprattutto, molto trasandato nella forma. “

E qui mi sarei fermata perché fa già fin troppo ridere così. Ma facciamoci ancora un po’ di male: “la fotografia sembra quella dei telefilm anni ’70 che vedevo quando ero piccola in televisione (Tarantino ha fatto il film senza un direttore della fotografia che infatti nei titoli di testa è firmata da lui stesso); il montaggio più volte tende a troncare le scene; poi ci sono dei passaggi repentini dal bianco e nero al colore o viceversa che disturbano ecc… insomma, a me comunque non è piaciuto il risultato. “

OH! abbiamo il coraggio delle nostre proprie opinioni!

Momenti di confusione: “E ora con questo film non riesco a capire cosa di preciso volesse fare, cioè l’ho capito ma non lo condivido insomma sono delusa ma perlopiù anche straniata.”

“Per dirne una tostissima: che storia la barca di legno che le ragazze distruggono con la Challenge. Ma che c’entra la barca di legno???? “

Cazzo m’ero dimenticata la barca di legno! quell’uomo è un genioooo!

Charlton Heston

L’altro giorno mi son rivista L’infernale Quinlan, e oltre a consigliarlo tout court, assolutamente e rien ne va plus, mi è venuta in mente una cosa che era un po’ che volevo dirvi, e quindi adesso mi metto qua a parlarvi di Charlton Heston, che è un attore americano morto nel 2008 alla bella età di 84 anni.

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Dunque, voi giovinetti, diciamo voi che siete intorno o addirittura sotto i 30, probabilmente ve lo ricordate solamente come un vecchio cazzone che inveisce contro Michael Moore in Bowling a Columbine, o che sbraita dal podio della National Rifle Association sventolando una carabina a sostegno del suo sacrosanto diritto di tenere armi per casa sancito dal secondo emendamento. E fin qui, eccerto, me lo ricordo pure io.

Però Charlton Heston aveva come abbiamo detto la sua bella età di 84 anni, e non è che sarà sempre stato solamente un cazzone ininterrottamente dagli 0 agli 84 anni, io c’ho questa opinione qui, almeno, ecco.

No perché per esempio è facile dire Eh quello lì è un cazzone perché tutto quello che sai di lui è che alla venerabile ma anche bella età di 84 anni o giù di lì è diventato un fascista anche un po’ di merda. Ma non è mica facile fare il cazzone ininterrottamente per 84 anni, cioè a me questa cosa fa pensare, a me per esempio piacerebbe proprio riuscire a essere una cazzona in modo assiduo e persistente, ma mica ci riesco sempre. Cioè per lunghi periodi anche non impegnandomi troppo ce la faccio, ma poi qualche cosa sensata e persino matura la faccio e BAM! voilà! la media mi si è irrimediabilmente sminchiata.

Ecco.

Per dire.

Poi, voi giovani d’oggi non è che potete sapere certe cose, e non è neanche colpa vostra, chiaro; ma se foste della mia generazione, l’ultima italiana ad avere i ricordi in bianco e nero perché in casa ha avuto fino a una certa età una (e una sola) televisione in bianco e nero, e SENZA telecomando, avreste allora anche il ricordo di fumose epoche storiche in cui c’erano solo due, poi tre, poi sei canali televisivi a disposizione, e una serie limitatissima di film a ruotare sui medesimi nei secoli dei secoli amen.

Io per esempio mi ricordo tutto ciò, e in più avevo un padre che gestiva il telecomando e che guardava solo film western e di azione. Funzionava più o meno così, si guardava il telegiornale Rai, e nell’attesa usciva la signorina buonasera tutta bellina cotonata e gentile che annunciava i (maiuscole) Programmi della Serata, li sciorinava con un bel sorriso e ri-buonasera. A volte mio padre decideva leggendo i titoli in programma sul giornale, qualche volta si sottometteva a qualche richiesta particolare di mia madre, che guardava solo film di guerra, o film religiosi ( è un po’ strano, lo so) o di noi figli (pellicola Disney), ma di solito sceglieva lui, e almeno una volta la settimana film western o film d’azione, e zitti. Noi bambini, peraltro, ne andavamo pazzi. State scherzando? Avventura, indiani, cavalleria, sparatorie, peripezie, inseguimenti, roba veramente ma veramente forte, mica pizzi e fichi.

Perciò dovete capire che se mi metto qua a parlarvi di Charlton Heston, vi devo dire in primis che io me li ricordo praticamente tutti i film che ha fatto, e che penso inoltre di averli visti tutti ma tutti almeno una diecina di volte cadauno, e che in casa nostra il suo nome, il suo volto e la sua filmografia, come quelli di Cary Grant, o Humphrey Bogart o Gary Cooper o John Wayne del resto, erano familiarissimi a noi tutti, mamma papà Inquisition e fratello.

Padre: Cos’è che ha detto che c’è stasera?

Inqui: I comancheros.

Padre: E’ quello dove Gion Uein va a liberare i bianchi che erano stati fatti prigionieri dagli indiani dove poi c’è quella ragazza che si fidanza con Riciard Vidmarc?

Inqui e fratello: Ma nooooo! quello lì è con Giames Stuart, non c’è Gion Uein!!!

Padre: E qual è allora? quello del dottore e del colonnello con la carica dei bambini?

Inqui e fratello: Ma noooooo! papààààà! è quello che c’è il giocatore francese che poi devono scoprire dov’è il covo della banda di indiani comancheros!

Padre: Assì! va bene, allora vediamo quello.

(EEH, ma va?)

Ovviamente la pronunzia inglese avveniva proprio così come proposta, con toni diciamo alquanto lontani dal metodo shenker.

Eniuei.

Tutta questa divagazio parrà – me lo sento – un po’ inutile a voi tutti, soprattutto ai giovinetti, perchè gli altri si sdilinquiranno gradevolmente nei ricordi di ere geologiche antecedenti PERSINO al mundial ’82.

Ma tirandovi addentro a tutta questa digressione io ci avevo in realtà uno scopo, che non so se si è capito, perchè delle volte non è proprio facile spiegarsi, e d’altra parte mica sempre si può piazzar lì un qualche grafico esplicativo, che poi io non li so nemmeno fare, e allora, però il concetto è che se Charlton Heston è stato uno dei tuoi attori preferiti dagli 8 ai 16 anni e conosci a menadito la sua filmografia e vita opere e miracoli alla fine vieni a sapere anche con un certo dispiacere che con lo scorrere degli anni il tuo antico beniamino è diventato fascista, vecchio, rincoglionito e poi addirittura morto, è una cosa che ti fa pensare, e che ti rattrista, ma soprattutto che ti spinge a voler dire un paio di cose in sua difesa, visto che ti ha regalato bellissime serate e sogni quand’eri bambina.

Quindi, diciamo subito che per prima cosa non era neanche un attore così inutile, nè stupido, perchè sceglieva spesso ruoli scomodi e se vogliamo sporchi, non limpidi e cristallini cristallizzati come Gion Uein, e soprattutto conosceva il mestiere: era nato come attore teatrale, e ogni volta che entrava in scena, semplicemente, la riempiva.

E oltre ad aver lavorato con Edward G.Robinson e Orson Welles e De Mille, mica Muccino e Faenza, ha recitato in film che hanno segnato, piaccia o non piaccia, la storia del cinema, da Ben Hur (che bighe o non bighe, ha il suo porco perchè), ai Dieci comandamenti, e soprattutto, e qui vi voglio, al trittico: Il pianeta delle scimmie, 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra, e 2022: I sopravvissuti, tre film che se non li avete visti non sapete niente, ma NIENTE, della fantascienza moderna, e non faticate a giustificarvi che è inutile.

Sul Pianeta delle scimmie, vi dico innanzitutto che se Tim Burton l’ha rifatto, un motivo ci sarà; poi che Heston ha recitato anche nel remake, un piccolo cameo nemmeno accreditato, in cui interpreta -non a caso- il ruolo di un’anziana scimmia che prima di morire da’ una pistola al figlio, introducendo l’uso delle armi da fuoco nella sua specie; terzo, e mi spiace per Tim Burton, la verità è che nei secoli dei secoli tutti ricorderanno sempre e solo il finale del primo film, con la testa della statua della libertà che si rivela agli occhi attoniti di Heston, e non c’è proprio storia.

1975: Occhi bianchi sul pianeta terra è uno di quei film che hanno segnato le mie notti di infanta nei secoli dei secoli, amen. La prima volta che inquadrano il nero albino e i suoi occhi spaventosi, l’angoscia di vedere il protagonista che vaga per le strade di giorno sapendo che deve rientrare entro il tramonto avendo ben chiaro in mente che un giorno inevitabilmente per qualche motivo NON riuscirà a farlo, il sollievo per il sole che sorge a ogni mattina, la paura per quelle creature orribili che ogni notte si ripresentano immancabili a cacciarlo sono tutte granitiche immagini scolpite nel mio immaginario, e sempre il solo evocarle mi procurerà paura e meraviglia.

Vi dirò anche, infine, che accettando di recitarvi Heston nobilitò non solo questo film in particolare, ma il genere fantascientifico in generale, grazie anche alla sua apparizione nel Pianeta delle scimmie.

Fino ad allora nessun attore famoso si sarebbe mai abbassato a interpretare un ruolo così poco rispettato, e tutto il genere science-fiction era irrimediabilmente considerato fuffa di serie B. Quando un attore che non solo era stranoto e strapagato, ma pure premio Oscar, cominciò a recitare in due di queste pellicole, la percezione dell’intero mondo cinematografaro dei tempi cambiò definitivamente.

Il film è tratto da un super libro di un super scrittore, Richard Matheson, del quale consiglio di legger a piene mani (evitate solo, a mio modesto parere, l’orrido polpettone Al di là dei sogni). E’ un bel film, che differisce parecchio dal romanzo, ma che ha comunque un messaggio che io trovo profondamente vero: il protagonista, che è l’ultimo uomo rimasto sulla terra, cerca non tanto di sopravvivere, quanto di non impazzire, perchè molto più importante della morte è non perdere la propria umanità.

2022: I sopravvissuti, ok, non è che sia una pellicola che ha cambiato la storia del cinema. Ma è un bel film, tratto da un bellissimo libro (che ve lo dico a fare) di Harry Harrison, ambientato nella New York del 2022, una città devastata, invasa da milioni di persone che a causa del sovrappopolamento mondiale non hanno più, letteralmente, un posto dove stare, nè di che mangiare. L’inquinamento globale e il surriscaldamento terrestre hanno trasformato le città in maxi Calcutta, sporche, affollate, caotiche, claustrofobiche. Il cibo è il problema maggiore dell’umanità, gli alimenti tradizionali sono quasi completamente scomparsi, l’unica risorsa di cui la popolazione si alimenta è una galletta insapore, ma nutritiva, il Soylent, che -pare- sia prodotto con il plancton. Heston interpreta il protagonista, un poliziotto triste, perdente, che ha come unica famiglia un vecchio amico, Edward G Robinson, un anziano che ricorda ancora il mondo com’era prima che l’inquinamento lo devastasse, e che rimpiange non tanto i mari e i prati in fiore, ma la possibilità per ogni uomo di vivere decentemente. A Heston viene affidato un caso scomodo, e scoprirà insieme all’amico qualcosa di inimmaginabile.

Ve lo consiglio vivamente, insieme agli altri tre titoli andrà senz’altro a impreziosire la vostra speciale collezione di film barra libri che la massa ignora, e converrete con me, cari miei, che la massa va rifuggita come lu dimonio.

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Ed ecco qua, alla fine di questa carrellata sapete un altro po’ di cose su Charlton Heston, e capite bene ora quando vi dico che a me più di tutto angustiano due cose, una che i fanciullini se lo ricorderanno sempre come un vecchio cazzone, e due che lui ha sempre detto che gli pesava molto di passare ai posteri come l’interprete di Ben Hur, ruolo che gli diede la fama ma che non sentiva in realtà suo, e infatti verrà ricordato dai posteri e dai figli e nipoti dei posteri come un cazzone che inveisce contro Michael Moore protestando il proprio diritto ad andare in giro armato, e a me ciò dispiace veramente.

Ma insomma, abbiamo fin qui appurato che Heston nei suoi anni giovanili e anche se vogliamo maturi non è stato nè fascista nè cazzone nè stupido nè bigotto, solo, questo sì, sempre impegnato politicamente, per i repubblicani (che ve lo dico a fare).

E allora, cari miei, vi voglio dire due cose che ho imparato, prima di calarvi l’asso. La prima è che un uomo degno di tale nome non è mai privo di zone d’ombra; e la seconda è che spesso chi ha molto lottato politicamente, invecchiando e nel vedere che i propri ideali giovanili non si sono realizzati -nè si realizzeranno mai- si irrigidisce su posizioni oltranziste e bigotte. E’ il motivo per cui il proverbio: “Chi non è comunista a vent’anni non ha cuore; chi rimane comunista a quaranta non ha cervello” è latore di una profonda verità.

Ed è il motivo per cui penso che forse non sarà stato così immeritevole, così biecamente o irrevocabilmente stupido: forse, io credo, è stato semplicemente un uomo, che come tutti noi ha avuto le proprie idee e le proprie contraddizioni e i proprio lati bui, e che ora non c’è più.

Charlton Heston fu attivista politico per i Democratici dai venti ai cinquantotto anni. Supportò Kennedy, protestò contro il Vietnam e fu sempre irrevocabilmente anzirazzista: marciò a fianco di Martin Luther King nella Marcia per i Diritti Civili a Washington nel 1963.

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Poi, verso i sessant’anni cambiò idea, o bandiera, e passò ai repubblicani. Gli chiesero il perchè di questo cambiamento, rispose che non aveva cambiato lui idea, era il partito democratico non aveva più niente a che vedere con le idee i propositi e la lotta che aveva sempre portato avanti in precedenza. Non era lui, sottintendeva, il rinnegato.

Certo, molti sinistroidi a par mio si riconosceranno in queste parole. Con ciò, non è che lo giustifico, e certamente non penso, non credo, che verso i sessant’anni mi vedrete sbraitare con una camicia verde padania su un palco predicando che l’inno di Mameli dovrà essere tradotto in celtico a cura della Facoltà di Lingue Antiche di Saronno, (istituita per dare un rettorato al meritevole figliolo di Bossi) (grazie di esistere, Michele Serra).

Ma rimane che non si può mai dire, ecco.

E rimane che secondo me, alla fine, se hai marciato di fianco a Martin Luther King, un qualche merito come uomo ce l’hai avuto.

Ed ecco perchè, cari miei, io continuo a volergli bene a Charlton Heston, anche se certo, cazzo se poi è invecchiato male.

Badilate di neuroni

Ieri sera ho visto un film con fabio volo, anche se non so bene perchè. E’ che è cominciato e a un certo punto poi oramai c’ero dentro, tipo quando inizi a schiacciarti i brufoli e anche se non vorresti oramai ci sei in mezzo e c’è la fascinazione dell’orrido e vai avanti fino alla fine. Ero anche un po’ curiosa, perchè io personalmente ho sempre pensato che volo sia un cazzone paraculo a volte anche simpatico, e quindi che c’azzecca questo con il fare film? niente, infatti. Quindi ve lo racconto perchè ho sofferto come un cane, ed è giusto che vi sacrifichiate con me.

Stiamo parlando de Il giorno in più, che è tratto da un suo libro, e per raggiunti limiti di noiosità lasciamo perdere la sua carriera letteraria (sigh) e concentriamoci sulla pellicula. Come tutte le storie che cinematograficamente contano, inizia a Milano, in cui un paraculo abbastanza cazzone, fighètto ma non troppo e comunque milanese simpamico, vede tutti i giorni sul tram una ragazza carina, e la guata in silenzio, con tutta una serie di sguardi espressivi che, trattandosi di fabio volo, non vi potete neanche immaginare. O forse sì, se andate al frigo, estraete una confezione di parmacotto e ve la osservate attentamente per tre minuti senza distrarvi. Di mestiere sto tizio fa il BOH, lavora nella finanza, e in quanto esperto maneggione di cash ha tutte le caratteristiche tipiche del ruolo: è egoista e furbetto, racconta palle a tutti, sempre e comunque, ha un paio di amici coi quali parla di figa e calcio, una madre impicciona e un’amica che sfrutta in modo impenitente; in tutto ciò però è SIMPATICO, capito? e poi sì insomma siamo in italia, dai, se uno è appena carino e con la parlantina sciolta e ha un po’ di SOLDI non è che serve altro, no?

Un giorno per evitare le avances di una cozza il nostro paraculo s’inventa di essere fidanzato, e con chi, domando a voi ragazze cresciute a pane e pretty woman? ma con la ragazza del tram, ovviamente. A questo punto son già passati tipo venti minuti di film, e se il cuore vi si spaura di fronte alla prospettiva di un’altra oraemmezza di pellicula non so che farci, se non consigliarvi di fare una sosta al bar per uno shot di tequila.

Il vero punto di svolta, tuttavia, arriva quando la ragazza un bel giorno d’amblèè si volta e abborda sul tram il nostro simpamico trottolone. Si conoscono e vanno a cena, si piaciucchiano anche se non si capisce perchè, visto che lei è acidella e se la tirella, e lui fa il gigione. Ma il tristo destino amoroso è comunque lì pronto a seminar zizzania, perchè al tristo destino amoroso stanno sul cacchio personaggi come romeo e giulietta, figuriamoci sti due qua: e quindi lei annuncia garrula che il giorno dopo si trasferisce a new york, e lui rimane lì come un pippone con lo sguardo ebete.

In realtà come ogni attenta osservatrice di commedie americane sa, il cambio di location a questo punto del film è un’abile mossa per vivacizzare la struttura narrativa: laonde per cui al nostro furbetto viene affibbiato un viaggio di lavoro a buenos aires, ed egli fa scalo a… ma nooo, ma non a new york, ma vi devo sempre dire tutto cazzo, fa scalo a Pittsburgh (città di Joe G. eh, particolare che innalza i livelli di figosità del film a quote interstellari), perchè così scende dall’aereo, fissa nel vuoto il nulla per tre minuti e dopo va a noleggiare una macchina, per cui possiamo buttarci in mezzo anche un pezzo di vita on the road americana che al cinema tira sempre. Arriva a New York e con una cartina, non una cartina rizla, ma cosa andate a pensare, MA MAGARI, con una cazzo di cartina stradale cartacea, perchè è tra l’altro verosimilissimo che non abbia un satellitare, si districa agile e combattivo come ogni milanese di razza che si rispetti nel traffico daa grande mela, per arrivare bel bello a trovare la ragazza acidella. A sto punto potevano forse farsi mancare la possibilità di mostrare un po’ di macchiette terone italoamericane? ennò dai. E quindi vanno nel New Jersey, che a loro non piace, (MA MENO MALE!!!), a cena in un ristorante italiano, dove la controfigura del cuoco di Lilly e il vagabondo li accoglie cantando arie da operetta, brividoni diffusi e desiderio di un’entrata improvvisa di un gangster mafioso che risolva con una rapida sventagliata di mitra la situazione.

Siamo a questo punto arrivati alla fase consumazione-innamoramento del rapporto, e ve la risparmio. Immaginatevi qualsiasi commedia americana trasmessa dal canale sky passion, assortite un paio di scene a caso a New York (bacio sull’Empire State Building, passeggiata mano nella mano a Central Park, colazione in simpatico bistrot), togliete dal tutto il glamour e la patina di un film di Hollywood, ricordatevi che comunque c’è fabio volo, non hugh jackman, e più o meno ci siamo.

Sono passati quattro giorni, e arriva l’immancabile elemento dell’ammòre litigarello, d’altra parte non dimentichiamoci che lui sarebbe in trasferta a Buenos Aires per lavoro, non a New York a trombare, e va bene che è paraculo e furbetto, ma c’è un limite alle palle che tra tutti siam disposti a berci, in primis i suoi datori di lavoro che infatti lo licenziano. E quindi lui ritorna a Milano, e langue, gira, si aggira, e rompe più o meno i maroni a tutti, fintantochè un suo amico gli spara una boiata assurda sul vero amore per cui il nostro simpamico collione diventa realizzo che se una ti piace non la devi lasciare cribbio!, quindi salta su un aereo per nuova york (telefonare no eh?), sarebbe pure disoccupato ma un last minute si trova sempre dai, poi milàn l’è semper milàn, vuoi metter la malpensa fffiga?, atterra, va a casa dell’acidella, lei non c’è, lui entra, le scrive una lettera infilandola tra le pagine di un libro che hanno letto insieme, e RIPARTE (telefonare no eh?), perchè è normale no, l’amore non è bello se non è pendolarello, soprattutto da e per nuova york.

A questo punto ci sono dieci minuti, DIECI MINUTI, DIECI CAZZO DI MINUTI CRISTODIDDDDIO, in cui ci lasciamo alle spalle un film brutto e noioso per entrare nel vuoto assoluto di uno sceneggiatore lobotomizzato ma pure sadico tuttavia.

Nell’appartamento dell’acidella arriva una compagnia di traslochi, con l’incarico di imballare tutto tranne i libri per terra in quella scatola là, chè quelli vanno al macero. Sbatte la porta e OH, tristo destino, con un colpo di coda degno del miglior roland emmerich il libro con la lettera cade PROPRIO in quella scatola là. I traslocatori buttano la roba al macero, arriva un barbone, prende i libri e li porta a una bancarella dell’usato, passa la ragazza acidella SUSPANZ ma non vede il libro, orrore e raccapriccio negli spettatori soprattutto al pensiero di altri dieci minuti di sta storia imbarazzante, una tipa prende il libro MA butta la lettera nel cestino, e qua scatta la vera poesia, statemi attenti per piacere, la lettera s’invola come la piuma di forrest gump e svolazza quaellà per nuova york, finchè si posa ai piedi di un terone italoamericano che capisce tutto e va dritto all’azienda della ragazza acidella (perchè la lettera è scritta sulla loro carta da lettere nooo? ma sherlock gli fa una pippa, a questo), la quale, teh ma com’è tristo sto tristo destino, non lavora più lì ma a Chicago, comunque guardi non si preoccupi lei è uno sconosciuto che non sa chi sta cercando nè cosa ma non importa, le agevolo prontamente l’indirizzo di sta qua, figuriamoci nessun disturbo.

Vabbè poi da qua tutto fila via lissio in scioltezza: il simpamico collione RIPARTE per nuova york, (telefonare no eh?) perchè si scopre che nella lettera le aveva dato un appuntamento con ultimatum, genere Se mi vuoi dare ancora una possibilitè ci vediamo il giorno blah nel parco blaaaah, cosa che gli fa subito inimicare tutte le spettatrici che si intendano un minimo di commedia romantica, perchè da L’amore è una cosa meravigliosa a Scrivimi fermo posta a LA qualsiasi commedia con Meg Ryan o Julia Roberts noi la verità la sappiamo: l’appuntamento per salvare il rapporto porta sfiga, è assurdo, è una mazzata nei coglioni: qualcuno perde sempre un taxi o c’è traffico o non ha puntato la sveglia e insomma non ci sono cazzi: ci dobbiamo sucare altri dieci minuti del paraculo che aspetta l’acidella vagando nello stesso identico parchetto dove Tom Hanks rivela a Meg Ryan che è lui il suo corrispondente misterioso in C’è posta per te. Arriva pure il terone italoamericano, se ci potete credere, e forse sarebbe meglio di no.

Poi lei arriva di corsa, si guardano e finisce. Eh ma si dicono tante cose con quello sguardo, sapeste.

riso