New York #NewYork

Un vero newyorkese crede che coloro che vivono altrove stiano, in qualche modo, scherzando.
(John Updike)

A me piace in fondo anche tornare, quei cinque minuti con la famiglia intorno quando tutto il quotidiano sembra così insolito e speciale, prima che ridiventi ordinario e si reimmetta nel corso del MIODDIO tutta qui la mia vita?
Ma mi piace anche partire, e mi piace New York, che era forse la decima forse la undicesima volta per me. Mi piace la prima guglia sparata in alto nel cielo blu, le prime scale antincendio nelle case di mattone, le pubblicità disegnate sui muri di cemento come una volta. Mi piace il primo odore che può essere puzza di propano da uno dei baracchini per strada o l’aroma speziato di una delle infinite squisitezze che preparano. Mi piace la commistione di vetro e cemento, di corde e acciaio, di rosso ruggine e verde ossidato. Mi piace arrivare a New York perchè anche se è la prima volta è sempre come tornarci, in un poliziesco o in un thriller, in un viaggio storico o una commedia romantica, è tutto un set di un film da rivedere con piacere. Mi piacciono le newyorkesi che camminano sui tacchi alti da giovani e su stivaletti coloratissimi da vecchie, con rossetti dai colori incredibili e sciarpe di ogni tipo. Mi piace che New York sia poco ospitale, è così caotica, grande e frenetica che non ha tempo di avere cuore, eppure mi piace perchè trova sempre un modo di esserti amichevole. Mi è piaciuto il professore che ci ha fatto la visita guidata alla New York Public Library con il farfallino e gli occhiali tondi, anche se era tedioso come una lezione di matematica, e gli addetti all’Empire State Building con le divise rosso mattone, le ragazze nere con chiome fiere e biondissime gettate in aria come missili o improbabili grattacieli, mi sono piaciute le signore che hanno fatto il giro con noi alla Grand Central Station, con grandi occhiali e mocassini, gonne di tweed e baschi, collant verdi e maglioni rossi con le toppe. Mi è piaciuto il cielo illuminato a giorno sopra Times Square a mezzanotte, il Flatiron Building con la sua aria antica da vecchio signore con il monocolo e la tuba, l’eleganza del Crysler Building e la foto di Paul Auster che faceva capolino da una delle sale della Biblioteca Pubblica. Mi sono piaciuti il primo bagel e l’ultimo pancake, il locale hipster in cui sono finita per caso alla disperata ricerca di un bagno e la vecchia brasserie in cui vado quasi ogni volta che esco da uno spettacolo a Broadway. Mi piacciono i gruppi di muratori che trovi ovunque seduti nelle loro pause pranzo o caffè, nelle vie per bene e sciccose e in quelle più rottamate, tutti allegri e attenti e stanchi, lavorare nella città che non dorme mai dove c’è sempre un cantiere aperto per distruggere, rinnovare, riedificare. Mi piace perchè anche questo è non dormire mai. Mi piacciono le strade strette e in ombra e quelle aperte in improvvisi abbacinanti sprazzi di luce, la muffa e l’odore di spazzatura, gli ingressi levigati e l’odore buono di caffè. Mi piacciono le vie con i graffiti e i negozietti etnici, i pezzi di artigianato e le scale della metro che se sbagli direzione devi risalire di nuovo per strada e inabissarti in un altro punto dirimpetto. Mi piace che ci siano tutti i diversi tipi di case, l’appartamento strapieno di giovani e il condominio, il palazzo elegante e la casa residenziale di mattoni, il loft moderno e le bifamiliari di certa architettura anni Settanta. Mi piacciono gli artisti di strada e le gallerie d’arte, i mercatini di libri usati e i negozi di vestiti vintage, e il fatto che in qualsiasi ora di qualsiasi giorno della tua vita tu possa comprare qualsiasi cosa ti venga in mente, basta cercare. Mi piace l’incessante sottofondo di un miliardo di suoni sia umani che non umani, il silenzio di certi minimi attimi inaspettati, la ricchezza di cultura a disposizione, l’assurdità di un mare così vicino e intorno. Mi piacciono il divertimento, le luci, la bellezza esteriore e la superficialità; e mi piacciono la profondità dei suoi scrittori, la ricchezza di cognizioni che i suoi musei mettono a disposizione, il desiderio senza vergogna di voler imparare e migliorarsi che trovi a ogni angolo di strada, a ogni insegna di negozio tramandato da padri e figli, a ogni comunità di quartiere con professori volontari. Mi piacciono l’impazienza e la fretta, la celebrazione del punk in certe strade e l’hip-hop che esce dalla radio di ogni locale, le memorie di rock e jazz nei mattoni di ogni strada. Mi piacciono i ricordi di storie gloriose di giornalismo di certi edifici, e del lascito letterario casa dopo quartiere dopo comunità che ci viene tramandato senza soluzione di continuità dal 1800 ai giorni nostri. Mi piace il ricordo che ho della mia unica visita alle Torri, quando ho telefonato a mia madre da una cabina telefonica lassù, dicendole che la stavo chiamando da uno dei grattacieli più alti del mondo e lei mi ha chiesto se sforzandomi gli occhi arrivavo a vederla fino a casa. Mi piacciono i sorrisi in macchina dei miei amici mentre veniamo qui, e il ricordo di tutti quelli che sono stati qui con me negli anni. Mi piace questa città stravagante e unica, che si rallegra del proprio potere e trova orgoglio anche nella propria debolezza, con milioni di persone che vengono qui ogni anno, ognuno alla ricerca di qualche cosa di diverso, e a tutti quella Signora nella baia assicura che troveranno qualcosa. Mi piace, perchè non promette solo libertà: promette speranza, e sarà sciocco, ma che dire, mi piace.

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Manga passion #manga #pastarella

Oggi passeggiando sono capitata in un viale di ciliegi in fiore (potrebbero essere anche peschi ma non cominciate con la lezione di agraria please), ma ce n’erano così tanti e con un venticello così lieve che pareva di essere in un manga. Petali che volavano ovunque, un tappeto fiorito per terra in mezzo alle margheritine, la brezza che muove le fronde… Mi aspettavo che da bravo manga apparisse uno di quei personaggi androgini che non si capisce mai se sono uomini o donne (non lo sanno effettivamente neanche loro), con occhi splendidi e grandissimi con circa dieci pupille di cui almeno tre stellate, con una giacca con le spalline militari molto ussaro sul tetto ma anche boy george anni 80 che mi regala una rosa rossa e mi prende la mano e insieme ci mettiamo a riflettere sulla caducità della vita. In mancanza del bello e tenebroso speravo almeno nell’apparizione di un animale parlante e ciccissimo, o almeno un prezioso amuleto che all’occorrenza dia l’accesso a un mondo parallelo e assai mistico, o che mi doti di un superpotere particolare che mi consenta di combattere il crimine in un costume da marinaretta ma no, niente.

E anche oggi, si vivranno grandi avventure domani. Nel frattempo, riscaldiamo il caffè e buttiamoci su una pastarella.

 

«Era un drogato di merda, che cosa pretendono i familiari? ». A proposito di Stefano Cucchi e della sua morte questa voce, esattamente in questa forma, registrata ieri nell’eccellente “Radio anch’io”, è piuttosto popolare. L’idea che per lo Stato il corpo di chiunque, anche del peggiore dei criminali, sia inviolabile, è appunto un’idea. Un’astrazione. Una conquista culturale che come la democrazia, come lo stato di diritto, come la giustizia levata alla folla linciatrice e affidata ai tribunali, va difesa giorno dopo giorno dagli istinti e dagli umori di ciascuno di noi. Che senza la cultura, la democrazia e il diritto siamo solamente scimmie.
La meravigliosa sorella di Stefano Cucchi conduce la sua battaglia nel nome degli ultimi: dei “drogati di merda”. Impressiona notare che il concetto di “ultimi” è molto facilmente ululato e sbandierato, ovunque, in riferimento alla condizione economica. Ma tra quelli che non ce la fanno ci sono anche i deboli di spirito, i falliti, i piccoli delinquenti, i tossici. Non tutti poveri di censo, sicuramente tutti poveri di carattere. Le galere sono piene di ultimi. Ma così ultimi che i talk-show che pretendono di “dare voce agli esclusi” di loro non si occupano.
Michele Serra, L’amaca

La guerra al terrore

fear-of-terrorism

Pensieri un po’ qui e un po’ lì.

La settimana scorsa ero a Parigi, tre giorni, per vedere Bruce. Viviamo in un mondo brutto assai, e lo sappiamo. Andare a Parigi è stata per anni una cosa semplice, relativamente veloce e piacevole; adesso, non più tanto. Dicono che non bisogna piegarsi, che dobbiamo muoverci lo stesso perchè sennò gliela diamo vinta, che la paura non deve trionfare: ed è tutto vero e sacrosanto, certamente.

Tuttavia, il giorno in cui sono atterrata e ho preso la metro dall’aeroporto all’hotel, è salito un uomo con mimetica militare che si è messo a gridare in francese per 10 interminabili minuti, gridava  pieno di rabbia e odio, e guardando le facce serie dei passeggeri intorno a me che lo osservavano di sguincio senza incrociarne gli occhi, non potevo scacciare il pensiero subdolo di un giubbotto imbottito di tritolo pronto a far esplodere tutto. Se fossi stata in qualsiasi altro posto al mondo (eccetto Istanbul o Beirut, immagino), mi sarei girata dall’altra parte bloccandolo fuori dai miei pensieri. Qui, ho passato momenti a cercare di decidere se fosse il caso di scendere alla fermata successiva e prendere il treno dopo.

La sera del primo concerto, quando è partito l’impianto elettrico del palco, è simultaneamente scattato un allarme nel palazzetto, una sirena che suonava a intermittenza con la voce dello speaker che invitava a uscire piano e con ordine. Io ero molto vicino al palco, e ho visto con i miei occhi tutto quello che succedeva, quindi ero tranquilla. Ho visto Bruce e la Band reagire ridendo a quello che era un problema tecnico, nulla di più pericoloso. Chi era in fondo o in alto, senza maxischermi ad aiutare a capire perchè spenti, con questa sirena implacabile, l’ha presa in modo diverso: molti parigini sono saltati in piedi e usciti senza esitare, pur con Bruce che non si è mai allontanato dal palco dando quindi un’impressione di sicurezza, va da sè che ci fossero stati problemi diversi gli artisti sarebbero stati i primi a essere invitati a uscire. Ma questi pensieri razionali li sto raccontando adesso perchè ci abbiamo riflettuto, e perchè comunque, in tutto questo, noi siamo turisti che sentono e vedono di queste cose al telegiornale, ma non lo vivono ancora, per fortuna, nel loro quotidiano. Un parigino che ha visto morire per strada e in locali pubblici più e più persone innocenti, non sta a razionalizzare tanto, prende e cerca di mettersi in salvo.

La notte prima di partire mi ha svegliata verso le tre di notte un colpo fortissimo fuori per strada, un boato così potente che sono partiti gli allarmi delle macchine intorno, seguito da una serie di quelli che sembravano spari e poi ho realizzato fossero mortaretti, gente che gridava per strada e altri colpi. Era la notte del 14 luglio, che è festa nazionale, e io svegliata dal sonno di botto, col cuore in gola, ci ho messo un attimo a capire cosa succedesse. Quello che mi è passato per la testa è stato Mi si nota di più se mi affaccio e mi seccano così, se mi nascondo sotto il letto o se vado diretta in bagno e mi siedo sul cesso così quando mi trovano dimostro di aver avuto quel minimo di dignità per finire sul trono invece che farmela addosso?

Il giorno dopo atterro, e la sera il telegiornale riporta gli orribili fatti di Nizza. Mentre scrivo questo è in atto la caccia all’uomo a Monaco dopo l’attentato al McDonald’s.

Non posso dire di avere avuto paura sempre e costantemente durante quei tre giorni, o di non essermela goduta, perchè non sarebbe vero. Ma sinceramente non l’ho vissuta neanche proprio bene, e la paura è entrata e uscita da questa vacanza con regolarità. Se il pericolo è reale, non puoi evitare di pensarci, e se è vero che il coraggio è superare i pensieri che ti bloccano, è anche vero che l’incoscienza non ce la possiamo più permettere. Io onestamente ho scelto Parigi perchè c’erano i concerti in un palazzetto, ed era Bruce, ma ammetto con sincerità che ormai per qualsiasi altro motivo di viaggio eviterei la Francia. Che fare? non lo so. Hanno vinto loro? nella paura, al momento, sicuramente. Razionalizzando è tutto semplice, e in fondo non scegliere di andare in alcuni Paesi che sono più a rischio attentati di altri dà un’illusione di controllo e sicurezza sul proprio destino che è, appunto, solo un’effimera idea. Ma a volte è proprio dura mantenere la razionalità. A dire la verità, io posso seriamente farmi due calcoli e mettermi in testa che il rischio di un incidente stradale o di una malattia terminale sono molto più reali e concreti del morire in un attentato terroristico. Ma è la paura che va e viene in quei giorni che non vorrei provare più, il dover razionalizzare con le statistiche mentre sono in vacanza e avverto un potenziale pericolo, il cercare di stare tranquilla nonostante tutto quando ho tre giorni per staccare e fare quello che amo davvero. E’ normale preoccuparsi, diventare cinici, pensare vagamente che il governo dovrebbe fare questo o quello, e poi passare a dirsi che la giustizia deve prevalere, che il male non vincerà, che bisogna aver fede nell’umanità. Forse il senso è cercare di non sentirsi soli anche solo buttando su un blog questi pensieri, cercando di tenere vicini gli amici, accettando che sì, siamo in guerra, e rimanere indifferenti è ormai impossibile.

Humans of New York #HONY

http://www.humansofnewyork.com/

“Sono stata arrestata nel 2009 perchè protestavo contro il reclutamento nelle forze armate. Poi sono stata arrestata nel 2011 perchè protestavo i pignoramenti messi in atto dopo l’Uragano Sandy. E sto per essere arrestata di nuovo, stiamo andando ad Albany per protestare contro i combustibili fossili”.

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“I got arrested in 2009 for protesting army recruitment. Then I got arrested in 2011 for protesting foreclosures after Hurricane Sandy. And I’m about to get arrested again, because on May 14th we’re going to Albany to protest fossil fuels.”

 

Malinconia tra disperazione, speranza e una canzone di Bruce Springsteen #ComedySubs #LouisCK #ConanOBrien

Via www.comedysubs.org

Traduzione: Adrien Vaindoit
Revisione: Giacinto Palmieri

– C’è questo spinoso tema dei bambini, su come crescerli con la tecnologia, i miei per esempio vogliono gli smartphone con le app, e noi non glieli compriamo, ma è un problema.

No per me è facile, io gli dico di no e basta. Non puoi averlo, è una cosa che fa male a voi bambini. Ma io lo voglio! Non mi importa di cosa vuoi, sono io il genitore! Non cresco i bambini, cresco gli adulti che saranno. Devo crescerli dandogli gli strumenti per affrontare una vita terribile, io la vedo così. Gli altri genitori dicono Eh ma tutti gli altri bambini ricevono dal padre questi oggetti terribili quindi anche i miei…  Beh, cerca di far comportare tuo figlio in modo che sia un esempio per tutti gli altri bambini del cazzo! Sono perchè gli stupidi figli degli altri hanno uno smartphone non significa che mia figlia dovrà essere stupida per non sentirsi diversa.

-E’ giusto.

Penso che quei cosi siano terribili, specialmente per i bambini. Stanno tutto il tempo con la faccia sullo smartphone, è orrendo. Non guardano in faccia la gente quando parlano, e non sviluppano empatia. I bambini sono cattivelli, sai: è perchè provano a vedere che effetto fa. Quindi se un bambino dice in faccia a un compagno Sei un brutto ciccione e vede la faccia di quel bambino quando glielo dice, capisce che gli ha fatto del male, e pensa Non è bello far sentire qualcuno così, non lo farò più. Ma se gli scrive Sei un brutto ciccione su una tastiera, recepisce solo questa sensazione Uh che bello, mi piace sta cosa, è divertente! 

In questo mondo c’è bisogno di sviluppare l’abilità di essere sè stessi e basta, senza dover essere per forza impegnati a far qualcosa. Solo essere. E’ la cosa che gli smartphone ci stanno portando via. L’abilità di essere semplicemente seduto qui, tranquillo. Questo è essere una persona. Senza niente da dover controllare, chattare, vedere su uno smartphone. Perchè alla base di tutto, nella vita, c’è quella cosa, quel vuoto dentro di te, un pezzetto magari piccolo, ma ci sarà sempre, e sarà sempre vuoto. Quella consapevolezza che è tutto inutile, e che alla fine di tutto sei solo. E’ quaggiù, dentro di te. E a volte nei momenti di vuoto in cui non stai guardando niente e non pensi a niente, per esempio sei sulla tua macchina, la mente comincia a vagare e Oh no, ci risiamo, SONO SOLO, e questo pensiero comincia a insinuarsi, sai com’è no?

-Sìsì

Sai, quella tristezza. La vita è tremendamente triste, anche solo il farne parte, a volte. Ed è per questo che a volte sei di là solo coi tuoi pensieri, e non vuoi pensare a questo, ed è per questo che usiamo gli smartphone anche guidando. Ti rendi conto? Mi guardo intorno e quasi il 100 per cento di chi guida sta inviando messaggi. E tutti si ammazzano a vicenda con le auto. Le persone veramente preferiscono rischiare di ammazzarsi, e di ammazzare altra gente e rovinarsi la vita, piuttosto che stare soli per un secondo, perchè stare soli è una cosa tanto, troppo difficile.

Un giorno stavo guidando e sulla radio parte questa canzone di Springsteen (…) sai qual’è? Jungleland?

E ascoltando mi ha fatto venire nostaglia dei giorni del Liceo, mi ha proprio intristito, ed ero lì e mi dicevo Oddio sto diventando triste, è meglio se prendo il telefono e scrivo Ciao a tipo 50 persone, così almeno tra tutti qualcuno di figo mi risponderà. Risponde anche chi non è figo ma vabbè quelli vaffanculo, non li considero, ho di meglio da fare…

Comunque ero triste, ho pensato prendo il telefono, e poi ho pensato Sai che c’è di nuovo? Non farlo, sii triste e basta. Lascia libera la tristezza, non evitarla, va bene così. E a un certo punto c’era Bruce che cantava e mi sentivo così triste, e ho dovuto accostare la macchina e mi sono messo a piangere, lì da solo, come una femminuccia. E ho pianto tanto, e sai cosa, è stato bello. Liberatorio. La tristezza ha una sua poesia, si è fortunati anche a poterla provare, a volte. Anche perchè dopo quel momento triste hanno cominciato ad arrivare pensieri più felici, perchè quando permetti a te stesso di essere triste, il tuo corpo crea come degli anticorpi, rilascia allegria per contrastare la tristezza, è normale. E quindi dopo essere stato triste per un po’, sono stato bene.

Perchè il punto è che visto che non vogliamo provare quel po’ di tristezza, lo scacciamo con uno smartphone, o una sega, o del cibo.