Noi siamo infinito – Stephen Chbosky #StephenChbosky #recensione

“Quindi, immagino siano tanti i fattori che ci fanno essere come siamo. Molti, forse, non li conosceremo mai. Ma, anche se non possiamo essere noi a decidere da dove veniamo, possiamo scegliere la nostra meta. Ci sono altre cose che possiamo fare. Cercando di sentirci a posto.”

Noi siamo infinito (The Perks of Being a Wallflower) di Stephen Chbosky è un libro che trova posto in entrambe le sfide cui mi sto dedicando, la Rory Gilmore ma anche la Disfida alla voce “libro bannato”.

Una volta ho letto che ogni generazione ha un suo romanzo cult di riferimento, a partire da I dolori del giovane Werther passando da Piccole donne al Giovane Holden a On the road fino ad arrivare agli Hunger Games ecc ecc ecc. Ovviamente ci sono alcuni classici che attraversano le epoche, ma qualche libro, quando esce, incarna meglio di altri il periodo di riferimento per i giovani di cui parla.

Questo è stato il romanzo cult della generazione americana dei primi anni ’90, che si è poi evoluta nel fenomeno sociale degli hipster; come tutti i romanzi cult per teen-agers si erge a simbolo di una certa esperienza dell’adolescenza, offre un senso di appartenenza, parla con una certa onestà di argomenti di cui gli adulti non parlano, o dei quali agli adulti non si può parlare, e raggiunge profondamente il tempo di alienazione che molti adolescenti vivono, elevando il protagonista Charlie a simbolo collettivo del grido di sconforto che ogni adulto teme “NESSUNO MI CAPISCE”.

Lo definirei un buon libro, commovente il giusto e scorrevole, il racconto di quella che è, in fondo, la storia di una profonda solitudine. E’ un romanzo epistolare, narrato in prima persona da Charlie, un ragazzino con un trauma infantile, intelligente, timido, introverso; a parte il fratello maggiore, ha sempre avuto un unico amico, che prima di iniziare le superiori si suicida. E quindi Charlie arriva nella nuova scuola completamente isolato, senza conoscere nessuno, e per avere qualcuno con cui sfogarsi comincerà a scrivere lettere a un amico immaginario. La sua vita al liceo non sarà però così brutta, dopo questo avvio doloroso: quasi subito infatti farà amicizia con un gruppo di ragazzi dell’ultimo anno, che nonostante la differenza di età lo accetta senza problemi, sviluppando una profonda e sincera amicizia. Il futuro è incerto, perchè i più grandi partiranno a breve per l’Università e Charlie deve finire anni di scuola. Ma tra musica, un po’ di droga, un poco di alcool, e un altro po’ di sesso, corse in macchina e discussioni nella notte sul tutto e sul niente, la speranza non muore, grazie anche all’aiuto di un insegnante di inglese che prende a cuore in modo particolare l’educazione del protagonista, e Charlie e i suoi amici ci accompagnano in un viaggio di formazione abbastanza piacevole.

Va detto che se fate leggere (e dovreste farlo) questo libro a una persona dai 15 ai vent’anni, ne uscirà probabilmente esaltata, ed è giusto così, perchè parla di cose vitali per quegli anni: l’appartenenza al gruppo, il desiderio di crescere e insieme la voglia di rimanere attaccati alla sicurezza dell’infanzia, unito a una serie di temi importanti e trattati in modo tutto sommato non banale: l’omosessualità, la sessualità in genere e le molestie sessuali, l’abuso di alcool e droga, l’incomunicabilità col mondo degli adulti. Purtroppo la scrittura, proprio quella che per un ragazzo può essere un tratto positivo del libro, così semplice, diretta, senza fronzoli, per un adulto rimane a volte troppo stucchevole, e non tanto riuscita. Charlie è un bel personaggio, a tratti ben caratterizzato, ma non ha evoluzione, nè una vera e propria crescita; e i suoi amici, descritti solo dalla sua penna in queste famose lettere all’amico fantasma, alla fine ne escono solo come nomi, non persone. E i profondi problemi di ansia e instabilità che Charlie attraversa sono tratteggiati in un modo che definire superficiale è già essere generosi, temo.

Nel film che ne hanno tratto, uscito nel 2012, tutti questi difetti sono brillantemente superati, gli attori dei due co-protagonisti li rendono gentilmente vivi e vibranti, e anche certe sbavature di dialoghi e riflessioni nella sceneggiatura sono sistemate, quindi se la storia vi ispira consiglio, per una volta, il film rispetto al libro, secondo me merita davvero.

Il romanzo in definitiva non è imperdibile, ma l’ho trovato una lettura amabile, in particolare per una certa nostalgia canaglia scatenata dal racconto di giovani degli anni ’90, quando i ragazzi si ritrovavano in casa di amici per parlare e ridere ascoltando musica, invece di fissare lo schermo di un cellulare o buttarsi su un videogioco. E poi c’è la simpatia istintiva che genera un protagonista che ama tantissimo leggere. E infine, è bello tornare per un poco al tempo in cui si incidevano musicassette pensando con cura alle canzoni da mettere per la persona a cui erano destinate, uno dei gesti di amiciza o di amore più belli di sempre.

PS. Metto qui un elenco dei libri che l’insegnante di inglese consiglia al protagonista, e di cui si parla, si accenna o si ammicca nel romanzo:

– Il buio oltre la siepe di Harper Lee
– Di qua dal paradiso di F.S.Fitzgerald
– Pace separata di John Knowles
– Peter e Wendy di J.M. Barrie
– Il grande Gatsby di F.S.Fitzgerald
– Il giovane Holden di J.D.Salinger
– Sulla strada di Jack Kerouac
– Il pasto nudo di William S. Burroughs
– Walden (Vita nei boschi) di Henry David Thoreau
– Amleto di William Shakespeare
– Lo straniero di Albert Camus
– La fonte meravigliosa di Ayn Rand

 

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Nastri – Stefano Solventi #Nastri #recensione

“Un giorno non è degno di essere chiamato giorno se non ne bevo un bicchiere, anzi meglio, un paio. Ho cinquantatrè anni e il fegato un po’ ingrossato. E’ giusto così. Tutto fa un po’ male”.

Nastri. Una favola post-rock Stefano Solventi
Editore: Eretica
Anno edizione:2017
Pagine:176 p., Brossura
 
In poche ore ho letto, con amabile piacere e rilassatezza, Nastri, di Stefano Solventi; la definizione in copertina del titolo è “una favola post-rock“, post che, vi chiederete? Post- tutto, in realtà: post fine del mondo conosciuto, post- esistenza della musica rock e del suo ascolto, post -possibilità di scegliere come e dove indirizzare le proprie espressioni artistiche. E’ un romanzo ambientato in un mondo distopico, anni dopo una quasi apocalisse; e la razza umana, che non si è estinta, ha inventato nuovi modi di vivere, e soprattutto, di reprimere. Perchè dopo il caos è necessario instaurare l’ordine, a tutti i costi. E perchè necessariamente se c’è un vuoto di potere per troppo tempo, di solito sopraggiunge un regime. La democrazia arriva sempre con fatica, e non è mai una cosa regalata.
I pochi protagonisti di Nastri si dividono in chi è stato giovane prima della catastrofe, chi ha visto l’altro mondo, il nostro mondo, brutto, libero, sporco, imperfetto, con ancora qualche assurda speranza che le cose possano cambiare, anche grazie a una musica che ci ha dato la forza per tutto nei momenti più bui. E chi è nato dopo l’apocalisse, in un nuovo ordine mondiale senza musica rock, con internet regolamentato, con molte meno libertà, anzi quasi nulle, ma molti altri vantaggi: più possibilità di studiare per tutti, assenza di droghe, poca disoccupazione ed estirpazione quasi totale di molte gravi malattie.

E il sunto dell’opera è quindi un po’ questo: che opzioni ci possono essere quando bisogna omologarsi per non morire, se abbia o no senso il piegarsi sempre e comunque, se sia possibile sopravvivere senza soccombere. E ovviamente questo non è tanto (solo) legato a un discorso di regime politico, ma alla vite, alle scelte che ognuno di noi, arrivato oltre i fatidici -anta, si trova di fronte. Perchè la maturità arriva portandosi con passo strascicato cose che da giovane non pensavi possibili, nella tua vita: per esempio, la poca voglia di crescere ancora, di fare, di provarci, semplicemente. Perchè tanto non arriverai mai non tanto addirittura a rifulgere, ma nemmeno un poco fuori dalla mediocrità, e quindi tanto vale battere le solite stesse strade prevedibili: l’opposizione, così naturale in gioventù, diventa orrendamente difficile mentre si cresce, ed è questa la cosa davvero spaventosa dell’invecchiare.

Per quanto riguarda trama e ambientazione, il futuro apocalittico in Nastri c’è ma non è invasivo, non è iper futuribile nè troppo descrittivo o onnipresente in megalopoli e monoliti: semplicemente, c’è. Ci sono articoli di giornale e qualche ricordo, la gente ne parla e ci vive. E’ pura realtà, non fantascienza. E Solventi ha la felice facoltà di fartelo vedere in modo minimale, ma vivo e palpabile, capacità quasi impossibile da creare in narrativa in un romanzo breve. Perciò consiglio questo libro a chi ama il rock e il punk, a chi non ama la fantascienza e a chi invece non può farne a meno, a chi ama i vecchi film noir di Jean Gabin e a chi è cresciuto con Strange Days, a chi ha una vecchia maglia di Iggy Pop e a chi ne ha appena comprata una nuova dei Ramones.
 
Stephen King nel suo saggio On Writing scrive che Non esiste un Deposito delle Idee, non c’è una Centrale delle Storie, un’Isola dei Best-Seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d’incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo.
 
Io ho sempre pensato che chi legge riceve questo qualcosa di assolutamente nuovo in un secondo punto di incontro, che trasforma e fa proprio. A volte ci riflette, e ne può uscire addirittura un terzo, e così via. Perchè le idee generano idee, pensieri, ricordi. E se sta leggendo un buon libro, questo processo è inarrestabile, o quasi. Lo è soprattutto perchè un buon libro rimane con te anche nel futuro, con il tempo che passa, e quelle idee che ha fatto nascere magari sbiadiscono, eppure non muoiono.
 
Nastri per me è un buon libro perchè al di là della storia, della trama con qualche momento di perdonabile candore, che può o meno incontrare gusti e palati, dei personaggi riusciti anche se non sempre perfetti, al di là di tutto parla di una cosa comune a tutti noi, crescere fino al punto di invecchiare, anche se non ancora. E quel non ancora è legato a qualcosa di diverso per ognuno di noi: per me e quasi tutti i miei amici, è uno scaffale di vinili, un lato della libreria, un album pieno di biglietti di concerti che non è ancora completato, nè lo sarà per molto tempo; per qualcun altro è una corsa da completare, il sogno di un viaggio da fare, un assolo da riprovare, il colore perduto di un quadro in una mostra, il sorriso del proprio bambino che cresce. Ma per tutti credo, è quello che dice Stratos a Polly nel romanzo:
 
-Posso vivere benissimo anche senza.
-Certo. E’ proprio questo il punto. Puoi farlo. Puoi non farlo. Tra le due opzioni c’è un bel pezzo di quello che sei. E di quello che non sei.

#integrazione #zadiesmith

«Che esistenza tranquilla. Che gioia dev’essere, la loro vita. Aprono una porta, e dietro ci sono solo un bagno o un soggiorno. Solo spazi neutrali. E non questo interminabile labirinto di stanze presenti e stanze passate e le cose dette dentro quelle stanze dieci anni fa, e la merda storica di ognuno spiaccicata ovunque. Loro non continuano a ripetere regolarmente i vecchi errori. Non ascoltano sempre vecchie puttanate. Non danno pubbliche esibizioni di Angst per i trasporti pubblici. Davvero, quella gente esiste. Ve lo dico io. I più grandi traumi della loro vita sono rappresentati da cose come il cambio della moquette. Il pagamento delle bollette. La riparazione del cancello. Non si preoccupano di ciò che fanno i loro figli nella vita, finché si comportano in modo, sapete, ragionevolmente sano. Felice. E ogni singolo giorno del cazzo non è un’enorme battaglia fra chi sono e chi dovrebbero essere, ciò che erano e ciò che saranno. Avanti, chiedeteglielo. E loro ve lo diranno. Niente moschee. Forse una chiesetta. Praticamente nessun peccato. Un sacco di perdono. Niente soffitte. Niente merda nelle soffitte. Niente scheletri negli armadi. Niente bisnonni. Sono pronta a scommettere subito venti sterline che qui dentro Samad è l’unico a conoscere la maledetta misura interna della gamba del suo bisnonno. E lo sapete perché loro non la conoscono? Perché non gliene frega un cazzo! Per quanto li riguarda, è il passato. E’ così che va nelle altre famiglie. Non vivono ripiegate su se stesse. Non corrono in tondo, godendo, godendo del fatto che sono mentalmente disturbate. Non passano il tempo a tentare di trovare il modo di rendere più complessa la loro vita. Si limitano a viverla. Bastardi fortunati. Figli di puttana fortunati.»

Denti bianchi – Zadie Smith

#Pasolini #25aprile

Ora invece succede il contrario.
Il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non era riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia ha, che l’Italia ha prodotto in modo storicamente molto differenziato.
E allora questa acculturazione sta distruggendo, in realtà, l’Italia; allora posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia.
E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto.
È avvenuto tutto in questi ultimi anni.
È stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto attorno a noi l’Italia distruggersi e sparire.
Adesso risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.

Pier Paolo Pasolini

I’m with the band – Pamela Des Barres #recensione

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Ci sono cose che solo chi vive nel mondo del rock può capire. Voglio dire, ti capita il gran gran GRAN culo di essere vicina di casa di Jim Morrison o Frank Zappa negli anni Sessanta e che fai? la timida? non ne approfitti? a sedici anni? Io avrei fatto di peggio.

Pamela Miller era un’adolescente californiana carina e biondissima, cresciuta negli anni 60 in una normalissima casa medio-borghese vicino a Los Angeles, figlia unica di due genitori che le volevano bene e la viziavano il giusto; tutto la dirigeva verso la tipicità della vita a sua volta medio-borghese che attendeva lei e tutte le sue compagne con cofane e reggiseni imbottiti. Invece, complice una mega prima stra- extra-super cotta per i Beatles, qualcosa durante quel percorso si è inceppato, e lei è diventata Pamela Des Barres, una delle più conosciute groupies di sempre, che ha avuto l’accesso diretto al backstage di tutte le band nella più grande epoca della storia del rock’n’roll. I’m with the band (uscito anche in italiano come Sto con la Band, Castelvecchi Editore) è la sua storia, quella di una ragazza con uno spirito libero e mai meschino, che si è trovata al posto giusto nel momento giusto, o ha fatto di tutto per esserlo, e al di là della dolcissima leggerezza delle sue varie avventure (non necessariamente sessuali), fa piacere scoprire che aveva una testa e la usava (anche se non sempre, ma era molto giovane, va ricordato) e che nonostante la superficialità di molte scelte manteneva un’anima profonda e generosa, sempre in cerca di un miglioramento intellettuale e di un reale sviluppo interiore. Non ci sarà sempre riuscita, ma d’altra parte chi siamo noi per giudicarla nel suo percorso? Il libro ripercorre la personale ascesa di Pamela nel mondo del rock a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 a fianco di musicisti diventati poi icone (Jim Morrison, Gram Parsons, Jimmy Page, Mick Jagger, Frank Zappa, Keith Moon, citando solo i più famosi). Di alcuni fu solo amica, di altri invece fu ragazza/amante/donna del momento per qualche giorno al mese, per qualche tempo: non troveremo qui le vuote scorribande di una ninfomane assatanata, Miss Pamela si innamorava davvero dei suoi idoli e ricambiava il dono della musica e della loro attenzione con tutto l’amore e la devozione possibili, soffrendo sempre quando inevitabilmente si allontavano verso i loro sogni di gloria rockenrolla lasciandola con il cuore spezzato.

Il termine “groupie” evoca in genere una serie di reazioni emozionali, che vanno dallo “zoccola” al “musa ispiratrice”, ma in genere si assestano sul dispregiativo diminutivo. Io ho passato la mia vita a stalkerare benignamente Springsteen, e non mi sento di denigrare le scelte di chi ha voluto essere entusiasta e disponibile verso i propri idoli. Anche perchè siamo sempre lì, se Gene Simmons proclama di avere fatto sesso con circa 5.000 donne, lui riceve pacche sulle spalle perchè è troppo uno stallone per essersene approfittato, e le 5.000 sono una massa di zoccole. Al tempo stesso, la Des Barres, che ha vissuto la propria vita al massimo sfruttando tutte le occasioni che le si offrivano, senza rimorsi e scrollandosi di dosso la morale bene dei tempi, racconta in modo assolutamente onesto le proprie intenzioni, che erano a volte dettate da semplice concupiscenza verso questo o quel personaggio della scena rock, ma per lo più da reale desiderio di conoscere quella persona e passarci del tempo insieme, non solo a letto, sentimento in genere ricambiato dalla rock star scelta. D’altronde lo stesso Keith Richards, nel suo Life, definisce con chiarezza i tre tipi di donna che puoi incontrare nella vita di un musicista rock: ci sono le ragazze che usi solo per il soddisfacimento sessuale di qualche ora (il classico “Quanta figa c’è stasera?”), di quelle che usi per un tanto al chilo; poi ci sono le donne di cui ti innamori, che sposerai, con cui farai figli (le due categorie sono esclusive ma non separate: amare tua moglie che è a casa non vuol dire non avere voglia di fare sesso quella sera con una sconosciuta che ti dimenticherai nel preciso momento in cui esce per sempre dalla stanza del tuo albergo o dal tuo camerino). E poi ci sono le groupies, quelle che ti confortano mentre sei in tour lontano da casa da mesi e hai un brutto trip di acido, che ti abbracciano e coccolano dopo che hai dato tutto sul palco, un piccolo porto di calore in mesi di alienazione tra concerti, registrazioni, droghe e vita sfatta. Non erano lì solo per il sesso, e non ci si poteva costruire una vita insieme, ma le si rispettava e si aveva di loro un bel ricordo.

Attraverso tutte le sue avventure nel mondo del testosterone rockenrollo, Pamela è sempre circondata e supportata dal reciproco affetto del suo gruppetto di amiche groupies, un tema che ho trovato simpaticamente piacevole: anche con quelle ragazze con cui rivaleggiava per l’attenzione di qualche rockstar, non c’erano mai reali sentimenti di odio o rivalità, anzi in genere diventavano sempre amiche. Non ci sono meschinerie o scenate, e se pensiamo che stiamo parlando di ragazzine tutte dai 17 ai 23 anni, la cosa è abbastanza sorprendente. Per comparazione, basti pensare alle scenate isteriche virtuali delle migliaia di fan delle boy band dei nostri tempi quando una di loro per un qualsiasi motivo ottiene un momento di celebrità per un bacio con uno degli idoli: si scatenano insulti, minacce, scene da Gehenna che Dylan Dog ciao proprio. Ma credo che ai tempi di Pamela fosse una realtà riconosciuta da tutte quelle del giro, quella che fosse necessario sostenersi vicendevolmente come gruppo di fan affezionate: perchè sapevano che gli uomini con cui dormivano non sarebbero stati lì per molto, e quel tipo di vicinanza e calore da loro non sarebbe comunque mai arrivato.

La scrittura in sè, è tremenda. La cosa è alquanto sconcertante se si pensa che l’autrice ha scritto pure altri libri, e che si definisce “giornalista”; ma sul serio, è penosa. Le parti peggiori sono poi quelle dei suoi diari, che lei ha tenuto durante tutta la sua vita e che hanno quindi permesso una documentazione accurata degli avvenimenti, insieme con foto e stralci di lettere; ma le frasi che si impegna a mettere insieme sono di una bruttezza imbarazzante. Tuttavia, se è scritto male, è però sempre sincero: è impossibile rimanere indifferenti alla sua sofferenza di ragazza corteggiata da Jimmy Page e che dopo qualche serata fantastica e un biglietto aereo che le permette di andare in tour con i Led Zeppelin per qualche settimana, viene lasciata al telefono con un Mi faccio sentire io seguito dal classico Non sei tu, lo sai, sono io. Anche le rockstar sono uomini e pure super vermi, care le mie Holly Golightlies.

Al di là del fatto che non sarebbe probabilmente all’altezza di certe descrizioni, è un po’ strano che pur essendo un libro sul momento più alto della storia del rock, di musica rock ce ne sia così poca, in effetti: è vano attendere un’esposizione di cosa fosse un concerto degli Stones, di come ci si sentisse a guardare un assolo di Jimmy Page, di un momento in cui la discussione artistica esplodeva tra Gram Parsons e Keith Richards e ci fosse lì qualcuno a testimoniarlo. Non c’è mai una vera e propria impressione della musica che questi uomini effettivamente suonavano, dello stile che ricercavano, del momento creativo inseguito: per quello che ne riferisce Pamela, gli Stones avrebbero potuto essere dei poeti che declamavano Rimbaud nudi a turno dal palco, e a lei non sarebbe importato, finchè fossero rimasti i più idolatrati proclamatori nudi di Rimbaud dal palco del mondo. E per me, da fan del rock, questa è la più grave mancanza del libro, anche se devo riconoscere che dove fallisce nel parlarci dei momenti della musica rock vissuti di fianco agli artisti che l’hanno creata, riesce a trasmetterci piccole istantanee, intime e dettagliate, di alcuni di questi uomini. La cosa ha anche un certo senso: con questi musicisti andava per lo più a letto, non in sala di registrazione; è normale che Keith Moon volesse confidarle il tormento per l’incidente in cui uccise il proprio amico e autista Neil Boland, e non parlarle della propria tecnica poco convenzionale di batterista.

Al tempo stesso, pensando a donne per cui sono state scritte canzoni immortali, è un po’ triste pensare che tutto quello che ha dato Pamela nelle relazioni con questi artisti non sia mai stato in fondo pienamente ricambiato; a lei ora non importa, e va bene. Ma per me, rimane un poco triste lo stesso.

In ogni caso, è una ragazza che Frank Zappa, Mick Jagger, Gram Parsons, Jimmy Page, Robert Plant, Keith Moon (ma anche Don Johnson e Woody Allen) hanno considerato degna di essere amica e/o amante, e dunque non vedo perché debba io avere riserve sul personaggio. E’ vero, forse molte di queste rock star l’hanno per lo più usata sessualmente, forse non c’è stata profonda e vera intimità. Ma Miss Pamela non se ne è preoccupata mai, perchè era troppo intenta a divertirsi, a sognare, a progettare nuove mises e a spassarsela: e il suo messaggio, ancora dopo quasi cinquant’anni, è proprio questo. Nessuno, nemmeno la più famosa rock star del mondo può farti sentire usato, sporco, inferiore, se sei in pace con te stessa e stai vivendo la tua vita proprio come ti va di farlo.

Delle 400 pagine di quest’opera, almeno le ultime 100 sono comunque di troppo, per me. Perchè all’inizio, mentre Pamela vaga coi suoi occhioni sgranati nel mondo rockenrollo che le si spalanca davanti, senza parole e imbambolata davanti ai suoi idoli, è impossibile non provare entusiasmo con lei. E anche dopo, quando è entrata un poco nella scena ma si arrabatta per mantenersi con lavoretti (perchè le va riconosciuto, onestamente, che pur con tutte le possibilità che ha avuto di approfittarsene un po’, il massimo che chiedeva alle rockstar erano i biglietti dei concerti ed occasionalmente un trasporto per andare a vederli in tour: ma per il resto, si è sempre pagata tutto di tasca sua, al massimo domandando piccoli prestiti ai genitori) cercando di capire come trovare la propria vena artistica, cercando di “fare” qualcosa, circondata da tutti questi giganti della creatività, la si segue volentieri. Però arrivati a quest’ultima parte, Miss Pamela è una signorina ormai ventiseienne, che ha vissuto nel suo modo non convenzionale da quando ne aveva sedici, e improvvisamente comincia a chiedersi se non ci sia qualcosa di più, di diverso, di altro, che non inseguire come una pazza dei musicisti rock per portarseli a letto. E’ comunque una ragazza americana, come tutte allevata nel mito di affermarsi nella propria vita, inseguire una carriera, costruire una famiglia: e il fatto che non si sia uniformata alla corrente di pensiero imperante, non vuol dire che non meditasse sulla sua validità. Soprattutto, la realtà comincia a farsi strada anche nel suo sogno dorato: non ha una casa propria nè una relazione fissa, e pur essendo ormai una persona ormai del giro, ogni volta che si presenta da una nuova rockstar emergente è in competizione con file di ragazzine di dieci anni più giovani di lei, che vogliono spodestarla. E a poco a poco, così giovani, cominciano anche a morire i compagni di avventure di una vita, falciati da malattie e droghe.

Perciò tutta l’ultima parte del libro è incentrata su questi suoi problemi esistenziali e dilemma spirituali, nonchè sulla ricerca dell’uomo con cui mettere su casa: e a sto punto, se la brutta grammatica e le frasi infelici si sopportano finchè ci sono in scena Mick Jagger o Robert Plant, tutta ‘sta sezione diventa un insopportabile trip di scrittura scadente e melodramma da Harmony spiegazzato, che finalmente termina nel momento in cui incontra il Des Barres, e convolano felicemente a nozze.

In questo libro c’è tutto questo, ma per fortuna molto molto di più: fantastiche descrizioni di un mondo hippie in cui andare vestiti in abiti elisabettiani era considerato il massimo della moda, comuni zozze e post concerti orgiastici, sale da pranzo-boudoir e mescalina, Frank Zappa e Jim Morrison che le fanno lezioni sul mantenere sempre il controllo prendendo poche droghe (consiglio che seguirà di cuore, e probabilmente è anche per questo che è ancora qui sana a raccontarcelo), le fruste che Jimmy Page teneva in valigia e le famigerate Plaster Caster (le ingessatrici che collezionavano calchi di sessi maschili da esse stesse, ahem, “preparati”) e un mondo pre-security pre-Chapman, in cui le rockstar erano dei ma non inavvicinabili, e il pensiero di pace e amore dell’epoca dei figli dei fiori era ancora una realtà possibile, non un’utopia.

E’ un libro comunque molto piacevole e interessante per chi bazzica il mondo rockenrollo, se non scritto bene, per lo meno sempre sincero, lieve, e molto onesto.

 

Truman Capote – In cold blood #recensione #TrumanCapote

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Capote riferì in varie interviste di avere in mente da tempo di scrivere un resoconto veritiero di un caso criminale, perchè vedeva nel giornalismo la possibilità di introdurre un nuovo genere letterario: la nonfiction novel. Conoscendo i propri tempi, pensava di dedicare alla scrittura della propria opera almeno quattro o cinque anni; e questo lo poneva nella condizione di scegliere un crimine di un certo scalpore, perchè doveva avere la ragionevole certezza che il materiale non “scadesse”, col tempo. Ed essendo la natura umana quella che è, sapeva che un caso di assassinio non avrebbe mai perso interesse, per il pubblico. Leggendo un trafiletto sul New York Times, decise che la tragica vicenda dei Clutter poteva fare al caso suo. Perchè non partire, andare in Kansas e vedere che succedeva? Tutto gli era sconosciuto: la città, gli abitanti, i paesaggi, il clima. E tutto questo poteva contribuire ad acuire il suo pensiero, stimolare il suo lavoro.

Alla fine, non partì solo, lo accompagnò la sua migliore amica, Harper Lee, che fu vitale per il lavoro di Capote, un artista che ostentava la propria superiorità intellettuale e sartoriale, con le sue gardenie e le sciarpe di seta colorata. In una città della Bible Belt, rurale, religiosa, spaventata per un delitto atroce ancora irrisolto, tendenzialmente chiusa verso qualsiasi estraneo e diffidente di chi non è del luogo, lo scrittore di New York non avrebbe avuto vita facile senza la mediazione dell’amica. Ma Harper Lee era una signora; cominciò col fare visita alle signore, alle mogli di chi voleva intervistare Capote, facendo da tramite per lui. Col tempo, anche i cittadini più riluttanti accolsero i due scrittori. Le interviste furono moltissime, alcune andarono avanti per tre anni, e per allora Capote era totalmente in confidenza con le persone di Holcomb.

Incontrò per la prima volta Perry e Dick la sera del loro arrivo a Garden City. Nelle prime interviste Perry era diffidente, quasi paranoico, e non parlava. Dick era più facile, era la classica persona che incontri sul treno e in dieci minuti ti ha già raccontato tutto della sua vita. Perry si rilassò dopo qualche mese, ma solo dopo anni arrivò a essere completamente onesto con Capote, e a fidarsi di lui. Chiedeva allo scrittore perchè stesse scrivendo questo libro, proprio un libro di questo tipo. E un giorno gli disse: Dimmi in una sola frase perchè vuoi scriverlo. Capote rispose che non era sua intenzione far cambiare idea alla gente, e neanche c’era un particolare intento morale: era solo una sua precisa convinzione estetica di poter creare un romanzo che fosse un’opera d’arte. A queste parole, Perry si mise a ridere, dicendo che era proprio una cosa ironica. Perchè per tutta la vita aveva cercato di creare un’opera d’arte, e dopo aver ucciso quattro persone, beh, proprio quello sarebbe alla fine risultato l’opera d’arte di un’altra persona.

Durante gli anni di detenzione, Capote ebbe un rapporto costante con i due condannati. Si considerava amico di Perry, gli era più vicino emotivamente perchè mostrava rimorso, perchè aveva avuto un’infanzia mostruosamente infelice, perchè era intelligente e desideroso di studiare. Visitava spesso i due ragazzi, parlava con loro, inviava pacchi di riviste e giornali, e scriveva almeno due lettere a settimane, due lettere diverse ciascuno, perchè erano vicini di cella, ed erano molto gelosi, o meglio, Perry lo era, e se Dick avesse ricevuto una lettera in più si sarebbe offeso tremendamente. Capote scriveva delle cose che faceva a New York, della propria casa, del proprio cane. Due lettere a settimana, per anni. E poi c’era la relazione con gli abitanti di Holcomb, con l’agente Dewey e sua moglie, a cui pure scriveva, un lavorìo emotivo di anni, incessante. Anche se non produceva pagine del libro, Capote era costantemente nel caso, sempre. C’era inoltre il fatto di sentirsi frustrato perchè aveva un libro fermo: a causa dei vari appelli che si trascinavano negli anni, non c’era un epilogo. E non poteva pubblicare un romanzo senza una fine. E desiderare quella fine era pure orribile, per il suo rapporto di amicizia con Perry, e comunque di vicinanza con Dick. Nel frattempo Harper Lee aveva pubblicato To kill a mockingbird che era diventato un best seller, aveva vinto il Pulitzer e aveva venduto i diritti cinematografici a Hollywood. Un giro estenuante di fattori emotivi per Capote, che anno dopo anno raggiungeva nuove frustrazioni. Quando l’ultimo appello venne rifiutato dalla Corte, Perry scrisse una lettera a Capote, chiedendogli di andare a fargli visita. Lo scrittore inizialmente rifiutò, poi eventualmente accettò, disse addio all’amico, e assistette anche all’esecuzione dei due giovani. Perry gli lasciò in eredità i suoi pochi averi, libri, lettere, disegni.

In cold blood rese Truman Capote lo scrittore più famoso di America, è tutt’oggi una pietra miliare nella cultura americana, e il picco della carriera letteraria di questo scrittore. Questo fu l’ultimo libro da lui completato, e non pubblicò più nulla dopo, se non dei racconti che aveva già prodotto. Non riuscì più a scrivere niente.

La critica accolse favorevolmente il romanzo, ma ci fu una brutta diatriba con il critico d’arte Kenneth Tynan, che dichiarò in una sua recensione come Capote volesse a tutti i costi una esecuzione capitale come degno finale per il libro.

“Alla fine, stiamo parlando di responsabilità; il debito che uno scrittore verosimilmente ha verso chi gli procura la materia prima del suo scrivere, fino all’ultima parentesi. Per la prima volta uno scrittore influente di prima categoria è stato messo in una posizione di privilegiata intimità con dei criminali che stanno per morire, e -per come la penso io- ha fatto meno di quel che avrebbe potuto per salvarli. Il punto si focalizza, precisamente, su due priorità: viene prima il lavoro, o la vita umana? Un tentativo di aiutare (per esempio fornendo una nuova testimonianza psichiatrica) avrebbe potuto facilmente fallire; ma manca qualsiasi prova che questo tentativo sia mai stato contemplato”. Kenneth Tynan

Intervista integrale qui: http://www.nytimes.com/books/97/12/28/home/capote-interview.html

La Rory Gilmore Reading Challenge #Libri #RoryGilmore

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Tra la Sfida 2017 dei 50 libri, prossimamente su questi schermi, e il mio giro intorno al mondo (Leggere il Mondo, un libro per Paese), ho deciso con delizia che nel 2017 partirà un’altra Sfida letteraria per me, dritta dritta dal mondo televisivo. Nella serie Gilmore Girls (di cui ho guardato tre puntate da ggiovane per decidere che mi schifava e raccapricciava, e ogni volta che ne ho rivisto un pezzo mi saliva la carogna, ma tranquilli, non siamo qui per parlare di ciò) la ragazzina co-protagonista, Rory, è una lettrice avida e insaziabile, che legge costantemente non solo per il proprio piacere ma anche perchè è iscritta a una scuola privata estremamente competitiva in vista di un futuro in una università Ivy League, destinata a una carriera giornalistica. Per lo più, comunque, legge perchè ama farlo; ed è inquadrata in almeno una scena a puntata con un libro in mano. Negli anni in cui la serie era attiva, il network televisivo WB curava una rubrica online, intitolata The Rory Gilmore Book Club, in cui si elencavano titoli di romanzi che Rory stava leggendo o avrebbe letto, o che avrebbe dovuto leggere, stimolando curiosità nelle fan lettrici, e dando ottimi suggerimenti a genitori e giovani fan della serie. Col tempo, i fan nerd più telemaniaci hanno stilato una lista ossessiva non solo di questi libri o dei titoli che Rory è stata vista leggere nei telefilm, ma di tutti i riferimenti letterari e filmici (che abbiano alla base un libro) fatti in tutte le puntate delle sette stagioni, più la recente miniserie, creando l’estesa macro competizione The Rory Gilmore Reading Challenge, che consiste in circa 360 titoli, in cui si sfida il lettore a raggiungere Rory. Su Goodreads  gareggiano in un gruppo di lettura al ritmo di due libri al mese più qualche minisfida, ma naturalmente con un numero così elevato di titoli è inutile porsi obiettivi troppo ravvicinati.

Ho detto “circa” 350 libri perchè in rete si trovano infinite liste sotto questa denominazione, in genere copincollate da un sito all’altro, ma molte contengono doppioni o palesi errori; io da brava ho controllato titolo per titolo, libro per libro, e sono arrivata a questa precisa polita Sfida qui: https://cinquantalibri.com/the-rory-gilmore-reading-challenge/

La trovo un sfida importante e interessante, innanzitutto perchè una ragazzina televisiva americana non si può permettere di aver letto più libri di me! ahah, no, ok scherzo. Comunque Rory no, non ti permettere.

Partiamo con le considerazioni: è una lista che -tolto qualche titolo di manuali di cucina e guide di viaggio per l’Europa- si divide in quattro macro gruppi di letture. Dapprima i libri di svago di alta qualità (Harry Potter, Woodhouse, i classici per ragazzi); poi i capolavori della grande letteratura mondiale, con particolare interesse verso quella inglese e nordamericana, ovviamente; poi le biografie e i saggi storici, filosofici, letterari e musicali che Rory legge in vista della sua futura carriera giornalistica; e infine una serie di opere che sono forse meno importanti letteriamente ma ugualmente fondamentali per tematiche e scrittura, che vanno da Un albero cresce a Brooklyn di Betty Smith a Stephen King. Di questi 370 titoli, penso di averne letti un centinaio, forse qualcuno in più ma ho deciso comunque di rileggere Shakespeare e Dickens. Ho trovato tantissimi suggerimenti interessanti per saggi e opere letterarie, anche se c’è qualche libro che non mi attira per nulla, e che sostituirò con un titolo equivalente: perchè laddove Rory da brava studentessa americana trova necessario leggersi A Monetary History of the United States, tomone di 860 pagine scritto nel 1963 dai premi Nobel per l’Economia Milton Friedman and Anna J. Schwartz, io magari scelgo qualcosa tra questi, per esempio:  https://www.webeconomia.it/libri-economia-leggere/4754/

Insomma, io comincio. Poi quando finisco, finisco! Se non finisco, pazienza! ci ho provato, voi mi siete testimoni.