Come together fall apart – Cristina Henriquez

Leggere il mondo: PANAMA

 

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Non trovando un granchè come autori panamensi tradotti, ho ripiegato sulla seconda generazione. Cristina Henriquez ha padre panamense e madre americana, ha studiato negli Stati Uniti, ha pubblicato qualche racconto in varie riviste letterarie, tra cui il The New Yorker; questo Come together fall apart è la sua opera prima, in seguito ha prodotto due romanzi, tradotti anche in italiano (Anche noi l’America e Il mondo a metà).

Ho scelto questa raccolta di storie perchè sono tutte (o quasi) ambientate a Panama, che era il punto del mio approccio all’autrice. E’ brava, una scrittura pulita, riflessioni sincere anche se non esageratamente profonde, il linguaggio evocativo. Sono generalmente storie di gente comune, al limite della povertà, che si arrabatta tra lavori precari e problemi di vario tipo, sempre mantenendo una certa speranza, nonostante le circostanze: una ragazza che perde la madre, giovanotti incapaci di impegno, donne sole che allevano le figlie severamente ma sempre con il sorriso pronto.

Vite poco straordinarie in una Panama che appare di striscio in certi angoli, ragazzini che costruiscono un fortino con dei carrelli del supermercato abbandonati, file di banchetti della lotteria lungo i marciapiedi, cartelloni pubblicitari di Adidas e Daewoo, signore che pelano la frutta buttando le bucce ai gabbiani, vecchietti che giocano a domino sulle panchine.

L’autrice ha uno stile pacato, i suoi personaggi sono persone normali che parlano una lingua colloquiale, comunque non priva di grazia in certe pacate meditazioni. La novella più lunga è quella che dà il titolo al libro, ambientata durante l’invasione americana del 1989 per la destituzione di Noriega, il tutto visto attraverso gli occhi un ragazzino che vive il primo innamoramento, e una grave crisi oltre che nel Paese a casa propria, in quanto la dimora dove tutta la sua famiglia vive da generazioni deve essere distrutta per far spazio a un condominio, visto che arrivano gli americani e l’economia si impenna. Non mi ha convinto del tutto, anche se è il racconto che ha avuto più elogi dalla critica.

In generale, che questo libro sia un’opera prima è evidente, le storie proprio precisine, mai sporche abbastanza, la prosa liscia e polita, i personaggi un po’ stereotipati: gli uomini sono quasi tutti superficiali latin lovers, il cardine della famiglia è sempre la madre, la propria relazione con i figli, soprattutto con le femmine, feroce. E poi c’è questo ottimismo che in generale permea le vicende, anche se a volte ci sono di mezzo lutti e divorzi, questa visione forse un po’ giovanile del mondo. Non è necessariamente un difetto ma il rischio melassa è dietro l’angolo, e un poco più di cinismo avrebbe dato un tono più realistico e credibile al tutto. Però i racconti sono ben scritti, e si prova sempre una certa empatia per i protagonisti: non è per niente un brutto libro, è solo che avrebbe potuto essere molto meglio. Tuttavia non mi è dispiaciuta quest’autrice, ho letto che le sue opere successive sono più profonde e complete, e quindi senz’altro leggerò altro di suo.

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Giungla polacca – Ryszard Kapuściński

LEGGERE IL MONDO: POLONIA

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Kapuściński è stato un famosissimo giornalista polacco (con lo spostamento delle frontiere adesso per nascita sarebbe in realtà bielorusso, peraltro), pure in odore di Nobel ai suoi tempi, che ha lavorato per quasi tutta la sua vita come corrispondente estero da Paesi come l’Iran e l’U.R.S.S., l’India, il Pakistan e l’Afghanistan, e l’Africa nella sua interezza. Il suo essere giornalista non era una carriera, ma una missione: passare felicemente tutta la vita in luoghi sconosciuti, potenzialmente pericolosi, spesso orribilmente scomodi, cercando di raccontarne l’intima essenza a persone che leggono un giornale a migliaia di chilometri di distanza. Come scrittore aveva un metodo, quello dei due taccuini: in uno annotava i fatti storici e le semplici storie che poi spediva per i suoi articoli; nell’altro scriveva le impressioni, le conversazioni scomode, le verità nascoste di regimi e situazioni che, immodestamente, pensava di non saper raccontare. Da questi ultimi taccuini, invece, vennero i suoi lavori migliori: da tempo di suo ho in lista Il negus, celeberrimo reportage dedicato al crollo del regime di Hailé Selassié in Etiopia; Shah-in-Shah, racconto del suo anno trascorso in Iran, gli ultimi giorni dello Shah sul trono quando l’ayatollah Komeini prese il potere; e quello che lui stesso descriveva come un libro molto personale, che parla di essere soli, e sperduti: Ancora un giorno, dove racconta l’estate del 1976 in Angola quando il colonialismo portoghese collassò dopo una guerra di liberazione. Kapuscinski era l’unico giornalista occidentale presente fino alla fine, e dalla sua camera di Luanda l’autore narra di quello che succede in tempo di guerra in una “città chiusa”, dalla quale tutti scappano come topi da una nave che affonda: prima i portoghesi con i loro beni e masserizie, poi i negozianti, la polizia, i tassisti, i barbieri, la nettezza urbana e, infine, anche i cani.

Avendo voglia di leggere per il biblioviaggio un autore polacco, ho quindi scelto questo Giungla polacca, una serie di racconti ambientati in campagne e piccoli villaggi della Polonia durante la stabilizzazione comunista dopo lo sfacelo della seconda guerra mondiale. Sono tutte storie di povere vite comuni, contadini, operai, studenti, quasi tutti allo sbando, senza terra o lavoro, senza scopo se non ubraicarsi, senza futuro. E’ il primo libro dello scrittore, e purtroppo ammetto che mi è piaciuto poco assai; Kapucinski era famoso per la disinvoltura ed empatia con cui si approcciava alle persone più semplici e umili, e non è questo che manca nei racconti. Piuttosto ho trovato indeterminato lo stile, e inconcludenti metà delle storie, iniziate a metà o finite troppo bruscamente; caratterizzazione assente o quasi; e spiegazione del contesto, in molti casi, inesistente. Sono in tutto 21 piccoli racconti, e di questi forse 5 o 6 mi hanno colpito favorevolmente. Per un giornalista non dovrebbe essere un problema condensare in poche pagine una storia; forse qui era la materia prima che non lo permetteva (personaggi vinti, tristi, opachi), o forse è solo perchè l’autore ancora cercava un proprio stile. Purtroppo l’impressione finale è di un libro confuso, con molti episodi che potrebbero adattarsi a qualsiasi paese di campagna dell’Europa del secondo dopoguerra, non necessariamente in Polonia. Pazienza, rimango convinta che sia uno scrittore di cui vale la pena leggere. Solo, non cominciate da questo!

Avevano spento anche la luna – Ruta Sepetys #Lituania

LEGGERE IL MONDO: LITUANIA

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Questo libro non rappresenta esattamente la letteratura lituana, in quanto è stato scritto da un’americana di seconda generazione, figlia di un rifugiato, che ha raccolto testimonianze sul genocidio dei popoli dei Paesi Baltici da parte di Stalin e ha provato a raccontarle qui. Il libro è stato un best-seller del New York Times, e la scrittrice ha ricevuto numerosi premi letterari per il suo lavoro di divulgazione culturale su quel periodo storico che vide il totalitarismo sovietico imperare su Estonia, Lettonia e Lituania con deportazioni nei campi di prigionia della Siberia. Nel 1940 l’Unione Sovietica occupò gli stati Baltici; in pochi mesi il Cremlino emanò elenchi di persone considerate antisovietiche che furono imprigionate, uccise, o deportate in schiavitù in Siberia: medici e avvocati, artisti e insegnanti, militari e intellettuali. Gli orrori che le popolazioni dovettero sopportare furono indicibili; e nel frattempo Hitler invase a sua volta gli stati baltici, che, intrappolati tra l’impero sovietico e il Reich, semplicemente scomparvero dalle carte geografiche insieme ai migliaia di deportati. Chi sopravvisse trascorse dai dieci ai quindici anni in Siberia, in campi di lavoro in condizioni inumane; potè tornare in patria solo alla metà degli anni ’50, per scoprire che i sovietici avevano confiscato i loro beni e le loro case. Il Cremlino impose loro di vivere in zone assegnate, sotto il costante controllo del KGB. Parlare delle loro passate vicende era impossbile, pena una nuova deportazione; quindi questo rimase un segreto latente per due generazioni. I paesi baltici persero più di un terzo della loro popolazione a causa della persecuzione sovietica, i corpi delle vittime, che non saranno mai ritrovati, seppelliti in tombe anonime nel gelo delle terre siberiane.
Per le popolazioni del Baltico di Estonia, Lettonia e Lituania questa guerra è finita nel 1991, quando dopo cinquant’anni di brutale occupazione sovietica hanno riconquistato l’indipendenza.

Questo libro riesce in buona parte a veicolare l’orrore di questa pagina storica di cui non si parla molto, anzi quasi per niente, soprattutto da parte sovietica da cui non sono mai (ancora?) arrivati riconoscimenti delle empietà commesse durante l’occupazione. Lo consiglio, ma devo premettere che ha un difetto, che ahimè non avevo colto all’acquisto: è un romanzo inteso per la categoria young adult, un genere per definizione meno brutale, più leggero dei libri destinati agli adulti, perchè destinato a lettori adolescenti. Quindi pur trattando argomenti davvero disturbanti e drammatici come uccisioni da parte della polizia politica, deportazioni di famiglie intere in carri bestiame, bambini che muoiono di stenti e donne che si prostituiscono ai militari per qualche razione in più, c’è una ragazza protagonista bella e coraggiosa, e c’è pure un interesse quasi amoroso -per quanto possibile in un campo di lavoro siberiano – in un prigioniero belloccio. Ho apprezzato che l’autrice non abbia particolarmente sviluppato questa parte della trama, dato che questo non è un romanzo distopico su cui sognare; è la dura realtà di una inaccettabile parte della storia umana. Comunque questo aspetto è solo una parte del racconto che rimane peraltro sullo sfondo, forse introdotto per lasciare un messaggio di una certa speranza ai giovani lettori. Detto questo, sicuramente per il pubblico a cui è destinato è un libro che non risparmia molte brutalità e neanche scomode verità. La prima parte l’ho trovata un po’ noiosa, ma dalla metà in poi cresce molto in maturità, e l’ho letto senza problemi, è un romanzo “leggero” ma non sciocco nè infantile.

Se avete figli adolescenti che amano leggere, lo consiglio senz’altro, è un romanzo storico crudo ma senza eccessi, le vicende narrate attraverso la voce della protagonista quindicenne. Se siete adulti e interessati all’argomento ma Arcipelago Gulag vi pare troppo, potete cominciare da qui.

Chingiz Aitmatov – Kirghizistan

Leggere il Mondo: Kirghizistan

Il Kirghizistan, insieme ai suoi Stati confinanti Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan, fa parte di quell’enorme sezione dell’Asia centrale di steppe e catene montuose un tempo tutte riunite sotto la dominazione sovietica, prima province sperdute dell’immenso impero dello Zar, e poi annesse politicamente alla Unione delle Repubbliche Sovietiche. Sono le antiche via della seta, abitate da popoli storicamente nomadi, con tradizione essenzialmente orale. In particolare, il capolavoro della letteratura popolare kirghiza è l’epica del Manas, nome di un leggendario condottiero kirghiso che guida il suo popolo nelle guerre contro i mongoli calmucchi. L’opera fu per secoli tramandata oralmente, in alcune versioni raggiunge i 400 000 versi e, fatto più sorprendente, ha continuato a venire recitata, mimata e ampliata da aedi specializzati almeno da cinque secoli a questa parte, venendo parzialmente trascritta e studiata solo a partire dal XIX secolo. Una letteratura kirghiza colta si sviluppa soprattutto a partire dall’era sovietica allorché la lingua adottò l’alfabeto cirillico; diversi scrittori si esprimono in russo o sono comunque bilingui. Tra gli autori emerge soprattutto Chingiz Aitmatov, ministro del governo Gorbachov e ambasciatore della Kirghizia a Bruxelles, che si afferma anche sul piano internazionale con il racconto lungo Melodia della terra: Giamilja (edito da Marcos y Marcos), e i romanzi Il battello bianco e Patibolo. Io ho scelto una raccolta di racconti, pubblicata in onore di James Riordan, un accademico britannico che fu il principale traduttore di Aitmatov in inglese. E, voglio dire, non dedichereste anche voi un libro a quest’uomo qua? 🙂

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Per quanto riguarda il libro, mi ha colpito favorevolmente solo il primo racconto, che è uno dei più famosi di Aitmatov, Occhio di cammello; è la storia di un giovane studente che vuole partecipare a un programma governativo di ripristino agricolo del Paese, per cui deve passare l’estate nella steppa insieme a una piccola squadra di lavoratori che si occupano di arare e seminare, il tutto nella tradizione Kirghiza, vivendo nelle tende e cucinando sul fuoco. E’ un bel racconto di uno scontro tra due generazioni, in cui il guidatore del trattore risente la vita privilegiata che ai suoi occhi vive lo studente, il quale è assolutamente ignorante di cose pratiche del lavoro agricolo. Il tutto nel panorama mozzafiato della steppa, tra distese di cardi e cieli infiniti di blu cristallino. Molto bello, a tratti molto lirico. Gli altri due racconti non mi hanno particolarmente toccato, però mi è senz’altro rimasta curiosità di leggere altro di questo autore. E’ tutto tradotto in italiano, quindi se interessa potete avvicinarvi al Kirghizistan letterario senza difficoltà.

 

 

Fuga dal campo 14 – Blaine Harden #recensione

LEGGERE IL MONDO: COREA DEL NORD

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Nel 2012 il giornalista americano Blaine Harden pubblica questo libro, in cui racconta la storia di Shin Dong-hyuk, un giovanotto ai tempi non ancora trentenne, che è attualmente l’unico profugo riuscito a fuggire da un campo di concentramento di massima sicurezza della Corea del Nord. Il libro, tradotto in 28 Paesi (tra cui l’Italia in cui è stato pubblicato grazie alla casa editrice «Codice Edizioni») espose una realtà incredibile per il mondo: in Corea del Nord esistono campi di concentramento, ancora oggi; ed esistono da un periodo di tempo doppio rispetto ai gulag e dodici volte superiore rispetto ai campi di concentramento nazisti. Sulla loro collocazione geografica non ci sono dubbi: le immagini satellitari ad alta risoluzione, disponibili su Google Earth a chiunque abbia accesso a internet, mostrano ampi perimetri recintati disseminati lungo le impervie montagne del Paese. Secondo i gruppi per i diritti umani e i servizi segreti sudcoreani i campi sarebbero sei; di questi, due solamente prevedono aree di “rieducazione”, tutti gli altri sono campi a regime duro, concepiti per sfruttare fino alla morte la manodopera dei prigionieri considerati irrecuperabili. Il che significa che nessuno di quelli che vive nel lager ne uscirà mai. La maggior parte dei prigionieri non arriva a compiere i 45 anni di età.

In questi campi, di cui la Corea del Nord ha sempre negato l’esistenza, secondo il governo sudcoreano sono rinchiuse 150 mila persone; ma la cifra sale a 200 mila per il Dipartimento di Stato americano. Chi è rinchiuso spesso non ha commesso nessun reato, la fetta più grande della popolazione carceraria è composta dai figli o dai nipoti di detenuti: perché in Corea del Nord – unico Paese al mondo – è legale incriminare i cittadini in base ai legami di sangue e di parentela, una legge che prevede la «Punizione per tre generazioni», istituita nel 1972 dal Grande leader e Presidente Eterno Kim Il Sung, speculare alle tre generazioni dei tre governanti che si sono tramandati la carica. Perciò vengono incarcerate intere famiglie, comprese di zii, nipoti, cugini; e i loro figli, e i figli dei loro figli, nati nei campi di concentramento stessi, perchè vengono a volte concessi rapporti sessuali a qualche prigioniero meritorio, ma se nascono bambini da tali rapporti, o vengono uccisi subito, o rimangono incarcerati, in quanto figli di persone non libere. La maggior parte dei prigionieri viene comunque internata senza alcun processo, e molti muoiono senza conoscere le accuse rivolte loro dal governo.

Non sempre gli Stati repressivi riescono a sigillare in maniera davvero efficace i loro confini: esistono reportage della Serbia di Milosevic, o del Congo di Mobutu, dove giornalisti coraggiosi riuscirono a infiltrarsi e a documentare. Ma la Corea del Nord è sempre stata molto rigorosa nei controlli, raramente concede visti per i giornalisti stranieri, che comunque non possono mai girare liberamente. Tra le bombe nucleari, gli attacchi alla Corea del Sud accusata di essere succube del padrone americano e una nota indole bellicosa, la Corea del Nord ha creato uno stato di allerta semipermanente per tutti i governi delle diplomazie internazionali, e le rare volte in cui accetta un incontro, viene sempre richiesto di togliere dai colloqui al tavolo il tema dei diritti umani. La gestione della crisi, che coinvolge in genere Corea del Sud, America e Cina come mediatore, è sempre incentrata sul controllare la gestione di missili e armi nucleari. La questione dei campi di concentramento non trova mai spazio. E nel resto del mondo, d’altronde, persiste un’ignoranza diffusa su questo argomento, nè si trovano attivisti, giornalisti o scrittori che dedicano più di qualche riga di blog o giornale a questa causa. Questo libro costituisce un apripista fondamentale nella storia di questa eclatante violazione dei diritti umani, e la stessa vita di Shin oggi è fatta di viaggi e conferenze fatti per testimoniare l’orrore di questa inenarrabile sequenza di violazioni. Come quella dei pochi sopravvissuti ancora viventi dei campi di concentramento nazisti, che instancabili, ancora oggi, con voci fioche e gambe instabili, vanno in giro a raccontare, perché la gente deve sapere cosa è successo, perché non accada più. Invece, accade ancora, a meno di una giornata di volo da Roma.

E’ doveroso segnalare un intoppo. Nel 2015, Shin chiese un incontro formale con il reporter, dove spiegò in presenza di testimoni che parti della sua precedente narrazione, ormai pubblicate nel libro, erano falsi. In particolare, ha mentito sul proprio ruolo di spia, che ha portato alla fucilazione della madre e del fratello, e sul fatto di aver sempre vissuto in un campo di massima sicurezza; inoltre, non sarebbe evaso dal Campo 14, il più terribile e il più inaccessibile – e viceversa, il più impenetrabile dall’esterno – dei campi di detenzione e di lavoro, ma da uno dei lager dove vige un regime meno costrittivo. Mr. Harden ammette che è stato, ed è tuttora, impossibile una verifica per quanto riguarda un reportage sulla Corea del Nord, le fonti primarie essendo dei rifugiati, i cui fini e credibilità non sono sempre senza macchia. Si parla inoltre di individui che vengono da anni di internamento e di torture, in condizioni di estrema paranoia. L’ammissione da parte di Shin di aver mentito su alcune parti del suo racconto ha d’altronde scatenato violenti attacchi di risposta da parte della Corea del Nord, che accusa ovviamente tutta l’operazione editoriale come un falso vergognoso.

E’ necessario quindi leggere questo libro sapendo che non è una biografia accurata, e che riporta fatti non completamente veri; ma anche sapendo che alcune parti sono state sconfessate, non si può rimanere indifferenti a questa lettura. Anche perchè le storie di Shin sono state nel tempo confermate da altri coreani del Nord passati per i campi e riusciti a fuggire, da ex militari che disertano appena possibile, da organizzazioni umanitarie, da osservatori stranieri che hanno passato brevi periodi nel Paese, da ex politici, insomma da centinaia di voci di persone che denunciano in modo irremovibile la follia criminale della dittatura dei tre Kim, l’Eterno Presidente Kim II- Sung, passando dal figlio Kim jong- Il Caro Presidente, e poi al figlio Kim jong attualmente al comando.

Nelle storie dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti si può individuare uno stesso arco narrativo: la polizia politica strappa i protagonisti alle proprie vite, all’amore della propria famiglia e dei propri cari. Per sopravvivere nelle nuove condizioni, essi abbandonano ogni principio morale, reprimono la pietà nei confronti del prossimo e la propria natura di esseri umani con coscienza e moralità, per diventare animali, tesi soltanto alla sopravvivenza nelle più orribili condizioni. E la parte più dura del ricordo, per chi è tornato, è spesso l’abisso di brutalità in cui si è scesi, l’inumana follia che si è abbracciata in cambio della mera sopravvivenza.

Se ci sono casi di prigionieri internati con parenti stretti, però, ecco che scatta l’istinto tribale di far sopravvivere i propri cari, specialmente i bambini: madri che si strappano di bocca il cibo, che si privano di vestiti e coperte, che si concedono ai carcerieri in cambio di qualche privilegio per i figli. Questo processo è del tutto sconosciuto nei campi di concentramento coreani. I bambini nati in questi lager non hanno mai conosciuto il concetto di famiglia, avendo sempre vissuto in prigionia. I loro stessi genitori sono persone, spesso estranee tra loro, cui è stato concesso di avere rapporti sessuali come premio, e nessuno di loro arriva mai a uno stato emotivo superiore a quello di animale che vuole mangiare e stare al caldo. Tra Shin e la madre, o tra Shin e il padre, non ci sono rapporti di vicinanza, nemmeno di intimità o comunione: ognuno di loro nasconde per la sera la propria razione di cibo all’altro sapendo che se non farà così gli verrà rubata senza rimorso. Sono rivali nella mera sopravvivenza, mai amici, o complici.

Questo libro scorre su due binari di narrazione: il racconto autobiografico, orribile al di là di ogni possibile descrizione, della vita di Shin nel lager, da quando era bambino a quando riesce a fuggire; e le considerazioni e riflessioni del giornalista Harden sulla storia e la politica della Corea del Nord dal passato a oggi. Non trovo sia strutturato benissimo, e nemmeno la scrittura è particolarmente evocativa o empatica. Ma, ovviamente, non è un libro che si legge per il suo valore letterario.

Le associazioni internazionali e la sezione dell’Onu che si occupa di violazioni dei diritti umani lavorano per incriminare il leader Kim Jong-un e i suoi ufficiali per crimini contro l’umanità. E’ una lotta difficile, e pare, per ora, vana. Al di là del fatto che nessuno dei possibili incriminati esce mai dalla Corea del Nord, uno dei timori degli attivisti è che se anche riuscissero a portarli su un banco degli imputati, potrebbe partire un ordine interno in Corea di distruggere tutti i campi e i loro prigionieri per evitare di far rinvenire prove.

Anche solo scrivere queste parole mi causa incredulità; mi scorrono davanti agli occhi le immagini dei campi di Auschwitz e Dachau e del regime di Pol-Pot, di tutti i libri che abbiamo letto sulla memoria, di tutti i film che abbiamo visto che incitano a ricordare; il pensiero che tutto questo orrore non si sia mai fermato in Corea mi è semplicemente inaccettabile, di testa. Eppure, eppure. Eppure siamo qui, e un libro del genere suscita le solite, straniate domande: perchè? e soprattutto, come fermarlo? Non lo so, non ho risposte, e direi che neanche la Storia ne ha. Però fingere di non vedere è ancora peggio, credo. Come diceva Burke, L’unica cosa che serve a far trionfare il male, è che gli uomini virtuosi non facciano niente. Quindi incominciamo a leggere, parlarne, scriverne.

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Leggere il Mondo: Tajikistan #biblioviaggio #Tajikistan

Leggere il Mondo: Tajikistan

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Il Tajikistan è un ex stato sovietico situato nel cuore delle montagne dell’Asia Centrale, tra gole anguste e una distesa infinita di picchi mozzafiato separati da laghi turchesi profondissimi. Da qui Samarcanda non è così lontana, questa era la Via della Seta. Tutta la letteratura del Paese è stata, fino all’avvento della dominazione russa, in lingua persiana. Il regime sovietico introdusse l’alfabeto cirillico nella lingua tagica, e si sono distanziate le generazioni attuali dal patrimonio della letteratura persiana classica. Anche a livello estetico e tematico, la letteratura tagica di epoca sovietica si è ampiamente sintonizzata con i dettami del “realismo socialista”. Con l’indipendenza dall’URSS (1991), si sono messe in moto  dinamiche di distanziamento dalla cultura russa e contemporaneo rinsaldamento del legame con la tradizione classica persiana e islamica. La lingua locale, il tagiko, è una variante del persiano diffusa in Tagikistan, una lingua indoeuropea del gruppo iranico. Il più famoso scrittore vivente è Taimur Zilfikarov, al quale viene riconosciuta la capacità di riproporre lo stile degli antichi scrittori persiani, toccando sentimenti nazionalistici.

Non sono riuscita a trovare traduzioni inglesi (italiane poi, ah ah ah le matte risate) in ebook di scrittori tagiki contemporanei, quindi ho deciso di leggere uno scrittore persiano classico, Gialal al-Din Rumi  dato che l’origine delle due parlate è la stessa. Inoltre per completezza ho voluto leggere qualcosa di conteporaneo ambientato in Tajikistan, e l’unico libro papabile (e pensate allora gli altri cos’erano!) che ho trovato è Sixteen seasons, di David James, un giovane missionario americano che ha vissuto lì con sua moglie e due figli piccoli per 4 anni a fine anni ’90, dopo l’indipendenza dall’URSS e a cavallo degli attacchi alle Torri Gemelle. Speravo in un racconto come quello di Tuvalu, dove l’autore pur sognandosi di notte le patatine fritte e l’arrosto di vitello, ha lavorato in mezzo alla gente per due anni facendosi un mazzo tanto e anche parecchie risate. Il signor James a parte la discutibile abitudine, in quanto religioso, di salmodiare versi sacri e citazioni bibliche ogni dieci pagine cercando di infondere in noi lettori e nel suo pubblico tajiko la divina grazia cristiana, scrive male, e a volte pensa peggio. Si reca in pellegrinaggio con alcuni vicini musulmani in un luogo sacro islamico, e non trova di meglio da fare che ridicolizzare con noi le scritte sui depliants per i visitatori, e in genere ridersela per alcuni comportamenti dei locali. Sua moglie poi è pure peggio, interrogata da alcune donne locali sulla ricetta di alcuni biscotti, decide di dare due o tre lezioni di cucina, e siccome si accorge che le signore non capiscono il significato di “un quarto” o di altre unità di misura, inaugura la serie di corsi di cucina spiegando per ore le frazioni alle contadine tajike, lasciandole perplesse e scoraggiate. Sarà forse lodevole il suo intento, ma penso che sarebbe stato molto più semplice e diretto semplificare le misure: un bicchiere, due cucchiai, e così via.

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Non è stato del tutto orrendo, per la verità l’autore a volte è riuscito a veicolare qualcosa del mondo in cui ha vissuto e che volevo conoscere. Per esempio quando spiega come l’ospitalità sia un valore assoluto, una sincera bellezza di una cultura che non è molto orientata sulle liste di cose da fare, ma lo è moltissimo sulle relazioni umane. O di come racconta come sia difficile la vita per molte famiglie povere per cui almeno due uomini del clan si trasferiscono in Russia per lavorare per mandare a casa i soldi, a volte anche per due o tre anni, una pratica così diffusa che c’è una filastrocca che i bambini canticchiano dove si parla dell’aereo che porterà a casa il babbo, prima o poi.

E poi ho capito bene il curioso convincimento tajiko che morta certa aspetta chi sia così sprovveduto da lasciare che una corrente di aria diretta tocchi la pelle nuda, e questo spiega perchè nelle foto siano sempre tutti belli coperti anche in estate da capo a collo, sudati ma felici di aver scampato un tristo destino. E anche in Tajikistan ci siamo andati! e via!

Narcopolis – Jeet Thayil #Narcopolis

Leggere il mondo: India

“Per ogni felicità esiste un’infelicità uguale e contraria”.

narcopolis

Altro tassello della mia pila (un pilone ormai) di libri per capire poco poco niende niende l’India, Narcopolis è un romanzo contemporaneo, del 2012, ma è ambientato per molta parte negli anni 70. Il racconto non è lineare, una rete di piccole storie e vignette, di diversi personaggi e narrazioni, tutte incentrate sui vari tipi di droghe che durante gli anni subentrano nel mercato (l’oppio, l’eroina, e poi le sostanze chimiche) e sugli effetti che hanno su chi ne fa uso. La collocazione è a Bombay, in Shuklaji Street, che giace nel cuore del distretto a luci rosse di Kamathipura, dove uno dei protagonisti, Rashid, possiede una fumeria di oppio. Qui la sua e le storie degli altri protagonisti (un oppiomane, una bellissima prostituta eunuco, due spacciatori e un pittore/poeta laido e degenerato) si intrecciano, si alternano, procedono avanti e indietro nel tempo a volte spaziando in altre realtà.

E’ il classico libro in cui devi seguire l’onda lasciandoti andare senza pretendere di capire ogni cosa, o non assimilerai niente e il nervoso ti farà scagliare il libro da qualche parte. Qualche critico lo ha paragonato a Junkie di Burroughs, e se qualitativamente si possono avere delle riserve sul comparare i due scrittori, di sicuro sul tema e nel modo di svolgerlo ci sono similitudini. La narrazione può essere disturbante, non solo per lo stile ma anche per i temi trattati, molta violenza, abusi sessuali, corruzione, morte. In realtà però gli argomenti sviluppati in questo romanzo sono davvero molteplici, il dolore, la povertà, l’arte e la religione, la poesia e la reincarnazione, il sesso e l’astinenza. E poi ancora l’identità di genere e la scoperta di sè, il libero arbitrio e i sogni allucinatori di chi si droga.

Ho fatto fatica all’inizio e più o meno per le prime cento pagine ho arrancato faticosamente pensando di abbandonare, troppo confusa la narrazione, troppo stream of consciousness sotto effetto di stupefacenti per seguire senza mal di testa. Poi l’ho ripreso e deve essermi nel frattempo scattato in testa il relè che me lo ha fatto accettare come ritmo e narrazione e me lo sono finito in fretta e con molto piacere. Quindi se pensate che possano interessarvi stile o tematiche tenete duro, non è per tutti ma l’ho trovato un bel libro davvero.