Grateful

Oggi sto bene, è una bella giornata, freddu freddu ma con un po’ di sole, che di solito non mi piace ma oggi sì. Porto la Presidenta a fare la pedicure e nel frattempo compro un polletto arrosto per la cena, le cane sono già mangiate e fuori ci sono due bambini usciti da scuola che hanno portato loro i biscottini e le accarezzano. I gatteeeneee dormono sul divano e Ciccio sul letto di Madre. Dopo torno, mi faccio il tè allo zenzero e scrivo un altro po’, qualche risata su whazzapp e qualche frase di libri. Una preghiera che ho letto una volta in un libro e che mi piace ricordare dice che se finisci ogni tua giornata dicendo Grazie, è tutto quello che serve all’Infinito. Oggi sto bene e sono felice e non c’è neanche un perchè, e tanti basci a voi.

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Doni dallo Yemen

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All’Università avevo un’amica con una grande passione per la cultura araba, e i viaggi. Nel 1990 andò nello Yemen per due settimane, una meta un po’ inusuale, anche se relativamente sicura, per i tempi. Io non sapevo nulla di quel Paese, e siccome ci andava la mia amica presi a documentarmi. Scoprii che era uno dei paesi più poveri della terra, che era stato un tempo il favoloso dominio della Regina di Saba, dove si produceva uno degli incensi più pregiati del mondo conosciuto. Pasolini scriveva che era una terra di incomparabile bellezza nell’architettura delle sue case di fango della capitale Sana’a, merletti che non avevano nulla da invidiare a Venezia. Quando tornò, la mia amica mi portò, oltre a vari oggettini decorati, tre sacchetti di sabbia, una bianca del mare arabico su cui si affaccia lo Yemen, una del deserto vicino a Sana’a, che è la capitale dello Yemen, e una del deserto dorato della Tunisia, che aveva attraversato per un pezzo del viaggio. L’altro giorno pulendo casa mi sono tornate in mano le boccettine dove avevo raccolto le sabbie, queste tre piccole passaporte su mondi lontani e al momento irraggiungibili per via delle guerre. Le apro, tocco la sabbia finissima, penso a un paese di rocce e altipiani, un sole che non dà scampo, mura compatte e impenetrabili che racchiudono centri di merletti su muri dorati e colori nascosti, bellissime città che apparivano da lontano alle carovane dopo mesi di viaggio nel deserto come bianchi e irreali miraggi. Penso che sarebbe bello vedere queste meraviglie, anche se forse l’immaginazione me le fa apparire cone mondi stupendi che in realtà non esistono. Però visto che per ora non ci posso andare, io me li creo con la testa, e volo alto su minareti, oasi e fontanelle in giardini segreti. Per la realtà c’è sempre tempo, eppoi lo diceva pure Einstein, è meglio avere immaginazione che sapere, e io allora in una botte de ferro, sto.

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Il magico mondo di Walmart #Walmart

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Durante il soggiorno per il concerto ad Hartford, Connecticut, ho messo in programma non la visita di questa frizzante e ricca metropoli (ahem) ma una mattinata da Walmart. Walmart in America è considerata una multinazionale dei superstore ma da poracci, che vende cose proprio a poco, e si contende le spese di noi veri poracci a suon di discount con Target (che vende merce sì a poco prezzo ma con una certa pretenziosità) e Costco, che ha davvero costi bassissimi ma all’ingrosso, e quindi per noi turisti falla nel momento in cui non ti puoi portare a casa tre mega vasi di olive a un dollàro. A me piace andarci innanzitutto perchè vedi un pezzo di vera America, a volte brutta, zozza e ignorante, a volte simpatica e allegra, a volte povera e a volte semplicemente -peffottuna- normale.

Poi, da Walmart ci vado sempre volentieri per fare spese per me, perchè trovo di tutto e di più (in primis biancheria della mia taglia che in Italia non esiste o esiste in colori da nonne all’ospizio, mentre qui è un tripudio di robe colorate e neanche sempre sintetiche, e soprattutto tutto fitta), ma anche per gli amicici a casa, e per tutte quelle persone a cui devi (o vuoi) portare un regalino dall’Ammerica e non sai cosa comprare. Diciamo che Walmart o lo capisci o no, di questo mi sono accorta nell’ultimo viaggio: tre del gruppo si sono un po’ dissociati, mentre gli altri con me ci siamo tuffati a pesce. Poi chiedendo agli insoddisfatti ho avuto più o meno risposte del tipo volevo comprare qualcosa di “tipico americano”, tipo un portachiavi da portare ai colleghi. Questo mi è chiaro, cioè capisco che il portachiavi da New York o la palla dei New York Yankees a un collega faccia sempre piacere. Il portachiavi del New Jersey (se uno non è un fan di Springsteen), del Connecticut o di Philadelphia, mah, vi dirò, secondo me era meglio stare su Walmart e sfruculiarne i meandri, la mia idea è che il collega si pone grosse domande, sulla palla da baseball dei cosi di Albany.
Anyway, io sono io, loro sono loro, e queste sono le cose che mi piace comprare da Walmart per amicici, parenti, colleghi e vicini, tenendo presente che per me un megastore così è quanto di più tipico si possa trovare in America. Ed è enorme, non c’è un solo settore per caramelle e dolciumi, ce ne sono interi reparti, per capirci.
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Per bambini, nipotini, cuginetti, figliolanze infantili varie: tutto. Seriously, TUTTO. C’è tutto, e non costa niente: magliettine di supereroi e fatine a 5 dollàri, giocattoli, giocattoli e ancora giocattoli, calzini, vestitini di ogni, scaffali scaffali scaffali. Compra tutto compra.
 
Colleghe e vicine: le colleghe le sistemi con piantine finte di vario tipo con scritte diverse, da tenere sulla scrivania, biro e matite di fogge strane, e interi bancali di post-it di ogni forma e dimensione e decorazione umanamente pensata, dai gattini ai funghi atomici; se siete in confidenza (e siete donne), smalti di ogni tipo in colori e texture non ancora reperibili da questo lato dell’Oceano nonchè limette per unghie con sopra il mondo, alla fine vi salva sempre: è gradito a tutte e costano pochi cents; se sono più rockenrolle, bandanne e fasce per capelli coloratissime e con stampe qui introvabili; se sono più casalinghe, mega reparti di cose per cucina a disposizione, dagli strofinacci con scritte americane (così son contente) alle etichette per le conserve, e poi ci sono ricettari e presine, bicchierini per dosatori, fazzoletti, più mille cosine per decorare i dolci che in Italia non si trovano o costano molto di più, e poi ancora saponette ciccissime, dolciumi e frivolezze varie.
 
Ci sono due mega reparti, e quando dico mega intendo che non avete idea, di cose per il decoupage, per arts and crafts e sta ceppa: fogli da ritagliare, scatole, scatolette, scatoline, stoffa e stoffine, colle colorata, lustrini, adesivi DI OGNI COSA e per ogni superficie, insomma, il mondo.
 
Persone più anziane: qui sto un po’ sul generico non avendo il caso particolare, ma ci sono interi reparti di dolciumi, cioccolatini, cose più o meno dietetiche, oppure tè e caffè con aromi particolari, e non sempre cose da poracci, anzi. Forse la scatola di dolciumi vi parrà banale ma risolve sempre, e qua la pagate dieci dollàri in meno che in aeroporto mentre vi affannate all’ultimo minuto a finire i regali, quindi c’è sempre il suo bel perchè. Io personalmente vado anche su biro di strane fogge per fare le parole crociate, fazzoletti (gli anziani li usano ancora, in genere), piccole pochette, e mignon di liquori. Non è che si spreca la fantasia, ma almeno non è il “portachiavi tipico del Connecticut” dai.
 
Poi.
 
Per me, oltre alla suddetta biancheria, ho preso:
 
due confezioni di pasta da torta colorata (una turchese e una arancione) che sperimenterò a breve
 
burri cacai
 
una camicia da boscaiolo in vera flanella a scacchi rossi e neri che mi era rimasta sul gozzo dal 2014 e che sognavo da quando c’era la pubblicità della lavatrice Zoppas coi boscaioli che cantavano “Taglialegna noi siaaaaaam” sulle note di Sette spose per sette fratelli
 
magliette di Star Wars
 
adesivi per decorare i regali e le confezioni come se piovesse
 
orecchini e fasce per capelli rockenrolle
 
aspirina americana (la compro sempre perchè qui la tengono in simpatiche scatolette plastificate che ti puoi portare in giro in borzetta, non come quelle italiche che ti si spetiscia la confezione dopo due minuti, con la pasticca persa per sempre nei meandri della borzetta)
 
tre cose che sono ancora nella valigia avvolte nella carta e che non mi ricordo assolutamente cosa siano ma so che dovevo assolutamente averle.
Chiaro no?
 
insomma, a me Walmart mi piace. C’è andata pure Beyoncè, dai!
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Devo provare anche Michael’s mi dice la Pape, è una specie di Viridea all’ennesima potenza, ma forse non ne uscirei viva.
W l’America!

 

 

 

 

Ammazzati

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Inqui vs Il Sistema Bancario. Vado in banca a vedere come mai la mia carta di credito che ho sostituito inquantocché smagnetizzata, che doveva arrivarmi GARANTITO entro il 15 dicembre non si è ancora manifestata, e ricordiamoci che qui c’è gente che deve versare oboli anche onerosi a Stubhubss e Thrill Hillss varie. La signora che se ne occupa inizia una ricerca vigorosa e in rete e nei vari reparti. Ma non è che è arrivata a te? Ma cosa dice in intranet? Ma perché non la trovo? Dopodiché apre l’ultimo cassetto della sua scrivania e c’è una scena del tipo Ops ma anche STRATAKOINK! Ma anche Ma guarda, chi l’avrebbe mai detto? E no perché sa quel giorno che è venuta a chiedere la sostituzione avevamo un problema nei sistemi operativi sa? E allora l’ avevo messa qui per farlo quando ripartiva…
Bottana. Bottana industriale. Io devo avere quella carta per spendere soldi che non ho, lo capisci quanto è importante??? Poi mi ha fatto gli auguri e mi ha assicurato che arriverà per fine mese. Non mi ha neanche regalato un calendarietto, un’agendina rilegata in pelle di stagista, una penna di quelle che non scrivono!
Ammazzati.

e-volution

skorea

Oggi affrontiamo in spigliatezza e velocità una piaga sociale che mi crea irritazione, in genere virando pericolosamente verso il desiderio di percuotere con una certa violenza l’amico/amica che vi indulge: stare a guardarsi lo smartphone mentre si è fuori per una serata, o in generale mentre si è in compagnia, e lasciare l’amico/amica con cui si aveva appuntamento con due alternative simpaticissime: passare la serata a guardare la tua testa china sul tuo telefonino, o tirare fuori il proprio e leggere di notizie e vite altrui lontane lontane.

E aggiungo pure un codicillo: se si è over 30, non lo sopporto proprio. Al di sotto di questa soglia, resistance is futile, sono cresciuti così, non è compito mio educarli, non ci provo neanche, cazzi delle future generazioni.

Ma se hai più di trent’anni, sei nato e cresciuto in epoche in cui il social era il muretto, la compagnia del quartiere, il campetto da calcio, l’oratorio, la scuola, fare le vasche dopo la scuola, la squadra di pallavolo. Quindi ti ricordi il senso di stare naso a naso con delle persone che hai pure scelto come amiche, trallaltro.

E se hai la mia età, e quindi oramai oltre i 40 senza possibilità di ritrovare la strada di ritorno verso i trenta, e sei schiavo dei social cosi, il fatto mi crea un senso di fastidio che sconfina verso l’incazzatura globale. Non avendo più vent’anni, non ci sono più serate folli, spaccarsi abbestia, fare nottate a parlare ridere e scherzare, casino a oltranza. Se sei oltre i 40, quando riesci a ritagliarti una serata o un pomeriggio con amici, dovresti voler stare con quegli amici, dovresti voler sentire come stanno, come va, che succede nelle loro vite. Dovresti semplicemente aver voglia di guardarli in faccia, goderti la loro compagnia, parlare e ridere. Devo onestamente dire che quasi nessuno dei miei amici in realtà è schiavo dello smartphone, quando si fanno uscite il telefonino non arriva quasi mai sul tavolo di fianco ai cocktail, al massimo ci si butta un’occhiata veloce per vedere se genitori/figli/colleghi ci hanno cercato, oppure si cerca una foto o un link che si voleva far vedere agli altri se c’è un richiamo a qualcosa di cui si sta parlando.

Però osservo spesso coppie e compagnie di amici in giro, e c’è sempre qualcuno che ignora bellamente gli altri con il naso sul proprio cellulare. E’ chiaro che ci sono circostanze diverse per momenti diversi, capisco che ci sono momenti in cui hai davvero voglia di vedere che succede nell’altro mondo, quello virtuale così vicino e così lontano. Ma io sto parlando di uscite con gli amici, dopo che hai avuto ore a disposizione per vederti le notizie su Fb, non è quindi necessario rinverdirle invece di considerare chi ti sta accanto. E se anche non hai avuto tempo per guardarle prima, madonna ma che sarà mai successo se aspetti altre due ore per saperlo? Quale stato imperdibile avrai mancato di piacciare? quale frase arguta senti di dover lasciare al mondo di Facebook per quelle due tre ore prima che venga inglobata dal nulla?

Comunque per me non è solo grave il fatto che si preferiscano le persone lontane a chi hai davanti in quel momento, in quella serata: è grave che non venga neanche più considerato un gesto maleducato, il farlo. Tempo fa avevo un amico che vedevo tre quattro volte l’anno, non abitavamo vicini, dunque per me il senso di organizzare la serata fra i vari impegni reciproci, farsi la strada, e poi trovarmelo davanti tutta la sera mentre digitava sulla tastiera era paragonabile al Seme della follia, o forse di Dumb and Dumber: sei scemo. Non è normale passare minuti che diventano mezz’ore a fissare uno schermo mentre sei con persone con cui hai organizzato per uscire, mica ti hanno obbligato. E mica si limitava a scorrere le notizie, ehn, che già sarebbe grave ma insomma magari cerca argomenti di conversazione: no, stava proprio a cambiarsi gli stati, a commentare con altri, a pubblicare roba. Ma tu sei scemo, dai.

E poi c’è pure il codicillo B1, che è ancora più sintomatico del disagio vero: quelli che passano la serata fuori a scrivere sul cello quanto si stanno divertendo. Qua secondo me siamo proprio a un passo prima del ricovero psichiatrico a fare i puzzle di Paperino e dell’Allegro Trenino Ciuf Ciuf, se non fosse che c’è pure il peggio del peggio: quelli che il giorno dopo ti chiedono Ah ma ieri sei uscita? strano, non l’ho visto su FB. Perchè se non succede lì mica sta accadendo davvero, no?

Dai, io ve lo dico: non va bene. Fa cafone, fa scemo, fa pirla, e fa anche testa di minchia trascurare l’amico o la cumpa o la ragazza per lo smartphone. Dopo non lamentatevi se c’avete l’esistenza sputtanata come l’on demand quando si disconnette proditoriamende dall’internet.

Misteri del trucco femminile

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Perchè nessuna riesce mai effettivamente a finire una matita per gli occhi?

Perchè il fard improvvisamente si chiama blush?

Perchè il primer nessuna sa mai esattamente come si pronuncia?

Perchè quando si mette  il mascara si deve tenere la bocca aperta?

Perchè ci sono sere in cui passi due ore a farti i capelli e stanno comunque come il mocio vileda e ci sono dei momenti in cui peraltro non devi assolutamente uscire ma proprio per un cazzo e li lavi e li lascì così alla cazzo tanto li sistemo domani e senza far gnente ti stanno da favola?

Perchè l’ombretto secondo loro lo dovresti stendere bagnato e non sta mai per un cazzo dove dovrebbe?

Ma soprattutto soprattutto soprattutto SOPRATTUTTO perchè nessuna sa mai esattamente di preciso dove cazzo stanno gli zigomi?