Pierpaolo #amici #hertz

Oggi mi sono svegliata con la triste notizia che è morto uno dei miei più cari amici degli anni di gioventù, Pierpaolo, portato via da un brutto secondo infarto a neanche cinquant’anni. Pierpaolo è stato uno dei primi amici che ho avuto quando sono arrivata a vivere da sola a Milano a vent’anni, era un collega a Linate. Negli aeroporti c’è molto turn-over, e quell’anno siamo stati assunti tutti insieme nello stesso momento, un gruppo di cinque o sei sbarbini tra i venti e venticinque anni, tutti giovani, un po’ cretini, ancora digiuni delle bellezze del mondo lavorativo che poi avremmo scoperto più in là. Essendo soli in un ambiente nuovo e potenzialmente ostile, ci compattammo abbastanza in fretta; erano anni di uscite a bere dopo i turni serali, di chiacchierate infinite nei turni notturni, e di momenti insieme anche nel tempo libero: chi è turnista spesso vede per interi giorni di fila solo i colleghi che fanno gli stessi orari, e se ci si piace, è normale incontrarsi anche nei momenti di riposo prima di riprendere in fucina.

Pierpaolo mi piacque subito, era intelligente, arguto, coltissimo. Era laureato in Lettere, addirittura credo Antiche, una scelta che ironicamente descriveva di aver fatto con la piena consapevolezza della sua intrinseca inutilità pratica, ma amava troppo la letteratura per rinunciarvi. Quindi aveva trovato questo lavoro che nulla c’entrava con la sua personalità e i suoi studi, e lo aveva ovviamente accettato, però si aggrappava ai propri trascorsi di Università con pervicacia: era l’unico che diceva ai clienti “Mi metta una firma a piè pagina” o “Tenterò di porre rimedio a questo errore increscioso”, un giovanotto demodè che posava, d’accordo, ma ci credeva davvero all’importanza di parlare ed esprimersi bene. Lui e io legammo per tanti motivi, intanto perchè mi affascinava un uomo che sapeva parlare per ore di libri, ma soprattutto perchè era una persona davvero interessante. Rifuggiva il turismo di massa, ogni vacanza era un giro con amici con zainoni nel Nord Europa, ed era del tutto antimaterialista, per cui tutto ciò che possedeva, macchina, vestiti, accessori, era di seconda mano o di sottomarca, e se ne sbatteva altamente la fava se questo lo poneva in categorie di infrequentabilità presso certi ambienti milanesi più “in”.

Era alto, allampanato, con il vizio assurdo di torturarsi i capelli ficcandoci dentro le mani in momenti di grande stress, (“Si chiama Tricotillomania” informava garrulo quando gli facevi notare alla fine di una giornata da Bollino Nero per le partenze aeroportuali che si era creato in testa un fungo atomico a metà tra un corno di narvalo e le ciocche pendule dello spaventapasseri del mago di OZ -“è una condizione di reazione a momenti di disturbo emotivo, e oggi sono stato disturbato assai”), fumava come un turco, e condividevamo la necessità fisica di avere sempre un burro di cacao a portata di mano. Una volta in un turno serale ci confessammo i modi più assurdi ai quali avevamo ovviato in occasioni in cui ci era venuto a mancare l’indispendabile accessorio per il nostro quieto vivere, (crema nivea! olio di oliva! burro!). Beveva come un cosacco impunito, e mi introdusse a una serie di birrifici della zona di Pioltello-Linate-Melzo che aveva ispezionato negli anni per trovare le migliori produzioni; e sempre la scelta di un locale per la serata cinemabbirra o pizzabbirra aveva la seconda parte del binomio come sola costante imprescindibile: “No lì no che non hanno la Leffe, No per caritàdiddio là no che hanno solo la Heineken). Passammo un’estate a giocare a un torneo di Trivial Pursuit con un paio di amiche, lui ed io contendendoci a man bassa le domande di Letteratura (ma vinceva sempre lui) per fallire come dementi su quelle sportive o di moda. Era di destra, e avemmo serie discussioni politiche, consapevoli entrambi del fatto che si parlava per il confronto e per far capire all’altro la propria posizione, non per fargli cambiare idea. C’era rispetto, e affetto. Ricordo ancora che alla fine di una discussione un po’ indiavolata io gesticolando gli feci partire incidentalmente la sigaretta dalle dita, e atterrò su uno dei sedili della sua macchina, bruciandolo un poco. Dopo un momento attonito con cenere che volava dappertutto ci mettemmo a sghignazzare per dieci minuti, mentre lui confessava: “Avrò sempre amici di sinistra. I miei amici di destra sono bravi, liberali, e noiosi alla morte”.

Con tutte le sue fisse su storia e letteratura, e la sua aria da professore mancato, era anche, imprevedibilmente, un metallaro assurdamente convinto. Io a vent’anni non conoscevo quasi nessuno con cui parlare di Bruce, che comunque era in aspettativa tra figli, matrimonio, carriera senza E Street. Così presi per un po’ di anni la deriva metal, e andai con Pierpaolo a una serie varia di concerti, Helloween, Deep Purple, Iron Maiden, Dream Theater sono i primi che ricordo; ci divertivamo tantissimo, e mi sentivo assolutamente sempre sicura in mezzo a un pubblico che per reputazione e aspetto -quindi pregiudizialmente – poteva passare per pericoloso o minaccioso. Ma non successe mai niente, e imparai grazie a lui che i metallari si dividono in due gruppi, quelli che stanno sotto a pogare, e quelli che stanno dietro, con me e Pierpaolo, a osservare i ditini svelti velocissimi del chitarrista negli assoli. Comunque gli piaceva anche il rock classico, e insieme ci guardammo tanti grandi, da Clapton fino ai Led Zeppelin a Sonoria (vabbè, non erano gli Zeppelin ma comunque erano Jimmy Page & Robert Plant che suonavano le canzoni dei Led Zeppelin), una giornata assurda in un posto per concerti demmerda (novità), un diluvio universale tutto il giorno, noi bagnati come sfigati cronici tra il fango e la palta dei campi di via Novara chiedendoci il perchè di tanta sofferenza (ovviamente io ero all’inizio della mia carriera concertistica, pomeriggi così ora non li nominerei nemmanco). La cosa assurda era che gli Zeppelin (vabbè insomma loro) “aprivano” per i veri main guests, che erano i Cure. Perciò finiti i nostri beniamini noi ci guardammo in faccia e abbandonammo il campo (i Cure li ho poi rivisti, lo so che è stato scorretto, mi perdoneranno), corremmo a casa a cambiarci in vestiti asciutti, e poi via nella notte milanese ad ammazzarci di birra e focaccia genovese e a ricordare il concerto fino alle quattro di notte. Ricordo ancora che il giorno dopo in ufficio mezzo raffreddati e addormentati lui raccontava a un nostro collega che a un certo punto si era sentito in dovere di informare un ragazzino di nero vestito, evidentemente lì per la roba seria che sarebbe seguita poi, che quello che stavano facendo “Non sono “cover” degli Zeppelin, mio giovane amico. Sono due degli Zeppelin che fanno gli Zeppelin, vivaddio!”.

Pierpaolo è stato parte della mia vita per qualche anno, ed è stato una gran buona parte, di quella vita: siamo andati insieme a teatro e al cinema, a Gardaland e in libreria, a bere e a fare niente, in silenzio amichevole, in qualche notte milanese di birra gelata e zampironi ai piedi. Parlavamo molto, e ridevamo parecchio, e non lo dimenticherò mai.

Dopo quattro o cinque anni, ci allontanammo, principalmente perchè le nostre strade lavorative ci portarono per diverse vie; lui era molto ambizioso e in carriera, otteneva promozione su promozione, non faceva più i turni. Bruce era tornato, e io mi dedicavo principalmente al rock. Cambiavano le priorità di entrambi, anche il giro di amici era diverso, e poi si cominciava ad avere qualche relazione seria. Lavorammo comunque ancora insieme per vari anni, e poi Pierpaolo fu trasferito a Bergamo, e infine anche io me ne andai da Linate lasciando l’azienda, e da lì ci perdemmo di vista del tutto. Finchè vivevo a Milano, se capitava di ritorno da un concerto di atterrare a Bergamo, passavo nel suo ufficio per un saluto, e l’ultima volta che l’ho visto è stato proprio lì, nell’area fumatori per due chiacchiere.

Sono passati tanti anni, ma pensavo spesso a lui; lo cercavo qualche volta sui social, sapendo benissimo dentro di me che una persona come lui avrebbe schifato qualsiasi interazione virtuale vaga e frivola come un contatto Facebook. Ma lo cercavo lo stesso, perchè mi ricordavo di lui. Come tutti gli amici che hai amato da giovane, era entrato in quel mondo del passato, luminoso e immobile, in cui restano in eterno i tuoi ricordi di loro: perennemente giovani e ridenti, immutati dal corso della vita reale che scorre. Una volta ho letto che ognuno di noi è vivo in una serie di frammenti infiniti di ricordi della gente che abbiamo conosciuto, a volte momenti brutti, certo, ma spesso belli, ricordi di cui noi non abbiamo nemmeno coscienza, ma siamo lì, vivi, presenti nella loro mente, anche se nella realtà non li vediamo più da anni nè, probabilmente, li vedremo mai più. E’ un passato che non torna, certo. Ma rimane, in modo positivo.

Ancora non so se domani andrò a dirgli addio al funerale, pur cosciente del fatto che sarebbe la cosa giusta da fare, ma al momento sono un’alternanza di vado/non vado/oddio vado o no? Si deve fare per lui, certo; ma al momento il peso emotivo del tutto non so se ce la faccio ad affrontarlo.

Ma, naturalmente, non sarebbe comunque un addio; Pierpaolo sarà sempre lì con me, una mano in testa a tricotillarsi e l’altra sul volante mentre mi racconta i suoi anni di servizio civile presso una comunità di disabili e di come il suo momento favorito fosse quando li salutava a fine giornata e lo sommergevano di baci sorridenti e un po’ bavosi; o davanti al suo armadietto a Linate mentre si mette la cravatta spiegando che “L’inglese è una lingua assurda perchè “Annodarsi la cravatta” si traduce To tie a tie, cioè Mi cravatto la cravatta, ma si può? albionici!”; o di quella volta che ho visto Milhouse senza occhiali e ho immediatamente pensato a come fossero due gocce d’acqua, lui e Pierpa. Ma soprattutto, sarà sempre lì con me in quella sera brumosa di Giugno del ’95, bagnati come due pirla, con i capelli umidicci e gli occhiali pieni di gocce, con Page & Plant che attaccano Immigrant song e noi ci voltiamo a guardarci con due enormi sorrisi stampati in faccia, ebeti e felici.

Non lo so se ha senso voler bene al ricordo di un amico che non vedi da vent’anni; forse non ha senso, no. Ma il cuore, si sa, un po’ se ne strasbatte del senso: Pierpaolo è stato un caro amico, amato come tale, e sempre verrà ricordato come tale, da me. Penso basti questo.

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Era mio padre.

Il 24 maggio 1995 moriva mio padre. Aveva compiuto sessantanove anni il febbraio precedente. Io ne avevo venticinque. Sei mesi prima una delle mie migliori amiche, che aveva appena festeggiato i trent’anni, era morta in un incidente stradale; e ricordo di aver pensato che fosse il dolore più devastante che mai avessi provato, e che probabilmente mai avrei provato. Ma la vita, si sa, ha quel suo modo bastardo di smentirti; e sei mesi dopo, il vero dolore è arrivato.

Il momento peggiore di tutti è quel silenzio dopo il funerale in cui si torna a casa: tutti, anche gli amici e i parenti più stretti, a quel punto salutano, e se ne vanno, e la famiglia rimane lì, monca, sola, a fronteggiare la lucida, spietata realtà: è il nuovo ordine, la nuova vita che inizia. O che è finita. Si riparte, se si vuole, in qualche modo. Ma quella persona non c’è più. In realtà, si tratta di una serie di singoli momenti peggiori, da quel momento, che si sommano a formare un dolore insopportabile e costante: quando senza pensarci apparecchi la tavola portando il suo portatovagliolo al “suo” posto; quando procedi sistematicamente a cancellarlo burocraticamente, in banca, in posta, sulle bollette, sentendoti una merda ma non potendo fare altrimenti, lasciando comunque alla fine un qualche abbonamento a suo nome solo per vedere arrivare una volta al mese una busta ancora indirizzata a lui, solo per tenere in mano una prova che c’era, è esistito, è stato lì. Quando quasi un anno dopo un amico andando a un concerto ti dice Guarda che devi cambiare le gomme, sono veramente lise, e realizzi che la tua macchina è sempre stata sua cura perchè gli faceva piacere occuparsene, visto che aveva una figlia testona che aveva voluto andare a vivere da sola a 22 anni e non la vedeva tanto spesso, e prendersi la responsabilità di controllarti la macchina ogni tanto era uno dei suoi modi per starti vicino, ma adesso non più.

Il giorno dopo il funerale mi sono messa in un angolo a leggere un libro per tutto il pomeriggio, penso Wodehouse. Non ho ascoltato Bruce in quei giorni, perchè anche lui era inestricabilmente legato a papà; non perchè gli piacesse, mio padre era un uomo di sessant’anni che non si è mai interessato al rock’n’roll; ma quando avevo portato quella musica in casa nostra per non farla più uscire, aveva imparato a conviverci. E quindi Bruce era anche mio padre che scendeva nello scantinato e mi trovava lì seduta con lo stereo portatile e The river, l’estate in cui faceva troppo caldo per stare da qualche altra parte, mentre mi studiavo i testi a memoria; era la discussione con mia madre se farmi andare comunque al concerto di San Siro a giugno, dopo che a maggio c’era stata la strage dell’Heysel; era Racing in the street dopo pranzo messa ogni giorno per un mese di fila mentre lui aspettava il caffè, perchè pensavo che fosse troppo bella ed era impossibile che non gli piacesse; era il tardo pomeriggio in cui sono uscita dalla mia cameretta dopo aver ascoltato tutto il cofanetto del live 75/85 il giorno in cui è uscito, perchè se cominci ad ascoltarlo, lo finisci tutto, ovvio, e lui mi aveva chiesto: ma non è un po’ lungo, ‘sto disco?

Sono trascorsi ventidue anni, quasi quanti ne avevo quando è morto: quasi metà della mia vita, l’ho passata senza di lui. Nessuno dei miei amici attuali lo ha conosciuto, nessuno sa cosa facesse, come fosse, forse nemmeno come si chiamasse. E’ colpa mia, in generale. Non ne parlo mai, perchè a parlarne, ancora adesso, mi commuovo. Ancora adesso, anche soltanto a scriverne, mi viene da piangere. Ci sono dolori che, semplicemente, non superi; li seppellisci, li butti in un burrone della tua anima, li chiudi da qualche parte e vai avanti. Vivi la tua vita, ridi, canti, vai a un concerto rock. Ma quel dolore, quella perdita, non li superi mai davvero. In fondo, neanche lo vuoi: il giorno in cui smetterò di piangere, sarà il giorno in cui non ci sarà più davvero. E già adesso, di tutti gli amici che ha avuto, di tutte le persone che ha amato e chiamato cari, di tutta la sua vita, unica e preziosa, siamo rimasti solo in tre a ricordarlo davvero.

Mio padre mi ha trasmesso la passione per la lettura, per il giornalismo, per la politica. Era un elettricista specializzato che lavorava all’Enel, per vent’anni aveva fatto i turni nelle centrali elettriche, e quando aveva la notte si portava dietro un libro; non era particolarmente erudito, le sua passioni erano Salgari, Verne, Jack London, Mickey Spillane e gli albi di Tex Willer, cose avventurose che tenevano svegli con trame adrenaliche. Anni dopo, verso i dieci, dodici anni, scovai questi primi libri nello scantinato, me li lessi tutti, e da lì poi migrai verso altri lidi, generi e autori, ormai agganciata inesorabilmente alla lettura come passione.

Tutti i giorni leggeva un quotidiano, tutto, da cima a fondo, dalla politica allo sport; a pranzo e a cena si guardavano i telegiornali, sempre, almeno due, in casa nostra era impensabile saltare l’informazione per un programma di intrattenimento. Nella mia classe alle elementari ero l’unica bambina che sapesse chi era Sadat, quando fu ucciso, e d’altra parte siccome ero anche l’unica emarginata che poteva guardare la televisione per al massimo un’ora al giorno quasi nessuno voleva venire a giocare da me (neanche io, in effetti, potendo scegliere).

La discussione politica era quotidiana in famiglia, durante pranzo e cena, così come quella sportiva o di attualità; quand’ero più piccola non capivo tanto, ma pian piano prendevo il passo con i miei genitori e mio fratello, crescendo. Non ho mai avuto paura di discutere con lui o di chiedergli un consiglio, anche se ho fatto la mia brava serie di cazzate da ragazza, molte cose tenendogliele segrete e facendo affidamento sul gruppo degli amici. Ma eravamo giovani, e questa è la normalità: cercare nel branco la famiglia che sostituisca quella a casa.

Comunque, ho sempre avuto ben chiaro in mente che ci siamo voluti un bene assoluto e reciproco, nonostante qualche lite e qualche comportamento idiota da parte mia, imputabile all’età: so che era mio padre, e che un genitore ama in modo incondizionato. Non ho mai avuto il rimpianto di aggiustare cose che avevo sbagliato in passato, come che ne so, non aver chiuso prima qualche stupida lite, o per non avergli detto abbastanza che gli volevo bene, soprattutto negli ultimi mesi; no, l’unico rammarico che ho è non avergli potuto parlare negli anni successivi, di tutto quello che mi succedeva mentre arrivavo ai trent’anni, e poi ai quaranta, e ora quasi ai cinquanta. Non mi manca quello che ho avuto, con lui, anche se sì, ovvio, manca per certi versi. Ma quello è passato, è già stato. Mi mancano tutti gli anni che non ho avuto. Ma, ovviamente, è una sceneggiatura che non era destino fosse scritta, si può solo essere tristi, e alla fine accettarlo.

A venticinque anni sono entrata in un posto all’ombra, da sola, dove nessuno dei miei amici poteva capirmi o raggiungermi; la vita è così, non la percorriamo tutti nella stessa formazione, nè con la stessa fortuna. Ora sono passati tanti anni, la sua assenza, col tempo, non è più una forza fisica presente accanto a noi, è un peso che si è affievolito col filtro degli anni. Rimane il ricordo, che in qualche momento affonda ancora i denti e fa sanguinare di nuovo, ma sempre meno spesso: per lo più è solo un rimpianto dolce, infinitamente amato.

Mio padre sapeva smontare un motore e alzare un muro in cemento, aggiustare un tubo che perdeva in bagno e il lavandino rotto, piantare un orto, saldare e potare. Mi ha insegnato a guidare, a ballare il valzer, a giocare a briscola, a fare il risotto coi funghi, a fotografare, e il fuorigioco a calcio; era al cancello ad aspettarmi alle due di notte quando sono tornata dal concerto di San Siro nell’85, e si è dimenticato che avevo l’orale il giorno della maturità, andandosene a far spese con mia madre mentre io mi dibattevo tra D’Annunzio e William Butler Yeats. Mi portava a pescare al fiume in estate e per castagne in autunno, guardavamo insieme i film di John Wayne e le partite della Nazionale, e ci ha iscritto sin dalla prima elementare a nuoto perchè da giovane aveva perso un amico, annegato nel torrente, e voleva che imparassimo subito. D’inverno portava sciarpe di seta attorno al collo perchè la lana gli dava prurito, d’estate orribili canottiere rosse, e sbagliava compulsivamente gli accenti di tantissime parole (abbàzia, l’isola di Balì, circuìto elettrico), faceva il Bartezzaghi a biro senza cancellazioni e adorava i Blues Brothers (non ho mai capito precisamente perchè). Tutte le vacanze di famiglia le abbiamo fatte girando in lungo e largo l’Italia, non sono andata all’estero fino ai 18 anni, perchè, spiegava, prima ti vedi per bene il tuo Paese. Aveva smesso di fumare quando io avevo circa 5 o 6 anni, perchè non voleva che ci fossero sigarette in casa alla portata di noi figli; e visto che ce la menò per anni su quanto gli fosse costato smettere, in effetti nè io nè mio fratello abbiamo mai avuto la minima tentazione di iniziare. Mio fratello fu battezzato Mauro, e poi Pietro Angelo con i nomi dei nonni materno e paterno. Quando nacqui io, le nonne stesse chiesero di non passarmi i loro, perchè non gradivano l’idea del doppio nome, e mio padre un po’ timidamente chiese di poter tramandare allora il suo, e così fui Lorenza, in suo onore. Mia mamma si chiama Lucia, e lui, ebbene sì, Renzo.

Lucia, e Renzo Maggi. Era mio padre.

#slainte

Oggi se ne è andato un amico, in silenzio e con pacatezza, com’era nel suo stile. Nei saluti di cordoglio e commiato Luciano si ritrova la bacheca piena di bellissima musica, vivi ricordi di una vita rockenrolla che ha condiviso con noi tutti, un concerto ideale interminabile, che per lui ora non avrà mai fine. Amava l’Irlanda e il basket, la birra e le belle donne, i libri e il rock’n’roll, e tantissime altre cose di cui parlava sempre con intelligenza ed ironia, facendoti appassionare a tua volta. Quando andava nel posto del suo cuore, l’Irlanda, ci mandava piccole istantenee di pub e librerie, scogliere mozzafiato e conversazioni reali o immaginarie con brune bellezze celtiche (o vecchie sdentate libraie), sempre sorridente, gentile, pacato. Ci raccontava con ironia i deliri quotidiani della vita di pendolare vessato da Trenord, e ci raccomandava appassionanti biografie e libri storici irlandesi. L’ho conosciuto a un concerto di Lorenzo, prima ci eravamo solo frequentati virtualmente, eppure per un’ora siamo rimasti lì a parlare senza problemi, così, come se ci fossimo già parlati cento altre ore passate. L’ho poi rivisto, come tutti noi, a tanti altri concerti, in serate di comune gioia rockenrolla, sempre presente, con il suo gentile sorriso.
Come ti ha scritto un amico, hai preso l’unico treno che non dovevi prendere, un treno arrivato troppo in anticipo. Oggi è dura trovare un senso, se non quello che ho letto una volta in una poesia: il vero dolore della morte è nel cuore di chi resta, non in chi se ne va. Ci mancherai sempre, e non ti dimenticheremo; ma tu, fai buon viaggio, sereno, senza più dolore. Manderemo sempre tanto rock’n’roll nella tua direzione, e ci sarà sempre un posto per te nei nostri slainte, e una serie infinita di canzoni che ti verranno dedicate da chi ti ha voluto bene. E siamo tanti.
Un ultimo bacio, amico mio.

Here comes the sun, here comes the sun
And I say it’s all right

C’è grossa crisi in casa

Fratello a casa con la febbra. È trallaltro evidentemente il primo caso universale conclamato di influenza in un uomo. Si chiamino Kofi Annan, i Caschi Blu, l’organizzazione mondiale della sanità, gli epidemiologi tutti e si evochi in seduta speciale il fantasma di Rita Levi Montalcini, non tralasciando un consulto speciale con Madame Curie. Egli soffre. Io chiedo asilo politico a qualche anima buona finché non gli sarà passata, in questi casi serve solo la mamma, si sa.

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Caro amico di penna

Ieri ho passato il pomeriggio con la Orra a ripulire il mio monolocale di Milano, che stiamo risistemando in vista di poterlo poi affittare. Mio fratello si occupa del lato bassa ma anche alta manovalanza, sistemando rubinetti e attaccature varie, prese, lampadine e imbiancatura. Io pulizio, scrosto, lavo e spolvero; ieri però ci siamo dedicate allo spoglio di uno dei due armadi librerie, che contenevano cassetti e scaffali intonsi più o meno dagli anni ’90, e cosa non si è aperto, signora mia.

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E’ stato un viaggio nel tempo, l’apertura della tana che per quindici anni è stata la mia casa a Milano: da ogni angolo salta fuori un tichetto di concerto o un tourbook, brochures di capitali europee e cartine stradali del New Jersey, peluches e vecchi biglietti di auguri, scontrini di vecchie spese all’estero con nomi di locali esotici e scatole di latta ripiene di vecchie lettere e cartoline.

Che bello aver vissuto in un’epoca in cui amici lontani ti mandavano pensieri, biglietti di cinema, articoli di giornale in buste sottili da oltreoceano, o bustoni spessi dall’Italia per ricorrenze speciali come Natale o il tuo compleanno, con dentro una foto o qualche barzelletta ritagliata, e pagine e pagine di scrittura fitta fitta con aneddoti e cose buffe e ricordi e propositi per l’anno nuovo. Che bello avere avuto quei momenti di gioia quando scendevi ad aprire la cassetta della posta e c’era una cartolina inaspettata, o una lettera che attendevi da un po’. Non è brutto oggi sapere che scendi e aprirai quella cassetta per trovarci solo comunicazioni della Tributaria e bollette? Io ancora la apro con un piccolissimo sospiro di anticipazione, anche se razionalmente so che non ci sarà niente di degno di nota: ma è il retaggio di quei giorni di estate in cui correvi giù con la chiavetta sapendo che Laura e Fede erano in Thailandia da un po’ e che magari era arrivata la loro cartolina, o che Dario a San Diego doveva aver ricevuto la tua lettera ormai e forse ti aveva già risposto. E Bobby che stava lontana tutta l’estate, tre mesi a Noli, magari aveva spedito un’altra cartolina con dietro qualche canzone di Bruce, e a volte arrivavano quelle degli amici che erano stati in gita scolastica da qualche parte (va la ricordate sta cosa? si mandavano le cartoline anche dalla gita, e tutti firmavano e alla nonna o alla zia arrivavano coloratissimi paesaggi con saturazione a mille e dietro mille sgorbi scarabocchiati presumibilmente di maschi disordinati, mentre le ragazze firmavano tutte con scritture rotonde e molto belline, e a volte qualche cuoricino sulle i e biro in colori pastello), di qualche amico che era a militare o stava facendo il servizio civile, di qualche compagna di Università più grande che aveva già finito e stava facendo l’inter rail girando mezza Europa zaino in spalla. Oppure c’era il sottile brivido di consapevolezza perchè il ragazzo che ti piaceva e con avevi avuto un filarino l’ultimo mese prima delle vacanze estive ti aveva mandato non una ma due cartoline, vorrà dir qualcosa, no? no?

A volte c’erano cartoline di parenti o zii più anziani, o vecchi colleghi dei genitori che scrivevano molto compìti Gentilissima Famiglia Maggi o Gent.mo Luigi Rossi e Famiglia, limitandosi poi a Cordiali o Affettuosi saluti. C’era sempre la cartolina da  Lourdes o da qualche santuario della vecchia zia, che ci assicurava Ho pregato tanto per voi.

La mia cassetta della lettere di Milano era però solo mia, non della famiglia, quindi per lo più arrivavano lettere di amici lontani, che magari avevo conosciuto a qualche concerto e dei quali avevo conservato l’indirizzo, e ci si teneva in contatto così, qualche notizia della propria vita, lavoro e università e cazzi e mazzi, scambi di opinioni su dischi e canzoni, in attesa di ritrovarsi sotto un palco da qualche parte. Più in là hanno cominciato ad arrivare le partecipazioni di matrimonio, preziose buste avorio o pesca, con all’interno delicati cartoncini filigranati, e poi le foto dei bambini nati, buffe foto con stelline e copertine con paperotti, e i tuoi amici, neo genitori, con facce incredule e incredibilmente felici.

A volte c’era qualche brutta notizia, un grave lutto o una malattia, in tal caso a volte sceglievi di telefonare sul momento, e sempre però in un secondo tempo ti mettevi a scrivere, per comunicare la tua vicinanza, per, come si diceva, farti sentire.

Poi sono arrivati i telefonini, le mail, e Facebook, e i cosi sociali hanno preso il sopravvento. Questa non è un’apologia del passato, che è, appunto, passato. Sono comode le mail e le chat, veloci e immediate, se ci sono cose importanti da dire è bello poterlo fare in un secondo, senza dover uscire di corsa per andare a comprare il francobollo e poi non trovi parcheggio e poi la signora tabaccaia si perdeva in complicati calcoli matematici e ti dava sempre un corrispettivo in francobolli lunghissimo come se non aspettasse altro che te per sbolognare gli ultimi trenta bolli da 10 lire. E anche FB è comodo per restare in contatto, foto di viaggi e cene, figli che crescono e lavori che cambiano, vite che osservi da dietro un monitor invece che immaginarle da dietro un foglio di lettera, e va bene così, in fondo.

Però era bello avere quest’incombenza ogni tanto, oggi mi prendo un paio d’ore e scrivo alla mia amica, scegliere la carta da lettere, perchè se ne avevano sempre di due o tre tipi, anche se poi per le lettere lunghe io passavo direttamente ai fogli protocollo, era bello sapere che da qualche parte in Svezia che c’era qualcuno che stava cercando un Ufficio Postale per spedirti una cartolina, dedicandoti un momento della sua vacanza, del suo tempo, della sua vita.

So che non sono più i tempi di quelle lettere, ma in fondo non ho smesso di crederci, alla gioia di quelle pagine scritte solo per me. Ed è molto bello bellissimo avere quelle scatole di latta piene di ricordi, che ogni tanto riaprirai per ritrovare te stessa da giovane, e i tuoi amici. Questo, coi social cosi, mi sa che non succederà. 

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Disagio giovanile e non

tortelleneee

Ricordo un Capodanno di qualche anno fa (“qualche” saranno oramai dieci, mi sa, ma va bè) in cui Lorenzo parlava di quegli amici che sono lontani, che riesci a vedere se va bene tre quattro volte all’anno ma va bene anche così, non si misura il sentimento dalla distanza in mezzo, solo dal cuore.
Io ho cominciato molto presto ad avere amici sparsi per l’Italia e la Isvizzera, sempre a causa di quella stella del New Jersey, andavo a qualche concerto, ci si conosceva, poi si rimaneva in contatto e tour dopo tour ci si ritrovava e si andava avanti e via così.
Ho sempre pensato che per noi fan fosse come per tutte quelle altre persone che trovano nuovi amici in viaggio, in vacanza, o in Erasmus, si lega immediatamente con qualcuno, si sta proprio bene con queste nuove persone, si fa tutto il resto del soggiorno insieme, si giura che si faranno in futuro altri viaggi in compagnia. Però si abita lontano, impegni diversi, se va bene si riesce a organizzare una cena per vedere le foto del viaggio conclusosi e poi a poco a poco ci si allontana, alla vacanza successiva manca un anno, le mete saranno diverse, il tempo passa, le vite avanzano e non ci si rivedrà più. Ci si pensa ancora a volte a quelle persone, a come si era stati bene insieme, ma non si è riusciti a fare altro, mai più.
Il viaggio, la vacanza studio, si sa, non sono Bruce. Anno dopo anno, tour dopo tour molti di quegli amici sono ancora qui perchè c’è un comun denomitatore fisso e inamovibile nelle nostre vite, una meta sotto un palco che tutti unisce, e sai che se non sarà Milano sarà Roma, se non Firenze Udine, o Parigi o Londra, ma li rivedrai, perchè tutti ci muoviamo in un unico viaggio, e questa è stata solo una delle tante fortune che essere fan di Bruce ci ha portato.
E poi naturalmente c’è il fatto che se non ci si vede a un concerto perchè non c’è tour, o perchè mancano comunque soldi e tempo per fare altri concerti insieme, allora se a quegli amici ci tieni non serve tanto, non ci devono essere scuse, prestesti o storielle (ho detto storielle, non sorelle, dai), se nella vita di un amico ci vuoi essere ci sei, punto. E noi essoci! (manca Marco Raimondo che fa la foto ma c’è neh)