Dilbert #Dilbert

Mi sono regalata a una cifra abbastanza modica (meno di 60 dollàri) un volumone che raccoglie tutte le strisce di Dilbert dall’inizio (1992 ca) al 2013. E’ uno sbirillione di vignette, ma me le sto leggendo tutte piano piano, con grande godimento. Dilbert lo conoscevo già dagli anni novanta attraverso Linus, ma pur avendo ai tempi un lavoro, il sistema non mi aveva ancora triturato del tutto e non potevo apprezzare appieno la sua ironia e il suo sguardo disincantato ma assolutamente veritiero sul mondo del quotidiano in una grande azienda. E quindi capi generalmente ottusi che si moltiplicano strapagati e con suggerimenti atti a preservare i loro benefit, del tutto avulsi dalla realtà del lavoratore medio, uffici marketing con problem solving e brainstorming, ore di meeting inutili e concetti di teamwork, il core business e il focus, gli uffici del personale e la loro vision, i finanziari e le loro continue beghe micragnose, i mega capi squalo che vogliono solo divorare altro capitale per sè e quando si manifestano una volta all’anno per il rendiconto attraversano i corridoi senza neanche vedere i cubicoli, l’assurda burocrazia che permea il tutto. Nella striscia non viene comunque risparmiato il popolino lavoratore, inglobato in un sistema senza senso di lotte intestine e guerra tra poveri per fare un po’ di carriera o avere un minimo aumento, passando per il paradigma del collega sfaticato, l’anello debole della catena aziendale a causa del quale ogni iniziativa o idea si trasforma inevitabilmente in un fiasco, e le occasionali alleanze con due tre colleghi sodali per non soccombere all’inutilità del tutto.

Mi piace molto Dilbert e mi faccio ogni sera delle sane risate, anche se un po’ tristi se penso che sia tutto in fondo molto molto vero. Ogni tanto mi salvo una striscia che mi piace particolarmente e ho deciso di tenermele qui nel blog.

 

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