…and nobles #BruceSpringsteen #BorntoRun

Quelli che A me mi ha già rotto il cazzo la gente con la copia del libro, Ah perchè bisogna comprarlo? Ah perchè bisogna leggerlo? I PROBLEMI NELLA VITA SONO ALTRI, io sono alternativo dentro ma soprattutto fuori su Facebook e il libro ormai è mainstream e io me la devo tirellare però non deve notarsi che me la tirello, quindi non lo leggo, però come faccio a non leggerlo, e se poi qualche teen fan che sto broccolando non mi si fila?, Che noia che barba ma pure il cd doveva fare?, Ah ma c’è pure un cd? ah ma io non lo compro I PROBLEMI NELLA VITA SONO ALTRI, Mi si nota di meno se approccio la mia indifferenza all’operazione autobiografia (alla quale sono contrario a prescindere, ovvio) posando in un giardino destrutturato che richiama alle origini blue collar di Bruce o se mi accascio sul divano in salotto sotto la foto degli Steel Mill per far vedere che non sono mica un fan da prodotti di altissimo consumo, quell’altra che è solo su Instagram e Dio solo sa cosa #cancelletto #scriverà #per #descrivere #lesue #emotions #sullibro, Quelli che hanno letto un libro in quarant’anni e ora devono deliziarci a ogni riga letta con fermo immagini fuori fuoco, Quello che si premura di far sapere a tutti che lo sta leggendo in inglese, bravo, aggiornaci, l’ansia di conoscere la tua scelta linguistica ci stava uccidendo, Quello che ha letto solo fumetti nella sua vita ignorante (ma è colpa della scuola) comunque lo compro per non sfigurare con gli altri fanz e poi farò finta di leggerlo, Quella che sono stata la prima a iniziarlo!!! e mi areno dopo tre giorni a pagina 27 come una balena spiaggiata, Quello che Bruce firmava autografi alle 12 e lui è arrivato alle 14 e se l’è perso e si lamenta pure, Quella che si deve abbagasciare in mutande sul letto con una pagina sapientemente aperta a caso, Quelli che aspettano il momento giusto, leggono, godono, ci pensano un po’ su, fanno pure addirittura un post, isole di buon senso in un mare di feels.

barnes

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Springsteen @Metlife NJ #BruceSpringsteen #NewJersey

Amico Cacciotto ti recuerdi quando al concerto di Roma tu mi dibbi che si erano visti i violini e si diceva che magari avrebbe rifatto NYCS e io ti dibbi che Bene ma non è che ogni volta che arriva a roma mo’ la deve fare perché una volta stupenda irripetibile magica ma non è che deve scattare la ripetizione solo perché hai l’orchestra in loco che la sa, ti piace vincere facile allora dillo (anche se poi per carità falla, ehn, noi sempre lì con la testa sotto i tuoi piedi), MA se vuoi fare di nuovo qualcosa di specialissimo ti metti lì provi, sei Springsteen, hai una spatafía di brani a cui attingere, se ti va. E insieme ci mettemmo a pensare a cosa avrebbe potuto fare coi violini (anche se a dire il vero non eravamo andati tanto dopo Secret garden. Forse avevamo pensato Incident perché c’era la Lahav nel 75 ma poco altro), volendo. Adesso vedi, che, volendo…?

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Cuori affamati, sempre #TheRiver #BruceSpringsteen

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I concerti europei di Bruce sono finiti, e il The River Tour 2016 si è scisso lungo la strada in due separate parti, quella americana e quella successiva oltreoceano, che poco hanno avuto in comune.

Questo tour per me è iniziato a Febbraio ad Albany. Veramente forse è iniziato quel dannato week end del 2009 in cui Bruce ha annunciato il full album al Madison Square Garden senza possibilità per me di esserci perchè partivo esattamente dieci giorni dopo per la chiusura di quel medesimo tour a Nashville e Buffalo e non potevo cambiare in una settimana ferie, voli e biglietti. O forse è iniziato il 28 giugno 1983 quando la mia compagna di merende mi ha prestato in gita scolastica il walk man con dentro la cassetta di The River di suo fratello grande, dicendomi Ascolta. E io ho ascoltato, ah se ho ascoltato. I miei album preferiti di Bruce sono Darkness e Born to run, ma come suono rock’n’roll The river è sempre stato always primo, un po’ sporco, meno cesellato di Born to run e più cazzaro di Darkness, il mio amore imperituro da che avevo tredici anni. The River canzone è da trent’anni sul podio delle prime tre preferite, la prima che ho imparato a memoria, la prima che ho tradotto, la prima che facevo ascoltare a chi era ancora infedele quando ancora facevo proselitismo.

Per me The river full album è stato il sogno rockenrollo proibito di una vita, che non osavo sognare perchè Bruce stesso dopo quel week end dannato ha detto che non lo avrebbe più suonato per intero perchè troppo lungo. Però lo sognavo lo stesso perchè Bruce dice anche che bisogna un po’ crederci, in questa vita di minchia, e tu che fai, non ci credi? un po’ ci credi, dai.

Le canzoni separate le avevo già ascoltate quasi tutte, mi mancavano solo Stolen car e The price you pay, ma il punto non era interamente completare l’album di figurine, il punto era ascoltare tutto l’album, come l’ha pensato e voluto Bruce in origine, come lo mettevo sul piatto dello stereo in anni in cui non si skippava, lato A lato B primo disco, lato A lato B secondo disco. E’ un album partito con qualche avanzo di Darkness che inizialmente doveva avere dieci canzoni soltanto, e che ha cominciato a espandersi dopo che Bruce ha scritto The River canzone, un lavoro che è diventato via via più cupo con alcune ballate di amore disperato, che però girava anche su canzoni ye-ye, perchè lo stesso autore si sorprese a concepire un disco rock’n’roll che, come la vita, contenesse gioia e stupida felicità esattamente di fianco alla freddezza e alla solitudine. E’ un paradosso, e ci devi vivere: quei due ragazzi partiti in macchina su Born to run non è che necessariamente arriveranno bene, no? non ci sono garanzie, solo la pazza fede di chi è giovane. Poi cresci, e capisci che puoi convivere anche con la disperazione e la tristezza, non è sempre e comunque tutto solo un oscuro viaggio.

Ho visto cinque concerti in America. Dopo aver visto i primi tre a febbraio c’ho pensato e ho capito che non mi bastava, che ne volevo ancora, e sono partita per Brooklyn ad aprile. Mi pareva impossibile che Bruce suonasse il full album negli stadi, non ci volevo credere, ma tutto indicava che apparentemente l’avrebbe fatto, e ho deciso che era meglio per la mia sanità mentale (anche se decisamente non per le mie finanze) vederlo in un palazzetto americano anzichè in una piana di devasto nella brughiera norvegese o -orrore- di un pubblico da Festival.

The river è un doppio LP che viene da gloriosi anni in cui i musicisti scrivevano concept album, perchè potevano permettersi di chiedere al proprio pubblico di non fissarsi solo sulla hit-single di tre minuti (che pure a volte ci ha insegnato di più che un intero anno scolastico), ma di concentrarsi sull’intero lavoro, che poteva anche durare un’ora e mezzo o due. Album che avevano dei significati profondi, che dovevano essere ascoltati dall’inizio alla fine, con testi che andavano letti e a volte interpretati.  In un’era di musica fluida da web in cui non sembra concepibile che sia esistito un tempo in cui la gente fosse disposta a sedere tranquilla per un’ora e quaranta senza fare altro se non ascoltarsi un LP per intero, avere tutto l’album in un concerto per me è stato emozionante, evocativo, e a dirla tutta incredibile. Ascoltarlo tutto in fila vuol dire che ti arriva addosso come un treno, e come se non bastassero le canzoni e le emozioni di una vita che tu hai legato per un motivo o per un altro a quei versi c’era anche Bruce che per la prima volta da anni tornava a parlare a noi pubblico, a raccontarsi, a spiegare le canzoni più importati.

Io ho visto il full album anche a Parigi, e pur essendo stato sensazionale, non è stato bello – per me- come in America proprio perchè Bruce non ha quasi parlato, se non all’inizio e alla fine e qualche breve frase durante. Dei concerti americani ricordo ancora con passione quei momenti, con lui che si lasciava andare al buio e cominciava a raccontare. Forse non ha molto senso questo, non so. Sono passati anni e anni dai tour in cui parlava liberamente e a lungo con il pubblico, decenni proprio. Ma qualche concerto di quelle decadi l’ho visto, e ricordo gli infiniti bootleg in cui il parlato era una parte importante, fondamentale, dei suoi show; sono cresciuta con quei lunghi intro di chitarra e Roy in sottofondo e la voce roca di Bruce che ci raccontava di suo padre, della sua famiglia, delle estati in cui dormiva sulla spiaggia e della sua chitarra maledetta. Risentirlo per la prima volta dopo tanti anni mi ha ridato un senso di contatto con lui e la sua musica che in questi anni di palchi invasi da cazzettari e gente che se la tira perchè è il numero uno in fila da martedì mi si era un po’ sciupato. E’ stato bello tornare ad avere Bruce che per due ore ti parla di come avesse voluto fare un disco che fosse grande come la vita, con dentro l’amore, l’odio, la disperazione, le serate un po’ folli alle feste dei college e i primi amori, l’amarezza nel diventare adulti e il capire che i propri genitori non sono solo due vecchi testoni messi lì a rovinarti il divertimento, ma che sono persone che una volta sono stati giovani esattamente come te, e infine il sudore e le lacrime che ogni vita porta con sè. I primi album erano le storie di lui verso il resto del mondo, l’outsider che osservava e sognava le vite degli altri, contrapposte alla propria. The River è stato il primo album in cui l’estraneo ha cominciato a pensare e a parlare di tutte quelle cose, amore, matrimonio, lavoro, fede, morte, che ha in comune con tutto il resto dell’umanità.

The river è uno dei tre dischi della mia vita, e averlo ascoltato tutto rasenta i sogni impossibili che poi si avverano e tu hai paura che non saranno all’altezza delle aspettative in fondo in fondo e invece poi sono addirittura meglio. In questo senso, Bruce è sempre una garanzia. Ho letto molte critiche pre e post tour, e rimango dell’idea che questo sia stato il primo tour -parlando del leg americano, ovviamente – pensato e provato e da anni, per lo meno da Magic ma direi addirittura dalle Seeger Sessions.

I concerti europei sono stati altro, non necessariamente meglio o peggio, proprio un’altra cosa; in alcuni casi, va detto, quasi la stessa cosa che da un po’ di anni abbiamo visto. Alcuni, tipo gli svedesi e gli italiani, sono stati epici e leggendari, altri belli, qualcuno un po’ vabbè, possiamo pure dirlo. Non so esattamente perchè Bruce si sia perso per strada tra l’America e l’Europa, certamente molto di quello che c’è stato in mezzo tra Barcellona e le prime date nordiche non verrà ricordato nelle cronache dei miti rock’n’roll. Ma non penso che si sia perso del tutto.

Durante le prove del tour americano, ricordo che disse in un’intervista come fosse contento perchè alcune canzoni di The River, assenti da anni ai concerti, fossero arrivate a un punto di svolta in questo tour. Perchè se le scrivi bene, non solo si confermano, ma crescono fino a trovare un contesto attuale. E sono felice perchè penso sia ciò che è successo in questo tour, le canzoni di The River hanno trovato una loro vita e un significato anche nel qui e ora del 2016, anche per giovani che nel 1980 non erano neanche nati, anche se a volte suonate sparse tra canzoni un po’ sfiatate che hanno consacrato il loro autore alla fama da stadio. Quelle notti con Drive all night e The price you pay o Fade away suonate sotto migliaia di stelle con l’ultima nota che si librava nell’aria e il mondo fermo un momento in perfetta bellezza non le dimenticherò mai, ed è il motivo per cui continuo a buttare oceani di dollàri per seguire quest’uomo.

Il The River tour, come concetto, non è durato tanto quanto il suo omonimo album, è vero; ma è un tour che ha portato comunque molto del suo significato originale nelle nostre vite, certamente gioia e magnifiche canzoni, un po’ di sogni e tanti abbracci, molte risate e forse qualche delusione, e molti, molti sogni rock’n’roll: non è che si possa chiedere tanto di più.  

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Tomorrow there’ll be sunshine #BruceSpringsteen #SanSiro

“We’re here to re-dedicate you to the Power, the Passion, the Mystery and the Ministry of Rock’n’roll!”

Bruce Springsteen

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Le passioni, diceva Bastiano Baldassarre Bucci, non sono cose che puoi spiegare a chi non ne ha. Se non ami fortemente qualcosa, se non hai niente che ti tenga davvero vivo dentro, non puoi capire perchè faccio quello che faccio per questo mio amore. Sono difficili da illustrare, ma una cosa è certa, in loro assenza la vita è nulla.

Le passioni sono anche cose che negli anni diventano difficoltose da maneggiare, perchè ti rendono pazzo, enormemente felice, e stratosfericamente triste, di ritorno. Le passioni, per definizione, amplificano: emozioni, sogni, ricordi, esperienze condivise. Se le lasci fare ti trascinano a destra e a manca, ti fanno scialacquare stipendi, perdere i sonni, ti fanno diventare agli occhi di amici e parenti “quella strana”. Finchè sei giovane pensano di capirti perchè hanno fatto qualche follia anche loro, negli anni verdi. Poi tutti crescono, trovano un lavoro, si fidanzano, pensano a un futuro più serio, tutti tranne te, si intende. E allora passano gli anni e tu sei quella che non è cresciuta del tutto, che è rimasta strana, che “ancora non le è passata”. No, perchè dovrebbe? stiamo parlando di passione vera, mica robetta: stiamo parlando di una cosa che ti scalda il cuore in un nanosecondo, che ti spara nel primo mobile dantesco appena le concedi del tempo, che ti accende l’animo come mille soli che esplodono. Perchè dovrebbe passarmi?

In tutti questi anni dietro a Bruce, ho visto un sacco di fan crescere e invecchiare con me. Alcuni li ho visti universitari nel periodo Tom Joad, fidanzatini al Reunion Tour, sposati tra il The Rising e le Seeger Sessions, con figli da Working on a dream in poi. Il tempo passa, la panza cresce, la stempiatura avanza, i problemi pure: soldi, lavoro, divorzio, genitori anziani, salute. Eppure anno dopo anno dopo anno, tour dopo tour, girello nel prato sotto quel palco e li incontro e ci abbracciamo: siamo tutti più vecchi e stanchi, più tristi, camminiamo molto più all’ombra di vent’anni fa. A volte sono da soli, perchè quella persona che era proprio quella giusta non è qui perchè ha trovato qualcuno di ancora più giusto. Oppure, semplicemente, se ne è andata, succede. Molti portano i figli o i consorti, che stoicamente resistono a ore di fila sotto il sole, altri li ritrovo con gli amici di sempre perchè quella passione non l’hanno trasmessa in famiglia, e va bene così: è la nostra passione, siamo cresciuti insieme, non è necessariamente che dobbiamo coinvolgere altri. C’è qualcuno, durante gli anni, che scivola via indisturbato e dimenticabile: sono quelli che vivono sempre nel mezzo, che non scelgono, non si sbilanciano, abbandonano la passione perchè è più facile seguire l’onda della vita da servo della gleba che continuare a inseguire sogni. L’abbiamo detto, la vera passione è la cosa che ci fa sentire vivi dentro, sempre e nonostante tutto: e una cosa così, nella vita, la paghi. Se vuoi evitare errori, se preferisci non fare mosse per evitare sbagli, fingi che non ti importi più, lasci andare, vivacchi: avrai la classica vita del mediocre che si autogiustifica dicendosi Sono maturo, sono cresciuto.

Ma in generale, chi ha scelto il rock’n’roll come passione di vita non cede a una moda, a una ragazza, agli anni che scorrono: perchè nella vita tutto passa, amori, soldi, fortune. Ma quel fuoco che ci ha acceso l’anima in quelli che ormai sembrano mille milioni di anni fa in cameretta mentre ascoltavamo in cuffia i primi assoli di quella Fender è stata l’unica cosa reale quando tutto sembrava perso, l’unico colore brillante abbastanza da rappresentare il dolore cocente della perdita, l’unico momento nero a sufficienza per esprimere la vera solitudine, l’unico filo sottile, eroso, consumato che pure teneva insieme la speranza che un giorno le cose si sarebbero sistemate.

Per ciò in queste quattro giornate rockenrolle a San Siro c’eravamo ancora tutti, sotto quel palco, per dire grazie, per celebrare di essere ancora qui nonostante tutto, per festeggiare il fatto che una volta tanti anni fa, forse per caso o forse perchè – chissà- il destino un po’ esiste, Bruce ha messo nella nostra vita una ragione per vivere, per crederci, per provarci, e non l’ha mai tolta. 

Una volta ho letto in un’intervista una frase detta da Max, “Bruce ti fa fare delle cose nella vita che non avresti mai pensato di riuscire a fare”. E accipicchia, se è vero, per me! E a occhio così, la butto lì, mi sa per tutti voi. Quindi, ci vediamo al prossimo concerto, più ammaccati, più vecchi, comunque sempre pronti a cercare un po’ di magia nella notte. I cuori si sono induriti, la fede va e viene, non è più come trent’anni fa: ma Bruce esce su quel palco con la Fender e i ragazzi, ed è abbastanza, sempre e comunque. A volte più che abbastanza, a volte è proprio il senso di tutto ciò che abbiamo sempre cercato in una canzone rock’n’roll, e per estensione nella nostra vita raminga: è rock’n’roll, ma in genere lo chiamiamo amore.

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(Giuseppe Verrini Photography)

Bruce Springsteen Milano San Siro #BruceSpringsteen

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e alloooora gatorade, barrette energetiche, caldo, asfalto, sudore, imodium chè ti voglio vedere se ti vien la sciolta coi cessi chimici e l’unico bagno nella pizzeria cinese dall’altro lato, ascelle pezzate, sonno, stanchezza, cappellino, crema solare, mal di piedi, mal di schiena, mal di testa, troppo sole, caldo, heavy petting coi vicini di fila dalle 9 di domenica, asfalto, panini al baracchino del lurido, facce da cazzo davanti, magliette di ligabue (ma perchèèèèèè???), coccobbello, esaltati maniaci, braccialetti falsi dei soliti furbetti, fazzoletti, salviettine, autan, caldo, sudore, ansia, e tutto questo comincia domani e finisce domenica solo per ricominciare lunedì, ma ammè, esattamente, ammè a 46 anni zio cane, ma chi me lo fare di priciso???
poi vabbè guardo sti occhi, dopo tutta sta strada, tutti sti anni, tutte ste canzoni, tutto sto sudore, tutta sta vita in mezzo con lui e la sua musica, e no, io non ci vado sugli spalti a san siro, sono vecchia, intristita e stanca e ci metterò una settimana a recuperare, ma lo diceva anche il Re, it’s now or never, e le Termopili per il pit a Milano io le faccio ancora e vaffanculo. Ci vediamo là, fate un fischio e smessaggiate che vi voglio baciare tutti sbavosamente.

Springsteen a San Siro #BruceSpringsteen #Milano #SanSiro

our love is real

Springsteen a San Siro è sempre stata un’escalation del tipo che esce la E Street sulle note di Morricone e lui appare sul palco con la Fender e la folla nel prato si esalta, la gente sulle gradinate esulta, lo stadio inizia un nuovo culto in nome di Bruce, il quartiere di San Siro consacra il sito dove sorge lo stadio a Tempio della Musica Rock, la città di Milano entra in un trance rockenrollo, la Lombardia comincia una Ola, l’Italia si inchina piano su you know you make me wanna… SHOUT!!!, la Terra rimbomba di BRUCE BRUCE BRUCE BRUCE BRUCE BRUCE BRUCE, la galassia muove le braccine su Spirit in the night e Bobby Jean, l’Universo chiude cantando SIT TIGHT, TAKE HOLD…

Non so se sarà così anche stavolta, la fede va e viene alla mia età, lo ammetto, padre ho peccato, a volte dubito, questo tour europeo mi ha messo in difficoltà. Però cito il mio amico Cesare, la fede su San Siro non va, viene, e ci resta. E comunque sono due sere, e cominciamo domenica, e non ce la posso fare, già lo so. Eppure, in qualche modo, ce la farò. Thunder Road sta tutta nel credere che non sai come sia possibile che possa succedere, ma sai che accadrà.

 

Just appraise love #BruceSpringsteen

“In 1987, Springsteen released one of his greatest compositions, “Tougher Than The Rest.” Springsteen sings the simultaneously steely and sweet lyrics in his husky voice. Interspersed with the live concert footage are images of couples kissing and holding hands. Many of the couples are gay.

Not only does the video assign equal attention and value to heterosexual and homosexual relationships, it appraises the love between gay people according to the same standards as it does Springsteen’s own romance. The live footage is most memorable for the way in which he, and his backup singer and soon-to-be wife, Patti Scialfa, gaze into each others’ eyes. Their sexual fire is hot enough to melt the monitor. The energy and intensity of gay attraction and affection is no different – better or worse – than the lust and love Springsteen shares with his girlfriend”.
David Masciotra