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Era mio padre.

Il 24 maggio 1995 moriva mio padre. Aveva compiuto sessantanove anni il febbraio precedente. Io ne avevo venticinque. Sei mesi prima una delle mie migliori amiche, che aveva appena festeggiato i trent’anni, era morta in un incidente stradale; e ricordo di aver pensato che fosse il dolore più devastante che mai avessi provato, e che probabilmente mai avrei provato. Ma la vita, si sa, ha quel suo modo bastardo di smentirti; e sei mesi dopo, il vero dolore è arrivato.

Il momento peggiore di tutti è quel silenzio dopo il funerale in cui si torna a casa: tutti, anche gli amici e i parenti più stretti, a quel punto salutano, e se ne vanno, e la famiglia rimane lì, monca, sola, a fronteggiare la lucida, spietata realtà: è il nuovo ordine, la nuova vita che inizia. O che è finita. Si riparte, se si vuole, in qualche modo. Ma quella persona non c’è più. In realtà, si tratta di una serie di singoli momenti peggiori, da quel momento, che si sommano a formare un dolore insopportabile e costante: quando senza pensarci apparecchi la tavola portando il suo portatovagliolo al “suo” posto; quando procedi sistematicamente a cancellarlo burocraticamente, in banca, in posta, sulle bollette, sentendoti una merda ma non potendo fare altrimenti, lasciando comunque alla fine un qualche abbonamento a suo nome solo per vedere arrivare una volta al mese una busta ancora indirizzata a lui, solo per tenere in mano una prova che c’era, è esistito, è stato lì. Quando quasi un anno dopo un amico andando a un concerto ti dice Guarda che devi cambiare le gomme, sono veramente lise, e realizzi che la tua macchina è sempre stata sua cura perchè gli faceva piacere occuparsene, visto che aveva una figlia testona che aveva voluto andare a vivere da sola a 22 anni e non la vedeva tanto spesso, e prendersi la responsabilità di controllarti la macchina ogni tanto era uno dei suoi modi per starti vicino, ma adesso non più.

Il giorno dopo il funerale mi sono messa in un angolo a leggere un libro per tutto il pomeriggio, penso Wodehouse. Non ho ascoltato Bruce in quei giorni, perchè anche lui era inestricabilmente legato a papà; non perchè gli piacesse, mio padre era un uomo di sessant’anni che non si è mai interessato al rock’n’roll; ma quando avevo portato quella musica in casa nostra per non farla più uscire, aveva imparato a conviverci. E quindi Bruce era anche mio padre che scendeva nello scantinato e mi trovava lì seduta con lo stereo portatile e The river, l’estate in cui faceva troppo caldo per stare da qualche altra parte, mentre mi studiavo i testi a memoria; era la discussione con mia madre se farmi andare comunque al concerto di San Siro a giugno, dopo che a maggio c’era stata la strage dell’Heysel; era Racing in the street dopo pranzo messa ogni giorno per un mese di fila mentre lui aspettava il caffè, perchè pensavo che fosse troppo bella ed era impossibile che non gli piacesse; era il tardo pomeriggio in cui sono uscita dalla mia cameretta dopo aver ascoltato tutto il cofanetto del live 75/85 il giorno in cui è uscito, perchè se cominci ad ascoltarlo, lo finisci tutto, ovvio, e lui mi aveva chiesto: ma non è un po’ lungo, ‘sto disco?

Sono trascorsi ventidue anni, quasi quanti ne avevo quando è morto: quasi metà della mia vita, l’ho passata senza di lui. Nessuno dei miei amici attuali lo ha conosciuto, nessuno sa cosa facesse, come fosse, forse nemmeno come si chiamasse. E’ colpa mia, in generale. Non ne parlo mai, perchè a parlarne, ancora adesso, mi commuovo. Ancora adesso, anche soltanto a scriverne, mi viene da piangere. Ci sono dolori che, semplicemente, non superi; li seppellisci, li butti in un burrone della tua anima, li chiudi da qualche parte e vai avanti. Vivi la tua vita, ridi, canti, vai a un concerto rock. Ma quel dolore, quella perdita, non li superi mai davvero. In fondo, neanche lo vuoi: il giorno in cui smetterò di piangere, sarà il giorno in cui non ci sarà più davvero. E già adesso, di tutti gli amici che ha avuto, di tutte le persone che ha amato e chiamato cari, di tutta la sua vita, unica e preziosa, siamo rimasti solo in tre a ricordarlo davvero.

Mio padre mi ha trasmesso la passione per la lettura, per il giornalismo, per la politica. Era un elettricista specializzato che lavorava all’Enel, per vent’anni aveva fatto i turni nelle centrali elettriche, e quando aveva la notte si portava dietro un libro; non era particolarmente erudito, le sua passioni erano Salgari, Verne, Jack London, Mickey Spillane e gli albi di Tex Willer, cose avventurose che tenevano svegli con trame adrenaliche. Anni dopo, verso i dieci, dodici anni, scovai questi primi libri nello scantinato, me li lessi tutti, e da lì poi migrai verso altri lidi, generi e autori, ormai agganciata inesorabilmente alla lettura come passione.

Tutti i giorni leggeva un quotidiano, tutto, da cima a fondo, dalla politica allo sport; a pranzo e a cena si guardavano i telegiornali, sempre, almeno due, in casa nostra era impensabile saltare l’informazione per un programma di intrattenimento. Nella mia classe alle elementari ero l’unica bambina che sapesse chi era Sadat, quando fu ucciso, e d’altra parte siccome ero anche l’unica emarginata che poteva guardare la televisione per al massimo un’ora al giorno quasi nessuno voleva venire a giocare da me (neanche io, in effetti, potendo scegliere).

La discussione politica era quotidiana in famiglia, durante pranzo e cena, così come quella sportiva o di attualità; quand’ero più piccola non capivo tanto, ma pian piano prendevo il passo con i miei genitori e mio fratello, crescendo. Non ho mai avuto paura di discutere con lui o di chiedergli un consiglio, anche se ho fatto la mia brava serie di cazzate da ragazza, molte cose tenendogliele segrete e facendo affidamento sul gruppo degli amici. Ma eravamo giovani, e questa è la normalità: cercare nel branco la famiglia che sostituisca quella a casa.

Comunque, ho sempre avuto ben chiaro in mente che ci siamo voluti un bene assoluto e reciproco, nonostante qualche lite e qualche comportamento idiota da parte mia, imputabile all’età: so che era mio padre, e che un genitore ama in modo incondizionato. Non ho mai avuto il rimpianto di aggiustare cose che avevo sbagliato in passato, come che ne so, non aver chiuso prima qualche stupida lite, o per non avergli detto abbastanza che gli volevo bene, soprattutto negli ultimi mesi; no, l’unico rammarico che ho è non avergli potuto parlare negli anni successivi, di tutto quello che mi succedeva mentre arrivavo ai trent’anni, e poi ai quaranta, e ora quasi ai cinquanta. Non mi manca quello che ho avuto, con lui, anche se sì, ovvio, manca per certi versi. Ma quello è passato, è già stato. Mi mancano tutti gli anni che non ho avuto. Ma, ovviamente, è una sceneggiatura che non era destino fosse scritta, si può solo essere tristi, e alla fine accettarlo.

A venticinque anni sono entrata in un posto all’ombra, da sola, dove nessuno dei miei amici poteva capirmi o raggiungermi; la vita è così, non la percorriamo tutti nella stessa formazione, nè con la stessa fortuna. Ora sono passati tanti anni, la sua assenza, col tempo, non è più una forza fisica presente accanto a noi, è un peso che si è affievolito col filtro degli anni. Rimane il ricordo, che in qualche momento affonda ancora i denti e fa sanguinare di nuovo, ma sempre meno spesso: per lo più è solo un rimpianto dolce, infinitamente amato.

Mio padre sapeva smontare un motore e alzare un muro in cemento, aggiustare un tubo che perdeva in bagno e il lavandino rotto, piantare un orto, saldare e potare. Mi ha insegnato a guidare, a ballare il valzer, a giocare a briscola, a fare il risotto coi funghi, a fotografare, e il fuorigioco a calcio; era al cancello ad aspettarmi alle due di notte quando sono tornata dal concerto di San Siro nell’85, e si è dimenticato che avevo l’orale il giorno della maturità, andandosene a far spese con mia madre mentre io mi dibattevo tra D’Annunzio e William Butler Yeats. Mi portava a pescare al fiume in estate e per castagne in autunno, guardavamo insieme i film di John Wayne e le partite della Nazionale, e ci ha iscritto sin dalla prima elementare a nuoto perchè da giovane aveva perso un amico, annegato nel torrente, e voleva che imparassimo subito. D’inverno portava sciarpe di seta attorno al collo perchè la lana gli dava prurito, d’estate orribili canottiere rosse, e sbagliava compulsivamente gli accenti di tantissime parole (abbàzia, l’isola di Balì, circuìto elettrico), faceva il Bartezzaghi a biro senza cancellazioni e adorava i Blues Brothers (non ho mai capito precisamente perchè). Tutte le vacanze di famiglia le abbiamo fatte girando in lungo e largo l’Italia, non sono andata all’estero fino ai 18 anni, perchè, spiegava, prima ti vedi per bene il tuo Paese. Aveva smesso di fumare quando io avevo circa 5 o 6 anni, perchè non voleva che ci fossero sigarette in casa alla portata di noi figli; e visto che ce la menò per anni su quanto gli fosse costato smettere, in effetti nè io nè mio fratello abbiamo mai avuto la minima tentazione di iniziare. Mio fratello fu battezzato Mauro, e poi Pietro Angelo con i nomi dei nonni materno e paterno. Quando nacqui io, le nonne stesse chiesero di non passarmi i loro, perchè non gradivano l’idea del doppio nome, e mio padre un po’ timidamente chiese di poter tramandare allora il suo, e così fui Lorenza, in suo onore. Mia mamma si chiama Lucia, e lui, ebbene sì, Renzo.

Lucia, e Renzo Maggi. Era mio padre.

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2 thoughts on “Era mio padre.

  1. Grazie per aver deciso di condividere queste tue emozioni molto intime. Dici che siete rimasti solo in tre a ricordare davvero tuo padre. Posso dirti che con questo articolo a me è sembrato quasi di conoscerlo di persona, ed è stato emozionante. Grazie a questo articolo lo hai reso ancora più immortale di quanti già non lo sia nei tuoi ricordi.
    Un abbraccio.

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  2. Grazie a te! Si scrive e si spera sempre di raggiungere qualcuno, ma a volte non sai mai cosa arriva agli altri, se ti pensano megalomane o insensibile perché ti sfoghi nel web. Sono contenta che sia arrivata un po’ della sua storia 🙂

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