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Mary Tyler Moore #MaryTylerMoore

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La cosa bella della televisione di quando io ero adolescente è che nonostante la censura pontificia e la DC al governo (che erano un po’ la stessa cosa), spesso passavano programmi che recavano messaggi importanti, sinceri, e di avanguardia senza essere volgari nè artefatti. Uno dei telefilm che potevamo guardare tranquillamente con i nostri genitori e nonni era il Mary Tyler Moore show, la cui protagonista era una ragazza single che viveva e lavorava in una grande città, affrontando problemi di affitto, carriera, genitori invadenti e uomini inaffidabili da sola, senza un marito o un papà ingombrante alle spalle ad aiutarla in quanto gentil donzella. La serie era un prodotto dei pieni anni ’70, e introduceva per la prima volta la figura di una donna sola al lavoro: nelle commedie degli anni ’60 la figura protagonista era in genere un maschio, e tutto ruotava intorno a una numerosa famiglia tradizionale; e quando la donna era protagonista, come nell’amatissimo I love Lucy, era comunque sempre prima di tutto moglie, e madre.

In Mary Tyler Moore la protagonista era una giovane donna, che si trasferisce nella grande città tentacolare dalla piccola cittadina dove viveva, dopo che il suo fidanzato storico l’ha lasciata; si trova un lavoro, un appartamento dove vivere, e comincia appieno la sua vita. In un mondo in cui i genitori assistevano inorriditi alle figlie che lanciavano i reggiseni e criticavano i parametri di rendimento fallocratici su cui girava la società patriarcale e sciovinista, era per loro un sollievo vedere una brava ragazza che sì, non si sposava, ma lavorava e se la cavava bene ugualmente. I nipotini potevano anche aspettare, in fondo! Era un buon compromesso tra gli anni Sessanta e il futuro; e poi era carina ed educata, e i papà erano in fondo orgogliosi di avere figlie che non volessero affrontare la vita tenendo per mano un uomo.Le madri ridacchiavano: erano state forse solo mogli e madri per tutta la loro vita, ma questo non significava che dovesse essere così per forza anche per le loro bambine, che magari avevano studiato tanto per un buon diploma.

Ma Mary piaceva anche a noi ragazzine: era intelligente senza essere pedante, carina senza essere strafiga, alla moda senza essere ridicola, gentile e autoironica; quando arrivava a una riunione con il progetto richiestole una settimana prima dal capo, dopo essersi fatta un mazzo così per farlo bene ed entro i tempi richiesti, nel momento in cui i grandi boss se ne dimenticavano, se ne rimaneva appoggiata alla parete con un sorriso esitante, in viso un’espressione di vaga incertezza, genere Very British Problems: Come va? Oh bene (morendo dentro, ma bene). Finita la riunione non dava in escandescenze nè liberava un fiume di parolacce; magari si infilava in bagno a farsi un piangerino, però poi usciva composta, andava dal suo capo e gli parlava del problema. Forse non si risolveva niente, e il suo lavoro finiva lo stesso buttato nel cesso; però non accettava ingiustizie da nessuno. Era un sollievo vedere una ragazza come ci sarebbe piaciuto essere da grandi, non moglie, non madre, non santa del focolare, non sempre all’inseguimento di un uomo per sentirsi realizzata. Era Mary, ci faceva ridere, non ci nascondeva che il mondo del lavoro fosse maschilista ma ci assicurava che si poteva far bene ugualmente.

Ieri è morta Mary Tyler Moore, alla bella età di ottant’anni. La televisione ha senz’altro creato masse di gente minchiona e credulona, oltre ad aver fatto il lavaggio del cervello a intere generazioni, negli ultimi vent’anni di berlusconismo; ma Mary era un programma intelligente e umano, con una protagonista che tutti avremmo voluto avere per amica, che parlava di femminismo senza nemmeno nominarlo, e che dava la parola a problemi attuali e non banali: chiedere la stessa paga del proprio collega maschio e cominciare a prendere la pillola, bersi un drink con le amiche e parlare di divorzio, fare la spesa da sola al supermarket e confortare un’amica che scopre il tradimento del marito.

Grazie Mary per tutte le risate, e per i bei momenti di televisione, di scrittura, di ironia. Ci hai fatto sognare cose belle, e di questo ti saremo sempre grate.

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