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‘The Walking Dead’ Season 7 Episode 1 Review: The Wrath Of Negan

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Puntata brutale quella di ieri sera, ben scritta, violenta e crudele persino per gli standard di un mondo televisivo dove i limiti del dolore inflitto ai personaggi varcano da anni nuovi confini nella serie di Games of Thrones. La AMC ha promesso nei mesi di attesa un inizio di stagione devastante, e in effetti lo è stato. Tutta l’adrenalina della puntata è costruita sui primi quindici minuti di flashback e false memorie di Rick mentre viene trascinato via da Negan che vuole impartirgli una lezione, quando poi si rivela, venti minuti dopo, che i morti della nostra compagine sono stati due, il rosso Abraham per primo, e a seguire l’amato Glenn. L’ex soldato se ne va con dignità, finendo un arco temporale già prolungato a oltranza nell’ultima stagione. Per Glenn è un’altra storia, non solo se ne va in modo molto crudele, viene anche lasciato soffrire per lunghi momenti prima di essere liberato dal suo tormento. Tutta la scena di Negan che domina i prigionieri in un tortuoso soliloquio dondolando la mazza sia prima che dopo gli omicidi è intollerabilmente emozionale, che è il motivo per cui gli sceneggiatori l’hanno prolungata il più possibile, ovviamente.

Il mondo dei fan e la critica si dividono sul “troppo”: è stata troppo violenta, troppo aggressiva, troppo poco “The walking dead” per come la conosciamo, questa puntata? Io trovo che sia, per una volta, raramente in sintonia col fumetto, che io personalmente ritengo davvero disturbante. La serie TV quasi mai si allinea ai fatti narrati nell’omonima storia dei comics, se non su momenti topici: un personaggio decapitato, la menomazione all’occhio di Carl, o la storyline del bambino (bambina nel caso della serie TV) assassino. Ma al di là dei singoli eventi, quello che per me rende il fumetto migliore è che racconta, in modo crudo e veritiero, la tragica realtà di un’Apocalisse. Il fatto che ci siano gli zombie è relativo: potrebbe essere un virus come una guerra nucleare, quello che interessa a Kirkman è scrivere dei sopravvissuti, di cosa farebbe l’umanità nel momento in cui la civiltà si trovasse al collasso. E io trovo che scriva mirabilmente, e in modo realistico, di quello che accade nel momento in cui l’animale uomo non è più contenuto da una maschera di civiltà, in alcuni individui imposta non da una singola coscienza ma da eventi esterni come la legge e i suoi tutori. La serie TV racconta in modo discontinuo, frammentario e a volte superficiale la stessa cosa, per una serie di motivi, principalmente perchè, ovvio, deve badare all’audience e agli sponsor, per sopravvivere. TWD fumetto non è nato, originariamente, per far colpo sulle masse:  Kirkman non si è mai tirato indietro con il gore o l’ultraviolenza perchè in quelle storie non doveva preoccuparsi di minori, buona creanza o prime time. La serie TV è cominciata senza essere di massa, lo è diventata col tempo; e in genere è una versione più edulcorata dei fumetti, meno a fuoco, più compassionevole. Non è sempre un male, ma questo ha portato, per me, sempre più fan occasionali: gente un po’ da film horror coi pop-corn ma anche da sciacquettate telenovele come Desperate Housewives, che si identificano nella story-line di Glenn e Maggie incinti, della bambina paciottona dello Sceriffo, di Hershel che pianta i pomodori sperando nel raccolto, è la storia dell’apocalisse e ci vedono i ponti di madison county, e quando arrivano le mazzate, letteralmente (ah ah), poi gridano al tradimento. Gli sceneggiatori non hanno, per ora, tradito il racconto; sono semmai i telutenti ad aver travisato il messaggio: i morti che camminano non sono gli zombie, ma quel manipolo di sopravvissuti che abbiamo imparato a chiamare per nome, uno per uno.

Per me non è stata “troppo”, questa puntata: crudele e violenta sì, ma ho provato molta più adrenalina in quei 50 minuti che in tutta la lobotomia della seconda serie, per dire. Negan è un personaggio fantastico, un cattivo bastardo psicotico che penso darà nuova linfa alla serie, e questo è sempre un bene. Mi dispiace per Glen, che era un personaggio cresciuto enormemente, se pensiamo a quel giovinetto che sette anni fa salvò lo Sceriffo ad Atlanta (ma non il cavallo. E noi non dimentichiamo), diventato un giovane uomo cui tutti eravamo affezionati, coraggioso, altruista, serenamente sano grazie al suo amore per la sua ragazza, e che serviva da bussola morale per il gruppo dalla morte di Hershel, più o meno. Era preannunciato dai fumetti e davvero non poteva aver senso in questo show la famigliola a tre col bambino ora in arrivo, o moriva Glenn o se ne andava Maggie (e non è ancora detto, tra l’altro), anche considerando che lo Sceriffo e Carl sono per il momento intoccabili così come Daryl e Michonne, grandi favoriti del pubblico. Non rimanevano altri grandi personaggi da uccidere per far sensazione, tutti quelli rimasti prigionieri davanti a Negan erano di minore importanza, e quindi doveva essere Glen (far morire una ragazza incinta a randellate in testa, pensandoci, era troppo per un prime time). E’ stato un grande inizio di stagione, in una serie che tradizionalmente ha potentissimi inizi: i cannibali di Terminus o il Governatore alla riscossa, per esempio. Negan ovviamente ora voglio che muoia una morte lenta e dolorosa, che soffra e pianga così quasi mi verrebbe da provar compassione per lui, ma no, non ne proverò. Deve morire a metà tra i cani che lo mangiano vivo come il nero in Django unchained e l’accetta in testa in American psycho, solo peggio (ho letto i fumetti, comunque, quindi so cosa gli succede lì. Ma nel telefilm nulla è certo, come dicevo). Jeffrey Dean Morgan scelta eccellente, per la parte. 

Bella anche la parte del pranzo domenicale di chiusura, metà sogno metà nostalgia. Che non sia avvenuto o non avverrà non vuol dire, siamo e rimaniamo umani anche solo desiderandolo, ci insegna Rick.

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