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Cuori affamati, sempre #TheRiver #BruceSpringsteen

san siro 3

I concerti europei di Bruce sono finiti, e il The River Tour 2016 si è scisso lungo la strada in due separate parti, quella americana e quella successiva oltreoceano, che poco hanno avuto in comune.

Questo tour per me è iniziato a Febbraio ad Albany. Veramente forse è iniziato quel dannato week end del 2009 in cui Bruce ha annunciato il full album al Madison Square Garden senza possibilità per me di esserci perchè partivo esattamente dieci giorni dopo per la chiusura di quel medesimo tour a Nashville e Buffalo e non potevo cambiare in una settimana ferie, voli e biglietti. O forse è iniziato il 28 giugno 1983 quando la mia compagna di merende mi ha prestato in gita scolastica il walk man con dentro la cassetta di The River di suo fratello grande, dicendomi Ascolta. E io ho ascoltato, ah se ho ascoltato. I miei album preferiti di Bruce sono Darkness e Born to run, ma come suono rock’n’roll The river è sempre stato always primo, un po’ sporco, meno cesellato di Born to run e più cazzaro di Darkness, il mio amore imperituro da che avevo tredici anni. The River canzone è da trent’anni sul podio delle prime tre preferite, la prima che ho imparato a memoria, la prima che ho tradotto, la prima che facevo ascoltare a chi era ancora infedele quando ancora facevo proselitismo.

Per me The river full album è stato il sogno rockenrollo proibito di una vita, che non osavo sognare perchè Bruce stesso dopo quel week end dannato ha detto che non lo avrebbe più suonato per intero perchè troppo lungo. Però lo sognavo lo stesso perchè Bruce dice anche che bisogna un po’ crederci, in questa vita di minchia, e tu che fai, non ci credi? un po’ ci credi, dai.

Le canzoni separate le avevo già ascoltate quasi tutte, mi mancavano solo Stolen car e The price you pay, ma il punto non era interamente completare l’album di figurine, il punto era ascoltare tutto l’album, come l’ha pensato e voluto Bruce in origine, come lo mettevo sul piatto dello stereo in anni in cui non si skippava, lato A lato B primo disco, lato A lato B secondo disco. E’ un album partito con qualche avanzo di Darkness che inizialmente doveva avere dieci canzoni soltanto, e che ha cominciato a espandersi dopo che Bruce ha scritto The River canzone, un lavoro che è diventato via via più cupo con alcune ballate di amore disperato, che però girava anche su canzoni ye-ye, perchè lo stesso autore si sorprese a concepire un disco rock’n’roll che, come la vita, contenesse gioia e stupida felicità esattamente di fianco alla freddezza e alla solitudine. E’ un paradosso, e ci devi vivere: quei due ragazzi partiti in macchina su Born to run non è che necessariamente arriveranno bene, no? non ci sono garanzie, solo la pazza fede di chi è giovane. Poi cresci, e capisci che puoi convivere anche con la disperazione e la tristezza, non è sempre e comunque tutto solo un oscuro viaggio.

Ho visto cinque concerti in America. Dopo aver visto i primi tre a febbraio c’ho pensato e ho capito che non mi bastava, che ne volevo ancora, e sono partita per Brooklyn ad aprile. Mi pareva impossibile che Bruce suonasse il full album negli stadi, non ci volevo credere, ma tutto indicava che apparentemente l’avrebbe fatto, e ho deciso che era meglio per la mia sanità mentale (anche se decisamente non per le mie finanze) vederlo in un palazzetto americano anzichè in una piana di devasto nella brughiera norvegese o -orrore- di un pubblico da Festival.

The river è un doppio LP che viene da gloriosi anni in cui i musicisti scrivevano concept album, perchè potevano permettersi di chiedere al proprio pubblico di non fissarsi solo sulla hit-single di tre minuti (che pure a volte ci ha insegnato di più che un intero anno scolastico), ma di concentrarsi sull’intero lavoro, che poteva anche durare un’ora e mezzo o due. Album che avevano dei significati profondi, che dovevano essere ascoltati dall’inizio alla fine, con testi che andavano letti e a volte interpretati.  In un’era di musica fluida da web in cui non sembra concepibile che sia esistito un tempo in cui la gente fosse disposta a sedere tranquilla per un’ora e quaranta senza fare altro se non ascoltarsi un LP per intero, avere tutto l’album in un concerto per me è stato emozionante, evocativo, e a dirla tutta incredibile. Ascoltarlo tutto in fila vuol dire che ti arriva addosso come un treno, e come se non bastassero le canzoni e le emozioni di una vita che tu hai legato per un motivo o per un altro a quei versi c’era anche Bruce che per la prima volta da anni tornava a parlare a noi pubblico, a raccontarsi, a spiegare le canzoni più importati.

Io ho visto il full album anche a Parigi, e pur essendo stato sensazionale, non è stato bello – per me- come in America proprio perchè Bruce non ha quasi parlato, se non all’inizio e alla fine e qualche breve frase durante. Dei concerti americani ricordo ancora con passione quei momenti, con lui che si lasciava andare al buio e cominciava a raccontare. Forse non ha molto senso questo, non so. Sono passati anni e anni dai tour in cui parlava liberamente e a lungo con il pubblico, decenni proprio. Ma qualche concerto di quelle decadi l’ho visto, e ricordo gli infiniti bootleg in cui il parlato era una parte importante, fondamentale, dei suoi show; sono cresciuta con quei lunghi intro di chitarra e Roy in sottofondo e la voce roca di Bruce che ci raccontava di suo padre, della sua famiglia, delle estati in cui dormiva sulla spiaggia e della sua chitarra maledetta. Risentirlo per la prima volta dopo tanti anni mi ha ridato un senso di contatto con lui e la sua musica che in questi anni di palchi invasi da cazzettari e gente che se la tira perchè è il numero uno in fila da martedì mi si era un po’ sciupato. E’ stato bello tornare ad avere Bruce che per due ore ti parla di come avesse voluto fare un disco che fosse grande come la vita, con dentro l’amore, l’odio, la disperazione, le serate un po’ folli alle feste dei college e i primi amori, l’amarezza nel diventare adulti e il capire che i propri genitori non sono solo due vecchi testoni messi lì a rovinarti il divertimento, ma che sono persone che una volta sono stati giovani esattamente come te, e infine il sudore e le lacrime che ogni vita porta con sè. I primi album erano le storie di lui verso il resto del mondo, l’outsider che osservava e sognava le vite degli altri, contrapposte alla propria. The River è stato il primo album in cui l’estraneo ha cominciato a pensare e a parlare di tutte quelle cose, amore, matrimonio, lavoro, fede, morte, che ha in comune con tutto il resto dell’umanità.

The river è uno dei tre dischi della mia vita, e averlo ascoltato tutto rasenta i sogni impossibili che poi si avverano e tu hai paura che non saranno all’altezza delle aspettative in fondo in fondo e invece poi sono addirittura meglio. In questo senso, Bruce è sempre una garanzia. Ho letto molte critiche pre e post tour, e rimango dell’idea che questo sia stato il primo tour -parlando del leg americano, ovviamente – pensato e provato e da anni, per lo meno da Magic ma direi addirittura dalle Seeger Sessions.

I concerti europei sono stati altro, non necessariamente meglio o peggio, proprio un’altra cosa; in alcuni casi, va detto, quasi la stessa cosa che da un po’ di anni abbiamo visto. Alcuni, tipo gli svedesi e gli italiani, sono stati epici e leggendari, altri belli, qualcuno un po’ vabbè, possiamo pure dirlo. Non so esattamente perchè Bruce si sia perso per strada tra l’America e l’Europa, certamente molto di quello che c’è stato in mezzo tra Barcellona e le prime date nordiche non verrà ricordato nelle cronache dei miti rock’n’roll. Ma non penso che si sia perso del tutto.

Durante le prove del tour americano, ricordo che disse in un’intervista come fosse contento perchè alcune canzoni di The River, assenti da anni ai concerti, fossero arrivate a un punto di svolta in questo tour. Perchè se le scrivi bene, non solo si confermano, ma crescono fino a trovare un contesto attuale. E sono felice perchè penso sia ciò che è successo in questo tour, le canzoni di The River hanno trovato una loro vita e un significato anche nel qui e ora del 2016, anche per giovani che nel 1980 non erano neanche nati, anche se a volte suonate sparse tra canzoni un po’ sfiatate che hanno consacrato il loro autore alla fama da stadio. Quelle notti con Drive all night e The price you pay o Fade away suonate sotto migliaia di stelle con l’ultima nota che si librava nell’aria e il mondo fermo un momento in perfetta bellezza non le dimenticherò mai, ed è il motivo per cui continuo a buttare oceani di dollàri per seguire quest’uomo.

Il The River tour, come concetto, non è durato tanto quanto il suo omonimo album, è vero; ma è un tour che ha portato comunque molto del suo significato originale nelle nostre vite, certamente gioia e magnifiche canzoni, un po’ di sogni e tanti abbracci, molte risate e forse qualche delusione, e molti, molti sogni rock’n’roll: non è che si possa chiedere tanto di più.  

san siro4

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