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Together.

no-hate-no-violence

Oggi cucino dolci. Era già previsto, non è una conseguenza di niente di particolare. Impasto le uova rosse rosse, butto lo zucchero a pioggia (mi raccomando che rimanga una consistenza spumosa. Sì signor ricettario, s’immagini come sarebbe se non fosse SPUMOSO). Penso a vite giovani spezzate di ieri, a quanto già pareva brutto ieri. Setacciare la farina, piano piano, come una nuvola. Oggi è ancora più brutto, più orrendo, questo mondo. Mia madre dorme di là, non ha passato una bella notte, stamattina ha preso 4 pasticche e adesso dorme. Non sa ancora nulla di Bruxelles, non glielo dirò fino a stasera. Il suo mondo, per ora, è ancora quello di ieri, brutto, sporco, pieno di odio e rancore, ma non così brutto come lo sarà stasera quando saprà. Impasto con le mani tutte sporche di burro e cose buone, penso se abbia senso andare a Parigi a Luglio, a Dublino a Maggio. E’ un rischio relativo, in fondo: è un caso. Essere nati qui, non aver preso quel pullman, non essere andati a quel concerto rock a Parigi una sera. Una mia amica scrive che uno dei motivi per cui non ha fatto la Stramilano è anche questo: perchè aveva un po’ paura. Ma non è giusto vivere così, dice. E’ vero, non è giusto. Non è giusto vivere, e non è giusto morire, così. Ed è sempre un po’ più difficile guardare quella gente morta per niente oggi a Bruxelles e non pensare cose violente.

Penso a quanta Europa ho visto, a come appena dieci anni fa nelle stesse condizioni di Bruce in arrivo a distanza di qualche mese, programmare il tour europeo fosse un’enorme, allegra, gioiosa partita di Risiko: vado a Parigi e di lì direttamente a Londra, faccio Stoccolma e salto su un Sabena per Copenaghen, pullman da e per Oslo ah ma no, torno su Berlino (certo il tutto era agevolato da stipendi ancora decenti e crisi globale che cominciava ad alzare la testa solo in America). Ma al di là dei soldi, era questa idea di libertà assoluta e spensierata con cui si giocava con il mondo anche se non si avevano più vent’anni, che ora, volente o nolente, non abbiamo più. 

Come se ne esce? Eh.

Tanti anni fa, mentre ero in quarta Liceo, morì un professore, sua figlia era nella mia stessa sezione; appena due giorni dopo il funerale rientrò a scuola, e io all’intervallo la vidi fare l’inimmaginabile, ridere con una sua amica. A casa ne parlai a mio padre, gli dissi Come fa? come può ridere e suo papà non c’è più?

Lui mi rispose: Non puoi giudicare su queste cose, ognuno ne esce come può.

Me la sono sempre ricordata questa frase, non immaginando che di lì a sei anni l’avrei dovuta applicare a me stessa, mentre cercavo di uscirne come potevo. Quello che non mi disse, naturalmente, è che non se ne esce mai davvero, e che una risata non vuol dire niente, di fronte a dolori che durano una vita. Ma è quello che facciamo sempre, che facciamo tutti: ridiamo, cuciniamo, amiamo, mandiamo i figli a scuola, chiamiamo un amico, facciamo un viaggio, respiriamo questo mondo bastardo, sempre un po’ più buio. Che devi fare? andare avanti.

E’ vero, c’è gente che odia altra gente che non ha mai neanche incontrato, la odia al punto da uccidersi in nome di una causa. Ma siamo anche capaci di amare e piangere perfetti sconosciuti che sono morti di una morte orrenda e inutile per causa della miseria umana, e come disse un giornalista dopo l’11 settembre è questo che ci distingue dagli animali, quello che ci salverà dal caos. Per lo meno dobbiamo crederlo, ecco.

E comunque i biscotti mi sono pure venuti alla cazzo.

 

 

 

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