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Come on, Stay!

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36 anni fa, dal 19 al 23 settembre 1979, si tennero al Madison Square Garden i 5 concerti per il No Nukes, organizzati dal MUSE,
Musicians United for Safe Energy, un gruppo di attivisti fondato da Jackson Browne, Graham Nash, Bonnie Raitt, Harvey Wasserman and John Hall. Il gruppo si batteva contro la proliferazione dell’uso dell’energia nucleare, movimento fondato poco dopo l’incidente allo stabilimento del Three Mile Island nel marzo del 1979.
Penso che la registrazione televisiva delle live performances di Bruce in quei concerti mise per la prima volta quelli della mia generazione faccia a faccia con quello che era il suo enorme potenziale dal vivo, la sola sequenza del bis di chiusura di Quarter to three mostra l’esperienza trascendentale in atto su quel palco, la vera, profonda anima di cosa un concerto rock sia (o dovrebbe essere): musica suonata come se gli strumenti stessero prendendo fuoco, un’energia così potente da trascinare la gente con te, una passione così forte per quel suono che non puoi a fare a meno, sia tu musicista o parte del pubblico, di saltare in piedi, suonare, gridare, cantare, in una parola sola, sentirsi vivi, e felici di esserlo lì.

I due concerti dei cinque schedulati in totale che prevedevano la presenza di Bruce erano differenti, e la ragione era Bruce medesimo, naturalmente. Il primo dei due fu uno dei concerti i cui biglietti andarono esauriti più velocemente nell’intera storia del Madison Square Garden. Il pubblico era principalmente costituito dai suoi fan, che durante gli altri set (i concerti duravano circa 5 ore in tutto con vari artisti che si alternavano sul palco) avevano poca pazienza per i preliminari. Il venerdì Jackson Browne fece un set più breve del solito, il sabato Peter Tosh suonò felicemente venti minuti di reggae seguito da Tom Petty che suonò duro ma sembrò un poco spiazzato dalla portata del luogo. Non era un pubblico facile per cui suonare. Sempre il venerdì, Chaka Khan lasciò il palco arrabbiatissima, perchè aveva male interpretato le grida dei fan durante la sua esibizione: sentendo i vari Bruuuuuce li fraintese per il classico Booooh usato dal pubblico statunitense per cassare chi si sta esibendo. Ma a dire il vero, ognuno dei performer in quelle due sere si prese i suoi bravi momenti di incitamento a Springsteen, che finalmente arrivò sul palco.

Cosa ci faceva Bruce lì? Una delle condizioni che aveva posto prima di accettare di esibirsi era stata quella che nessun politico avrebbe dovuto essere in programma. Fu l’unico artista a non rilasciare una dichiarazione alla stampa per spiegare i suoi motivi sulla decisione di unirsi al movimento antinucleare. Come spiegò Landau stesso: Bruce pensò che fare una dichiarazione non fosse appropriato, decidendo che lasciar parlare la musica fosse abbastanza. E aggiunse poi che aveva accettato di suonare solo dopo che fu spiegato che nessun politico avrebbe beneficiato dei soldi ricavati dagli eventi.

Questo comunque fu uno dei controsensi delle serate: la ragione per cui i concerti furono un successo finanziario oltre che artistico fu ovviamente la presenza di Bruce, l’unico con il potere di attrarre così tanto pubblico da esaurire i biglietti per due sere di fila (dei cinque concerti, l’unico sold out fu quello di venerdì) (capito? c’erano ancora biglietti per il sabato!!! a me un Tardis!!!). Ma allo stesso tempo con Bruce in programma la natura politica dei concerti andava un po’ persa: il suo pubblico era più giovane e meno impegnato di quello di Browne o Nash, e non aveva particolari preoccupazioni sulla causa contro il nucleare. Per esempio, i venditori di programmi quelle due sere tenevano il libretto aperto sulla pagina di Bruce, e quella sola immagine garantiva la vendita.

Quando Bruce arrivò sul palco, il primo momento fu un po’ teso, era la sua prima performance live in più di un anno, ma mentre il concerto prendeva vita (fu un set relativamente breve per lui, circa 90 minuti) si sciolse, e il pubblico con lui: era suo, tutti in piedi sulle sedie o nei corridoi sin dalle prime note, a gridare e cantare le parole di ogni canzone. Tutti gli artisti delle varie serate avevano cercato il contatto particolare, la giusta nota per far decollare il loro set. Bruce, oserei dire allora come ora, non è che doveva cercarla, la magia: arrivava sul palco, ed era lì.

Fu durante questi concerti che introdusse la sua nuova canzone The river, che doveva diventare la title track del suo nuovo album, un doppio che uscirà nel 1980. Condivise una bellissima versione di Stay con Jackson Browne, la grande voce di Rosemary Butler e il vocione di Big Man a far da contrappunto. Il Detroit Medley è l’epitome dell’espressione rock’n’roll live, furono concerti pazzeschi, Bruce e la Band in forma stellare, tutto il set forse un tono più leggero rispetto a quelli degli altri artisti.

E’ comunque una cosa di rara bellezza uscire dalla sua performance e sedersi ad ascoltare in silenzio Crosby, Stills and Nash cantare le stesse canzoni che avevano suonato a Woodstock, o perdersi in Running on Empty mentre Jackson Browne illumina quella parte di show. Alcune cose nella poetica del rock’n’roll non cambiano mai, per fortuna.

I concerti del MUSE per il No Nuke furono una cosa unica, per quei tempi: furono organizzati e presentati dai soli artisti, senza agenti o case discografiche, aiutati dal duro lavoro di volontari attivisti. Il pubblico assisteva comunque coinvolto e appassionato, in generale; erano ancora i tempi in cui la connessione politica e sociale era facile: se ascoltavi Hendrix e i Doors, la pensavi sicuramente in un certo modo sulla guerra del Vietnam e la politica, e avevi un punto di vista ben chiaro riguardo all’energia nucleare.

Jacksn Browne e tutti gli altri artisti del MUSE (Bonnie Raitt, John Hall and Graham Nash) suonarono sera dopo sera senza stancarsi e senza tensioni, senza momenti da prime donne e lavorando duramente anche dietro le quinte per portare avanti l’organizzazione di un evento così importante, cinque concerti con i vari artisti e pubblico e tecnici da sistemare e coordinare. E gli artisti, nomi importanti come i Doobie Brothers, James Taylor, Carly Simon, Ry Cooder, Tom Petty, Peter Tosh e Bruce Springsteen, e molti molti altri, si prestarono a suonare senza compenso sacrificando opportunità di guadagno.

No Nukes fu il più grande e impressionante raduno di musicisti mai occorso (fino ad allora) per un evento non-profit, e in fondo una testimonianza di come la generazione che era cresciuta negli anni Sessanta non avesse ancora perso gli ideali di pace e attivismo politico che avevano caratterizzato i loro genitori. Ancora ci credevano. Poi siamo arrivati noi, e gli anni Ottanta. Ma questa è un’altra storia.

 

 

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