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Songs for someone like us

u21

Gli U2 sono Bobby Jean che mi fa una cassetta nel 1985 di the Unforgettable fire, Pride cantata a manetta per mesi, la dolcezza di MLK, Bono che balla con una ragazza al Live Aid, e i vinili di Boy e October.

E’ The Joshua Tree nel 1987 e il concerto di Modena di cui riesco a strappare il consenso ad andare ai miei:” Perchè sì, non è Bruce ma piacciono a Bobby e poi sono già andata a UN concerto rock quando ho visto Bruce a San Siro e non è successo niente e ora siamo anche più grandi!”

E’ tutta quell’estate a cantare come pazze Where the streets have no name e I still haven’t found, With or without you e In God’s country, sono tutte le radio italiane, e intendo tutte ma tutte, che passano incessantemente i singoli tant’è vero che tutte le galline in classe con me, persino le più sceme duraniane di minchia sapevano canticchiare il ritornello di With or without you. E’ una nostra amica che una sera ci confida che dopo che ha perso la verginità con un tipo incontrato in discoteca è tornata a casa e il giorno dopo ha messo in cuffia l’album e si è messa a piangere quando ha sentito Bono cantare And you give yourself away perchè adesso la capiva.

Gli U2 sono la vacanza studio di un mese a Dublino, con due dei miei compagni che avevano come linea di aggancio per le bellissime ragazze locali, donne luminose dalla pelle bianca, occhi di colori impossibili tra il blu e il grigio, capelli rossi o nero corvino: “Do you like U2?” con le bellezze che sgranavano gli occhi non capendo: “You two what”, rispondevano.

“U2, you two!” proseguivano i nostri latin lover imperterriti. Pareva uno sketch di Benigni prima di I scream WE all scream for Ice screaaam! e avanti per un altro po’ finchè introducevano un “The musical group” esplicativo, e da lì poi si smuovevano verso altri lidi di broccolaggio.

E’ Rattle and Hum al cinema dove scopriamo l’esistenza nel mondo di Charles Manson, è The Edge in singolo che canta Van Diemen’s land, è il Dylan di All along the Watchtower, il gospel di I still haven’t found di cui imparare i controcanti in auto mentre si facevano le prime guide con il foglio rosa, è il primo anno di università con Angel of Harlem ascoltata compulsivamente, è B.B. King in tutta la sua magnificenza davanti a Bono, è l’incredibile tenerezza di All I want is you.

Gli U2 sono il vinile di Achtung Baby, uno degli ultimi vinili acquistati per molti moltissimi anni a venire, con il commesso che mi dice: “Non vuoi il cd? ormai non ne faranno più, in forma di LP” e io che lo ascolto distrattamente mentre mi rigiro quel cartonato in mano chiedendomi cosa ci sarà in serbo dentro, come sarà, è un paio di anni oramai che non li sento, che sarà successo.

E’ la folgorazione di One, di Bono come The fly e Macphisto, di Mysterious ways e di Zoo station, è la scoperta di una serie di risorse a livello di suono a me praticamente sconosciute, è il film di Wim Wenders con Until di end of the world. Sono i concerti al Forum dello Zoo Tv Tour, con questo innovativo palco multimediale che mi creava stupore e meraviglia, la critica all’animale mass media, il duetto virtuale con Lou Reed su Satellite of love, le Trabant sospese, i monitor dei televisori a mandare in sensory overload gli spettatori. Per la prima volta capii quanto un messaggio politico potesse viaggiare lontano e quanto potesse espandersi in visualizzazione grazie alla denuncia di una rock band. Mi paceva, oh se mi piaceva! mi piaceva così tanto che ne vidi due, più altri due l’anno dopo negli stadi, con l’uscita di Zooropa, album che trovai sorprendentemente brutto a parte Numb di The Edge e Stay, faraway, so close, e ovviamente The Wanderer con il magnifico Johnny Cash.

Che cazzo di canzoni scrivevano. Che cazzo di gruppo sono stati. Gli U2 per me finirono qui. Tutti gli album fino a Zooropa rimasero – e rimarranno- sempre con me. Mi hanno seguito in traslochi e viaggi, trasferimenti e ritorni, cassette e dischi che mi sempre mi portavo in macchina o in treno e che infine caricai sull’IPod. La produzione successiva non era affrontabile. Erano un gruppo che avevo sempre molto amato, e che mi aveva aiutato a formare nuove idee rockenrolle, ma la deriva discotecara non la potevo concepire, non mi interessava neanche, del resto. Pop fu il primo dei loro album che non comprai, la techno e la dance non erano nei miei cromosomi anche per colpa loro, in fondo: ero cresciuta apprezzando determinati stili e sequenze di ritmo, non potevo ritrasformarmi a ventisette anni perchè il loro percorso artistico li aveva portati ad esplorare l’elettronica. Rimasi in forte dubbio sul comprare comunque il biglietto del concerto PopMart, ma dai giornali appresi che il concept del tour era suonare anche le vecchie canzoni con il nuovo sound, e il pensiero di una 40 a ritmo dance per me era troppo. Li rividi con All that you can’t leave behind, l’album di Beautiful day ed Elevation, e continuai a vederli in tutti i tour successivi, ma da lì cominciò per me quello che continua tuttora: arrivo al concerto con una certa trepidazione, assisto cercando invano di emozionarmi alle performance delle nuove canzoni (laddove con nuove intendiamo i pezzi dal 1998 in poi, più o meno), osservo laggente che balla su Elevation e Vertigo facendomi domande, e aspetto i vecchi pezzi per la vera pelle d’oca. Non è tanto un discorso di bellezza delle canzoni (anche se un disco come No line on the horizon… eddai. Sarà mica bello. Dai.), anche se un po’ sì. Più che altro è che questa band ha segnato – e in bene – tutta la mia generazione, piaccia o no. I grandi avevano già dato tutti negli anni ’70, ma gli U2 ci accompagnarono facendo grandi cose attraverso questa lunga e tortuosa strada che si chiama rock’n’roll. Penso siano stati chilometri sopra le altre band, ai loro tempi, e sono contenta di esser stata lì con loro, perchè in mezzo ai problemi di cuòre e ammòre parlavano di attivismo politico e di grandi artisti del passato, inviavano importanti messaggi umani, politici, sociali, e non si fossilizzavano. Sono stati con me per molti anni mentre Bruce non c’era o c’era con l’altra bbanda o era da solo, sono stati buoni anni, e sarò sempre loro grata per questo. I nuovi dischi non è solo che non sono grandi dischi, è che non essendo grandi dischi non sono legati a niente della mia vita: più ci sono video futuristici in aeroporti e deserti e multi-cam, più ci sono concerti con LED spaziali e architetture da astronavi, meno li sento miei. Non è un caso comunque se metà del palazzetto su Vertigo sta ferma o si scaccola, e su Where the streets have no name esplodono tutti in balli sibaritici. L’impressione con cui sempre esco è quella di una band che ha avuto immense doti rockenrolle, che adesso hanno parcheggiato da qualche parte quando scrivono i nuovi pezzi; per fortuna che però si ricordano di tirare fuori l’epicità dalla naftalina quando tornano live, anche se a volte tra palchi mirabolanti ed effetti speciali con cui stupirci c’è un po’ da grattare, per trovare l’oro. Ma noi siamo affezionati, e non ci scoraggiamo. Se non li avete mai visti, andateci. Gli U2 non sono “solo” una rock band: sono la materia prima con cui tutte le altre rock band sono nate, solo che loro di materiale ne hanno avuto una quintalata di sbirillioni, e anche se ne hanno perso per strada, ne rimane sempre per serate epocali.

 

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