Hell yeah!

Nel 2000 avevo 29 anni, e una relazione con un ragazzo di cui ero pazza, che ovviamente mi ricambiava a sprazzi un po’ qua e un po’ llà, ora ti amo, ora sì, ora meno, non sei tu sono io. Se fossi una ragazza sbarazzina odierna scriverei sul mio stato FB It’s complicated, aka La verità è che non gli piaci abbastanza. Nell’inverno del 1999 avevamo rotto per la seconda volta, detta La Brutta, e mentre stavo lì a piagnere sul mio cuore spezzato mi telefonò un amico sprinziano chiedendomi di andare in estate a vedere Bruce in America. Terminava il Reunion tour, erano state annunciate 10 date per chiudere in bellezza al Madison Square Garden. Io titubai per un momento: andare a vederlo insieme in America era un sogno che avevo avuto per molti anni con il Lord. Ma la vita va avanti, i treni passano e o li prendi o rimani a piagnere, e sai che c’è? che dissi di sì.

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Non potevamo permetterci di rimanere per tutti e dieci i concerti, così decidemmo di farne sei, gli ultimi ovviamente. Reclutammo il Sasso per gli ultimi 4 a dividere con noi l’hotel, e comprammo i biglietti online. Ci fu un problema solo sulle ultime due sere, prima li acquistammo poi ce li tolsero per un problema di doppia assegnazione e insomma non ci rimase che prendere gli ultimissimi rimasti, in culo su su su al terzo livello, ma eravamo felicini lo stesso, bastava essere dentro. E quindi partimmo, New York per 15 giorni!

Questa è stata una delle vacanze più belle della mia vita, eravamo giovani (se vabbè), liberi e felici, in giro tutto il giorno per la grande mela e poi di sera concerti a manetta di Bruce e della E Street… non è che dalla vita si può chiedere molto di più!

Facemmo tutto il turismo possibile, Statua della Libertà e l’Empire State Building, Ellis Island sulle tracce dei nostri antenati (un fratello della mia bisnonna emigrò in America all’inizio del secolo scorso in cerca di fortuna), le Torri Gemelle e il museo di Storia Naturale. Mangiammo hot dogs in spiaggia a Coney Island e gelato sul Ponte di Brooklyn, comprammo vinili al Greenwich Village e cd al Tower Records di Broadway, e passammo un intero pomeriggio in fila in una libreria dove Little Steven firmava copie di un suo cd. Inseguimmo tracce di Bruce per tutta la città: al Cafè Wha?, al Bottom Line, sulla 57ma a  Midtown (cercando un incidente e/o un’ambulanza, ah ah).

Fu una bellissima estate, intensa, calda e meravigliosa, e ce la godemmo tutta. Avevamo due giorni di stacco tra i concerti, quindi noleggiammo una macchina e ci fiondammo in New Jersey, passando ore ad Asbury Park, dove c’era ancora il Palace, anche qui in cerca del mito di Bruce ovunque ne rimanesse una traccia: Belmar, Atlantic City, Long Branch, Freehold.

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Il nostro hotel era nel quartiere dove sorge il Flatiron, e ogni sera dopo il concerto andavamo a mangiare pizza e birra da Sbarro, o ci prendevamo un caffè e un biscottone alle noci in uno dei Deli lì vicini, e piano piano percorrevamo a piedi i cinque isolati verso il nostro hotel, parlando del concerto appena trascorso e di quello che era successo sul palco.

Quando vedi sei (o se sei ricco, o fortunato, o tutt’edue, dieci) concerti di fila, è una figata per ovvi motivi, ma soprattutto per due: primo perchè Bruce tira fuori dal cappello l’impossibile, ogni sera, per cambiare scaletta e poi perchè avvicinandosi la fine fa sempre così, suona verso l’infinito e oltre. E soprattutto non hai lo stress logistico di quando ti vedi sei concerti sì di fila ma non nello stesso posto, e quindi aerei treni hotel check in check out altri aerei macchine autobus e stocazzo. Sei concerti nello stesso posto è fantastico. Se poi è New York, vabbè, la chiudo qui. Mi piace vincere facile.

Solo nella prima serata ci sparammo Incident e Something in the night, così, per gradire; e poi nelle altre sere Meeting across the river che chiudeva su Jungleland, Loose ends, Back in your arms, Racing in the streets, The promise, The ties that bind, poi ancora Jungleland, e poi mille altre. Bruce e la Band erano in forma pazzesca, era la fine di molti mesi di tour, erano affiatati come non mai, ed era la E Street storica (a parte Patti, vabbè), più Nils, era labbbanda: Danny e Roy, Garry e Max, Steve e Nils, Bruce e Clarence. Soozie suonò solo in un paio di pezzi, me la ricordo in effetti solo su Lost in the flood, ma in genere non c’erano concessioni, nessuna ritirata nessuna resa, hardcore rock’n’roll sera dopo sera e zitti.

Massì scrivi un po' quello che vuoi

Massì scrivi un po’ quello che vuoi

Per me, era come essere morta ed essere entrata nel Paradiso della Gloria Rock’n’roll, era come vivere una di quelle cassettine che ti facevi per l’autoradio, “Bruce live”. Tiravi giù due bootleg e cacciavi nella cassettina l’impossibile, una gloriosa selezione di robba che andava a creare una scaletta da cinebrivido, ultraterrena: e adesso ero lì, e quelle canzoni che un’europea poteva in genere soltanto sognarsi te le suonava sera dopo sera, anche più di una volta, e alla fine non me ne rendevo neanche pienamente conto, ogni sera più bella dell’altra, ma se non capivo pienamente, ah se me la godevo con il cuore!

Come ho detto, per le ultime due sere avevo posti in culandia, su su al terzo settore. In quel Tour, anche qua in Europa avevamo sentito dei Men in Black. Avendo sempre le sedie anche nel parterre, e niente pit, Bruce aveva sera dopo sera davanti sempre gli stessi fan, spesso più interessati a dire (come succede anche adesso, d’altronde) Sono in transenna! che al concerto stesso. E poi cafonamente, all’americana, questi stessi fan parlavano sui pezzi lenti (laddove per pezzo lento intendo Racing, AHEM), ciacolavano, migravano verso il bar. E’ una cosa che ho riscontrato spesso, ed è vera: l’americano medio il concerto non lo vive con passione, lui assiste a uno spettacolo. Con le sedie giù, era la morte. Bruce si era sinceramente stufato di ciò, e aveva quindi deciso di lasciare invendute le prime due file, e di regalare i biglietti ai fan che stavano nei settori più lontani. Quindi gente dell’entourage, sempre vestita di nero in genere, da cui il nomignolo Men in black, un paio d’ore prima dello show se ne andava nei settori sfigati e distribuiva biglietti delle prime file a coppie di fan (di solito ne davano via due, era più semplice). La leggenda narra che una ragazza fu avvicinata da uno di loro prima di un concerto, ma il suo ragazzo, il vero fan, era al bar: sospettando una truffa, lei rifiutò lo scambio. Le donne rovinano sempre tutto, nel rock. E immaginiamoci la faccia del suo ragazzo al ritorno! ah ah. Vabbè.

La maglia Darkness ne ha fatti, diciamolo

La maglia Darkness ne ha fatti, diciamolo

Io e il Kave decidemmo di tentare la sorte l’ultima sera, giusto per. Arrivammo presto, e ci accomodammo nei nostri posti in piccionaia. Dopo un’oretta, il Kave avrebbe voluto alzarsi, farsi un giro; io avevo lo sguardo fisso sulle due file giù davanti al palco, che erano ancora vuote, quindi sapevo che i biglietti non erano ancora stati dati via, e lo incatenai al sediolino. Passò un altro po’, erano le sette, e il concerto inziava alle 19.30, non sapevamo che fare. Io ero in piedi a mangiarmi tutte le unghie, pensando che poteva essere un buon giorno per iniziare a fumare, il Kave scalpitava, dovevamo mangiare, andare in bagno, prepararci al concerto. Poi all’improvviso sentii una voce dietro di me, Scusate. Mi voltai e vidi una giovane donna (una donna! VESTITA DI NERO! SCUSATE!!! aaargh) che molto gentilmente mi chiese se ero d’accordo a scambiare i nostri biglietti. Il Kave era in piedi, ammutolito. Io risposi Sì, grazie (l’educazione, innanzitutto!), e lei mi diede i suoi, ritirando i nostri. Poi ci allacciò i braccialetti che davano diritto all’ingresso nel primo settore, e io sentii di dover dire, seriamente, che “Non siamo degni!” e lei rispose: Siete i più degni di tutti!

poi ci salutò e se ne andò a beneficiare altri eletti. Io e il Kave ci abbracciammo così forte da farci male, e poi in preda al delirio raccattammo zaini e giubbotti e ci fiondammo giù. O meglio, ci provammo. Io credo raramente in vita mia di essere stata così fuori di testa; leggevamo le insegne per le varie scale e uscite e non le capivamo, eravamo così agitati che non riuscivamo a trovare un ascensore per il nostro settore, e finimmo per percorrere tutto il terzo livello in tondo, incappando di nuovo a un certo punto nella nostra personale Woman in Black, che ridendo nel vederci così sconvolti ci fece passare dall’uscita giusta. L’addetto all’ascensore guardò i nostri biglietti e si meravigliò di quanto lontani fossimo riusciti ad arrivare: MA NO, voi siete giù in prima fila, dovete scendere! ma va? ma dai

Nella mia mente passavano immagini frenetiche di Bruce che nel frattempo usciva mentre io ero intrappolata nell’ascensore o in un drappo di velluto o in una scala antincendio e attaccava a suonare l’improponibile, che ne so, The Way, tipo, o I want you. Mi sentivo svenire, e nel frattempo correvamo correvamo correvamo. finalmente arrivammo giù, cordone del primo settore, prego signorina, Champagne? e il Kave Essì cazzo, offro io, e vaffanculo! e finalmente arrivammo ai nostri posti, e il resto, come si dice, è storia, e pure su un DVD!

Che altro posso dire? Ero così felice che ancora adesso, dopo 15 anni, quando ci ripenso mi viene questo enorme sorriso stampato in faccia, è più forte di me. La fine perfetta di un viaggio perfetto.

La vita è così bella a volte!

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