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Lilyhammer serie 1

lilyhammer

Grazie alla moderna tennologia mi sono finalmente messa in pari con qualche serie vecchia, nello specifico la prima stagione di Lilyhammer.

E’ una serie un po’ comedy che narra la vicende di un gangster italoamericano di New York, che dopo aver tradito la Famiglia entra nella Protezione Testimoni e sceglie di andare a vivere a Lillehammer, in Norvegia, perchè ha visto le Olimpiadi che lì furono ospitate nel 1994 e si ricorda dalla televisione luoghi bellissimi, aria pura, bionde da paura e gente allegra. Tra la televisione e la realtà, tutti lo sanno ma il personaggio di Frank Tagliano no, vi sono abissi: e quindi il nostro gangster si trova a vivere nell’interminabile buio dell’inverno nordico, tra gente depressa, chiusa, dedita a rispettare le regole e la burocrazia. Proprio su questo aspetto si concretizzano tutte le vicende della serie: il personaggio di Frank irrompe con il suo risolutivo credo americano caciarone, e pure violento in quanto gangster, nelle tranquille vicende della cittadina norvegese, e se in alcuni casi si ride (la prassi lunghissima per ottenere una licenza, la maleducazione giovanile affrontata con un paio di sani sberloni) in altri semplicemente non si può far altro che spazientirsi dall’incredulità.

Questa è fondalmentalmente una serie tv vista da tre tipologie di persone: gli springsteeniani oltranzisti, perchè c’è Little Steven e nella terza stagione è prevista un’apparizione di Bruce medesimo, e questi andranno avanti a vederla sempre e comunque; i norvegesi, perchè è ambientato a casa loro, e sono campanilisti dibbrutto, e pure loro più o meno andranno avanti, almeno finchè i norvegesi medesimi non ne usciranno troppo dipinti come una massa di depressi cronici che non sanno vivere finchè non arrivano gli ammericani; e gli orfani dei Soprano, che nostalgicamente pensano di ritrovare atmosfere e tematiche della Famiglia mafiosa più famosa del mondo dopo i Corleone.

Questi ultimi, ahimè, abbandoneranno la visione dopo un paio di puntate, perchè Lilyhammer non ha proprio niente in comune, in primis la grandezza, con i Soprano, se non Little Steven nel ruolo di un mafioso. Ma sceneggiatura, fotografia, recitazione e dialoghi proprio non si possono incontrare sullo stesso livello, Lilyhammer non gioca nello stesso campo da gioco e decisamente non nello stesso campionato.

Ha alcune cose pregevoli, anche divertenti, e soprattutto è stata intelligentemente tenuta su una lunghezza di 8 episodi; volendo essere realisti, è una serie carina, nulla più. Little Steven e gli sceneggiatori hanno sfruttato l’onda lunga dei Soprano, cavalcando dove si poteva l’intelligenza di alcune battute, e battendo la strada sempre attuale della contrapposizione tra due culture, americana ed europea, e questi sono i pregi indubbi della serie.

Per il resto, al di là del fatto che i mezzi visivi sono quelli che sono, e gli sceneggiatori sono bravi ma non eccelsi, e che quindi dialoghi e situazioni variano dal passabile al carino allo scadente all’inverosimile, c’è un unico grosso difetto, per me: Lilyhammer E’ Little Steven,  è il suo personaggio, è lui il mattatore. Ma Little Steven non è De Niro, non è Pacino, e non è nemmeno un “qualsiasi” grande attore: è un bravo caratterista, carismatico il giusto, può reggere un’intera puntata, ma tutta una serie senza sbavature no. Il massimo che può produrre sono smorfie, sguardi di sbieco, e altre smorfie: è tutto molto carino, da springsteeniana di lungo corso mi è impossibile non volergli bene, ma la grande recitazione sta proprio da un’altra parte.

Comunque io rientro nella categoria di quelli che guardano la serie perchè è il chitarrista di Bruce, e avanti devo andare. Per lo meno fino alla terza, dai.

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