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Woodstock and Bethel Woods, 2005

Ci sono due tipi di persone al mondo. Quelle che quando dici: “Quand’ero a New York ho guidato per tre ore per andare a vedere il campo dove hanno fatto il concerto di Woodstock, che è fondamentalmente di base essenzialmente un prato, sul quale 40 anni fa piazzarono il palco del concerto di Woodstock”, ti dicono: “Oh MA CHE FIGATA! Vorrei averlo fatto io! Grande!!!”  e quelle che ribattono: “Non capisco. Perchè l’hai fatto? “
Ai primi non devo spiegare nulla, perchè già lo sanno. Agli altri, neanche in mille anni, potrei far capire.
Per citare Goethe, Se non lo provi, non potrai mai capirlo.
E allora, che ve lo dico a fare?

Quindi.

Una mattina brumosa del novembre 2005, siamo partiti dal New Jersey in direzione Nord/Nord Est, con la colonna sonora di Forrest Gump a manetta ( perchè il periodo hippy di Jenny dura un bel po’, e ci sono un sacco di canzoni che proprio cadono a fagiuolo per accompagnarci lietamente in questa nostra trasferta, in primis Mystic crystal revelation And the mind’s true liberaaaation AQUERIUS…. AQUERIUUUUSSSSS!!!!),più vari ed acconci cd pronti all’uopo.

Il concerto di Woodstock propriamente detto, con tutti e 400.000  i suoi bei capelloni e capellone di pubblico, si tenne nell’ameno campo a maggese di un coltivatore di Bethel, gaia cittadina che dista un 50 miglia circa in linea d’aria da Woodstock downtown. Entrambe le località sono site alle pendici delle montagne Catskills, area naturalistica molto bella, molto forestosa e molto isolata. Perciò l’accorto turista che volesse vedere in successione
A) il campo dove piazzarono il palco e
B) la cittadina che diede il nome all’evento, con museo della memoria annesso, deve considerare con attenzione il seguente punto:

il campo è a tutti gli effetti… un campo, sito in mezzo ad altri quaranta cinquanta poderi a lui del tutto simili per condizione, presupposti e aspirazioni. E’ perciò consigliabile, ma anche necessario, evitare di andare alla ricerca del suddetto di notte. Ciò potrebbe generare imbarazzanti controversie con i padroni degli altri poderi, per esempio, che potrebbero non accogliere con lungimiranza turisti che sgambettano in mezzo alle proprie sudate colture alle due di notte.

E poi, come ben sappiamo in quanto appassionati di film dell’orrore e splatter vario, arrivare al calar delle tenebre in un luogo isolato in mezzo ai boschi dell’entroterra americano è immancabilmente foriero di alcune tipiche situazioni che si concludono inevitabilmente con lo sventramento e/o la decapitazione di tutti gli incauti viaggiatori. Ma essendo noi persone che fanno tesoro di ciò che Homer insegna (Le risposte ai problemi della vita non si trovano sul fondo di una bottiglia: si trovano in televisione!) pur arrivando infine a Bethel a pomeriggio inoltrato evitiamo accuratamente di:

  • rimanere senza benzina, cosa di per sè solamente abbastanza fastidiosa, ma che porta immancabilmente alla frase: “Andrò proprio a chiedere aiuto in quel casolare”, che di solito è la casa dolce casettina uccia ina ina di uomini che si aggirano con motoseghe, mannaie o accette che arrotano sui tendini altrui, o di famiglie che essendo diretta discendenza di secoli di accoppiamenti tra consanguinei sono razziste, xenofobe e del tutto decerebrate, e non disdegnano di servire come portata principale della propria frugale cena l’incauto turista che suona alla loro porta chiedendo aiuto, nonchè il compagno che aspetta in auto;
  • fermare la macchina e lasciare l’amico al grido di:”Mi inoltro un attimo nel bosco perchè voglio proprio capire cos’era quel fruscio, o quell’ombra, o quel rumore” che di solito si rivelano essere un maniaco con un uncino evisceratore, o una serie di vampiri e/o lupi mannari, ma anche un indigeno locale con un camicione di flanella a scacchi rossi e neri che sorride mettendo in mostra tutti gli otto denti che gli sono rimasti e usa come personale tirassegno per migliorare il proprio record individuale di tiro con l’arco o con la carabina l’incauto guidatore che andava esplorando i boschi, nonchè il compagno che aspetta in macchina;
  • inoltrarsi per qualsivoglia scorciatoia, viottolo, sentiero nascosto, stradina laterale o tratturo assicurando che “Per di qua si fa prima”, scelta oltremodo perniciosa che conduce di solito a casolari isolati (cfr. prgf. sopra alla voce Uomini con motoseghe), case stregate e/o infestate, cimiteri umani e/o animali ma tutti rigorosamente rigurgitanti zombie che si diletteranno a divorare vivi il non tanto scaltro conducente, e l’amico che lo aspetta in macchina;
  • fare segni, gesti, fari o cenni di qualsiasi tipo a furgoni, auto, tir, carretti, carrozzelle e carrozzine che passino nelle vicinanze, laonde evitare sanguinari inseguimenti che si concludono immancabilmente con la pubblica esibizione degli intestini e a seguire di tutti gli organi interni del temerario guidatore, e del suo amico, che aspetta in auto.
 Evitato quindi sagacemente e accuratamente di fare tutto ciò,noi si doveva purtuttavia dare un senso alla trasferta, e ci siamo quindi messi a cercare IL campo. Cercare è un verbo che ha una serie di definizioni: scrutare, rovistare, inquisire (ah ah!), perlustrare, esplorare, frugare e scandagliare, e vi assicuro che quel pomeriggio noi li abbiamo setacciati tutti.

Bethel, a dispetto del proprio nome oserei dire evangelico, che evoca mangiatoie, angioli e panettone, è in realtà un luogo infido, fallace e ingannevole. E’ una cittadina di due metri per tre che non raggiunge i quattromila abitanti, ma è più tentacolare e bastarda di una espansa metropoli. Il fatto è che gli abitanti, di generazione in generazione a partire dal 1969 e via scendendo, o salendo, verso il 2005 e oltre, si tramandano un odio viscerale, atavico e ossessivo per i Visitatori, altrimenti detti Forestieri, e li ostacolano in qualsiasi modo. Non ci sono cartelli, indicazioni o segnali che conducano al luogo dell’evento, che è, ripeto, un campo tra i campi in una regione di campi. Va bè, anche di boschi e colline, ma insomma.

Le ragioni di questo odio sono anche comprensibili, volendo, e risiedono nel carattere fondamentalmente gigione e spensierato dell’hippy medio, ma in particolare nella sua visione comunitaria delle proprietà, soprattutto altrui. E’ dal 1969 che sul luogo dell’evento vengono organizzati revival, concerti-ricordo, tributi e quant’altro. E il capellone medio, si sa, non è uomo che indietreggi di fronte alla mancanza di alberghi o strutture turistiche nei dintorni. Le scomodità intrinseche della vita nei boschi gli fanno un baffo. Il problema igienico non esiste, il lavarsi le mutande è una scelta non necessaria, lo sporco tra le dita dei piedi non ha mai ucciso nessuno. Ma soprattutto si pianta la tenda, o si parcheggia il furgoncino à la Bradford, nel primo podere utile che si trova. Va detto che questo, al locale agricoltore, non piace. Egli può essere molte cose, e tutte positive, sicuramente, ma non è uomo che possa accogliere con serenità una torma di revivalisti del libero amore che professano peace and love sul proprio campo, soprattutto se intanto che lo fanno gli  mettono a rischio la rotazione delle colture.

Perciò si è scatenata una diatriba che dura da anni e che propone in ordine sparso:
tende piazzate nei campi senza permesso, granai occupati abusivamente, chitarre con falò alle due di notte a cantare jambalaya, stagni e fiumiciattoli attorno invasi da gente che fa il bagno svestita, sacchi a pelo piazzati ovunque che impediscono ai trattori di muoversi, strade intasate, molta droga e un po’ di sesso, ma soprattutto gente panzuta e vecchissima che gira in mutande pei campi a tuttelore.
Ai locali, tutto ciò, provoca un dolore interno che non è facile sopire. Quindi non lo sopiscono, e prendono a male parole i visitatori, anche quelli innocenti come noi, che vogliono solo una botta al campo e via.

Di tutte queste difficoltà oggettive io ero già stata informata prima della partenza da Paolino, un mio ex collega con cui ho lavorato per quindici anni, e che nel corso di questo nostro lungo calvario di vita e di professione è diventato un mio amico, con il quale condivido l’originale opinione che la vita è una vera schifezza, e che l’unica cosa che può portarci un po’ di redenzione è il rock.

Forte di queste certezze, il Paolino (uomo che tutti dovremmo ammirare perchè invece che mettere via i soldi per godersi la pensione si sta facendo una collezione di chitarre) nel 2005 verso settembre ottembre o giù di lì, decise di andare a Woodstock, e fece tutto il suo bel ragionamento (prima il campo, poi la cittadina, evitare i casolari isolati, ecc ecc ecc). Arrivato a Bethel, girellò qua e là, ma si accorse che
A) il modo per arrivare al campo non era in nessun modo indicato e che di conseguenza
B) da solo ce l’avrebbe fatta forse impiegando una diecina di anni.

Il fatto è che la nostra buona Bethel (che a parer mio è il secondo nome di Damien) è dislocata nella consueta pianta di piccola città rurale americana: una Main Street lunghissima sulla quale si affacciano tutti gli edifici principali, dalla quale partono una serie di strade e stradine che si inoltrano a perdersi pei campi. Capire quale è la stradina che porta AL campo è impossibile. Così Paolino decise di osare l’inosabile (va bè, lui ai tempi non sapeva che i Villici odiano i Visitatori… cioè non lo sapeva con certezza, aveva solo qualche vaga intuizione data presempio dal fatto che il benzinaro non lo salutava, e che il ristoratore lo fissava con odio da dietro il bancone), e cioè di chiedere indicazioni. Dopo mezza giornata di depistaggi, riuscì infine a giungere a quel luogo dove veramente voleva arrivare, per lo meno per quel giorno lì.
Così tornando a noi, la sera prima di partire mi disegnò su un tovagliolino la piantina di Bethel, che consisteva più o meno in una lunga linea dritta (la main street), dalla quale si dipanavano varie stradine. Quella che a noi interessava era la terza dopo il cartello Welcome to Bethel.
Cioè tu arrivi a Bethel, vedi il cartello Welcome to Bethel, piombi sulla Main street, conti tre stradine a destra, la terza ha una staccionata NON PUOI SBAGLIARTI!!!, giri lì a destra e andando avanti arrivi al campo.
Prima del campo c’è una targa commemorativa, quindi in quel senso una volta che sei lì davanti non puoi sbagliarti.

Bè, noi quel famoso pomeriggio del 2005 arrivammo quindi a Bethel muniti di tutto quello che ci poteva servire:

una macchina a noleggio

svariati cd

Sprite, caffè alla vaniglia e tavolette di cioccolata

un tovagliolino macchiato di mojito con su disegnata la cartina di Paolino (l’esistenza di Long John Silver e la sua fede nella mappa del tesoro di Capitan Flint sono per me certezze che vi proibisco di confutarmi)

tanta simpatia

Un po’ è stata colpa nostra, non è che lo nego. E’ che la sera prima c’era il concerto, siamo partiti tardi, poi lungo la strada in America non sembra ma succedono sempre un sacco di cose (presempio mi ricordo che avevamo il problema dei biglietti delle ultime due sere che ci mancavano e dovevamo cercare una connessione internet e così ci siamo fermati a una stazione di servizio che ne prometteva l’esistenza ma invece non c’era mica internet ma c’erano però un saaaacco di altre robbe da comprare) poi siamo passati da Albany e OOOOH il concerto di Albany del 2003 che ha fatto Around and around di Chuck Berry, poi c’era la strada panoramica verso le colline Catskills che è veramente splendida, poi si vede che siamo noi un po’ gigioni quando siamo in giro e comunque non avevamo il navigatore e le strade americane, non ve lo volevo dire, ma le strade americane.

Ah, le strade americane.

Che te sei nella corsia mediana e a un certo punto subitaneamente appaiono una serie di cartelli che ti invitano a spostarti subito MA SUBITO perchè l’autostrada verrà immediatamente smembrata in due tronchi, uno per il traffico veloce e l’altro per quello lento, e te stai per finire nel buco che si crea in mezzo.

Che se per caso sbagli uscita e dici Bè ritorno indietro alla successiva non lo potrai MAI fare perchè la strada all’andata non è mai la stessa del ritorno, e viceversa.

Che devi avere una bussola interna che ti dice se stai andando verso Sud o verso Ovest, perchè se no all’incrocio successivo quando arriva il cartello che ti esorta a scegliere tra Turnpike East o Turnpike West, o North/South, son brividi lungo la schiena.

Che le corsie di emergenza sono disseminate di cadaveri di animaletti e copertoni abbandonati.

Che le indicazioni per le uscite sono poste ad angolo retto rispetto alla strada che stai percorrendo DOPO l’uscita stessa.

Che se sei in una di quelle mitiche autostrade a otto corsie e ti trovi puta caso nella numero due e apprendi all’improvviso con raccapriccio che solo la sei e la sette portano all’incrocio che serve a te e solo per altre due miglia devi tagliare la strada in un nanosecondo a settecento macchine disseminate su quattro corsie, e non ci siamo proprio per un cazzo, cari i miei costruttori di strade americane (che uno dice Va bè sbagli uscita che sarà mai torni indietro e la riprendi alla successiva. NO CAZZO allora non mi state attenti. Rileggere subito il punto 2, grazie).

E così, vuoi per questo e vuoi per quello, noi siamo arrivati a Bethel nel primo pomeriggio. Dopo aver percorso sedicimiladuecentodiciassette volte la Main Street, santiando cristoni grossi COSI’ e sfanculando la peace and love e la fratellanza di sto cazzo universale, perchè da ‘sto porco cartello Welcome (to hell) si dipanavano un sacco di stradine sulla destra, ma nessuna con staccionata, e soprattutto NEMMANCO UNA che portasse al campo di Woodstock, dopo aver girato e rigirato e tentato di inviare un sms a Paolino (l’unico che potesse crederci e aiutarci) a casa chiedendo aiuto, peraltro invano perchè quel luogo maledetto non ha campo, ovviamente, dopo DUE ORE buttate ed ettolitri di benzina consumati, finalmente abbiamo avuto un’illuminazione, notando che qualche miglia dopo il cartello Welcome (bastards) ce n’era un secondo, un po’ occultato, ed era da lì che si doveva cominciare a contare le stradine e le staccionate annesse.

Non è colpa di Paolino, sono peraltro convinta che gli autoctoni si divertano sadicamente ogni anno a spostare i cartelli e le staccionate, dunque non fate affidamento su questo saggio come promemoria.

Azzeccando il cartello giusto, però, devo ammettere che è ridicolmente facile: terza stradina, staccionata, CAMPO DI WOODSTOCK.

E c’è un qualche cosa, in quel posto.

Jay, il ragazzo di Suellen, ci aveva consigliato di metterci seduti sull’erba e “take the good vibrations”. Noi vabbè era novembre, faceva freddo e l’erba era pure un po’ scagazzata dalle mucche indigene.

Però arrivi lì, vedi quel pendio, tutta quell’erba, lo stagno in lontanza, e tutte quelle colline intorno che immagini piene straripanti di gente che stava solo lì a divertirsi ascoltando musica rock, e pensi a quel palco e a chi ci ha suonato.

Gesù.

Altro che vibrazioni.

Siamo rimasti lì un bel po’, seduti a far niente.

Si stava solo bene, semplicemente.

Poi siamo andati un po’ su e giù a far foto, abbiamo preso un po’ d’erba (erba del prato, erba l’erbetta, non la pianta maria, giovani maligni) per ricordo, e ce ne siamo partiti alla volta di Woodstock paesino propriamente detto.

Non ci siamo mai arrivati, perchè era tardi, ci siamo persi, e ripersi, e dovevamo percorrere un altro bel po’ di strada di notte per andare a visitare Stockbridge il giorno dopo, dove c’è il Museo di Norman Rockwell.

C’abbiamo provato, lo giuro, portiamo ancora il lutto per un neurone che ci è partito cercando di interpretare la mappa del fiume Hudson, ma poi abbiamo desistito.

Ma guidando di notte verso il Massachusetts, pensando a tutte le belle e buone cose che quella giornata ci aveva dato, siamo incappati in Germantown.

Perchè, insomma, in questa hard land le cose mica succedono per caso.

E così siamo scesi e nella notte stellata ci siamo abbracciati, e poi ci siamo messi a ridere come pazzi, perchè una volante di uno state trooper si stava avvicinando, e davvero, mica volevamo essere protagonisti di quella canzone dove lui ci ferma e ci sbatte al fresco.

Ma lui è passato, ha solo rallentato un attimo guardando ‘sti due rincoglioniti fermi a ridere sotto il cartello Germantown, che hanno continuato a ridere per un bel po’ guidando nella notte su un’autostrada americana con Bruce che cantava Darkness, pensando al loro viaggio a Woodstock (e ai biglietti per le due ultime sere, che mica li avevamo ancora).

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