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Oro alla patria

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Nella mia famiglia si tramandano molte storie di guerra. Quella del Partigiano nascosto nel casotto degli attrezzi, quella di come si correva nei campi di notte quando scattava l’Allarme Aereo, quella di mio nonno che era uno dei pochi uomini istruiti di quella povera italietta e aveva la patente e che quindi si fece tutta la guerra come autista di un ufficiale, con relativi benefici di mensa e allontanamento dal fronte, quella del Soldato Mongolo che regalò a mia mamma bambina cinquenne un blocco di cioccolato amaro così duro che dovettero grattuggiarlo e poi metterlo a mollo nell’acqua per ammorbidirlo un po’ e poterlo addentare senza spezzarsi un molare.
Una delle mie preferite è quella dell’Oro alla Patria con protagonista mia nonna Barborina e la sua mamma, la (bis)nonna Maria.
Correva l’anno 1935, e l’Italia fascista dichiarò guerra all’Etiopia. Scattarono immediate gravose sanzioni da parte della Società delle Nazioni, e il regime dopo averle liquidate come “inique”, dispose che il Paese donasse il proprio oro alla causa (e alla Cassa) nella Giornata della Fede alla Patria. La campagna di propaganda fu massiccia e capillare, i toni come di consueto teatrali e melodrammatici: Sappia il mondo che questo oro è diverso da quello che si compra e si vende comunemente: non c’è bilancia che possa misurare il suo peso, non c’è listino che possa fissare il suo prezzo!
La partecipazione di personaggi illustri fu encomiabile (Pirandello donò la sua medaglia del Premio Nobel, la Regina Elena offrì la propria fede nuziale, il padre di Enrico Toti, eroe della Grande Guerra morto in trincea scagliando la propria stampella contro il nemico in un ultimo gesto di orgoglio, fece omaggio delle medaglie al valore del figlio defunto).
Gli Ebrei stessi, che nemmeno tre anni dopo dovettero subire le leggi razziali, organizzarono per la giornata dell’oro alla patria una speciale fusione di oro.
Il popolino, nelle retrovie, si arrabattava.
La roba di ferro, cancellate, caldaie, inferriate e campane, i fascisti se l’eran presa tutta in cooperazione forzosa (è per salvare l’Italia, spiegavano), e in paese si stava zitti perchè non è che più di tanto si potesse dire, del resto.
Il caffè, il pepe, il cacao non si potevan più trovare perchè prodotti in posti nemici avversi al patrio onor romano.
E insomma, quando arrivò la Giornata della Fedi, in molti si eran fatti furbi.
In un sabato di dicembre del 1935, per regio decreto, in ogni piazza d’Italia il sindaco al cospetto dell’intiera giunta dei gerarchi e con tutto il corpo insegnante schierato, riceveva le coppie sposate che dovevano donare le proprie fedi alla patria, ottenendo in cambio una vera di acciaio benedetta dal parroco col rito solenne delle nozze.
Tutta la cittadinanza era invitata a presentarsi, senza eccezione alcuna.
Mia nonna Barborina era un donnino semplice, paurosa di tutto e un po’ piagnona.
Quand’ero più giovane la giudicavo una vera lagna, sempre a gemere come Stanlio per qualsiasi minima difficoltà, e cosa dirà la gente, e sarà meglio chiedere a un uomo se va bene fare così, e come faremo e chissà che possiamo mai fare.
Con gli anni mi rendo però sempre più conto che ognuno ha il carattere che ci ha, ed è quindi inutile pretendere esaltanti scatti di coraggio da chi è semplicemente per natura docile e remissivo.
Come detto, mio nonno era militare a guidare vetture. Uomini ce n’erano rimasti pochi, e di lì a qualche anno sarebbero stati tutti reclutati per la guerra.
Mia nonna, donna tra donne, viveva in paese tirando su da sola una figlia piccola.
Tra mogli sorelle e zie ci si aiutava tutte, e se c’era da prendere qualche decisione importante la parola finale spettava agli anziani e al parroco.
Il quotidiano era mettere un pasto in tavola, occuparsi delle bestie e dei campi, dei figli e degli anziani genitori.
Tutto il resto, le vere tragedie dei morti al fronte e tutte le brutture della guerra, sbandati e partigiani che vagavano minacciosi per le campagne, tedeschi e fascisti, spie e delatori, bombardamenti e tessere annonarie, erano comunque cose lontane nel tempo, ma soprattutto lontane nella realtà.
Ogni tanto però il mondo reale si intrometteva di prepotenza, e lo si affrontava come si poteva.
Il giorno dell’Oro alla Patria colse mia nonna Barborina del tutto impreparata.
Non abbiamo mai capito perchè non ne parlò con sua mamma, la temibile (bis)nonna Maria, o con suo fratello, o con sua cognata.
Lei ricordando l’episodio si metteva solamente a piangere, e non sapremo mai la verità.
Comunque, ligia al dovere patriottico ma soprattutto paurosa delle eventuali ripercussioni se non si fosse presentata (mica era scema, solo paurosa), puntuale come una littorina quel sabato arrivò in piazza davanti al sindaco ai gerarchi e alla banda del Paese in pompa magna con un pacchetto di carta di giornale che conteneva avvolte in un po’ di ovatta quelle due tre povere cose d’oro che costituivano la sola ricchezza di quella famiglia di contadini: un anellino regalo di una Prima Comunione, due cerchietti d’oro per le orecchie, dono per le sue nozze.
Il corpo insegnante in Paese era rappresentato dalla terribile Maestra Elementare Cadini, ipertiroidea zitella altissima e segaligna che vestiva sempre di nero e bacchettava con la canna senza pietà maschietti e femminucce ignorando qualsiasi indulgenza o distinzione di sesso.
La nonna aprì il suo cartoccio, e depose il suo dono alla patria.
La Maestra Cadini si erse nel suo vestito nero e con occhi di bragia la fulminò.
Barborina! – tuonò con voce stentorea.
Mia nonna, che già si contorceva dall’imbarazzo, si sentì addosso tutti gli occhi del paese, nonchè dei gerarchi.
-Barborina! (e dai!!!) – Non dài tu la tua fede alla Patria, dunque?
-ecco… ma io…
-Tu! tu rifiuti DUNQUE il tuo oro a Roma? E io… IO!
-e voi? chiese la nonna tremando
-E IO CHE HO DATO DUE FRATELLI, ALLA PATRIA, NON HO TIMORE DI DONARE LE LORO MEDAGLIE!!!
e con regale gesto si tolse le due medaglie che portava al petto, suo unico ornamento, depositandole nell’elmo raccoglitore.
E mia nonna, bè, poverina, cosa volete che facesse.
Si levò piangendo la sua fede d’oro, e la mise nel calderone.
-Grazie Barborina, in questo eccezionale momento io e l’Italia ti ringraziamo!!!
E la nonna chinò il capo, e se ne tornò a casa.
Seduta nell’aia a spennare un pollo l’attendeva l’altra gerarca di famiglia.
Vedendo arrivare la figlia piangente, la nonna Maria capì che qualcosa di grave era successo, e chiese lumi. Sentita la spiegazione balbettante della sua progenie, ebbe in risposta una sola parola:
-Scema!
-ma io… io… ribattè quella in lacrime.
-Scema! SEI UNA SCEMA!!!
MIA FIGLIA E’ UNA SCEMA!!! tutto il paese è andato dal sindaco con un cerchietto di ferro DELLE TENDE al dito dicendo che erano troppo poveri e loro la fede d’oro non ce l’avevano, ma lei no! lei si presenta con la sua bella fede d’oro al dito, e gliela lascia! SCEMA!!!
-ma io… io non lo sapeeevooooo!
-e dovevi chiedere! dovevi pensarci! è tutto il mese che le altre nascondono le vere d’oro e si abituano a portare il cerchietto di ferro, e te cosa fai? dormi? non ci pensi? SEI SCEMA!!!
Non giudicate troppo severamente le circostanze e i personaggi, mi raccomando.
D’altra parte, negli anni, anche mia madre, da me interrogata su un eventuale giudizio all’intera vicenda, ha sempre risposto con un impietoso: Barborina era mia madre e le volevo bene, ma quella volta fu proprio assolutamente un po’ SCEMA.
E questa è la storia di come l’Italia donò, e a volte però non donò, il proprio Oro alla Patria.
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