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The Who 2006 Verona

Premessa:

una ragazza qualunque, mettiamo presempio una di Voghera, cresce nel culto di Springsteen, che prevede una pratica devozionale verso Elvis, Buddy Holly, Fats Domino, Creedence, Dylan e Stones dai 12 ai 18 anni. Detta una ragazza giura fedeltà alla E Street Band. Poi apprende dell’esistenza di fenomeni musicali rock dal ritmo serrato e dalle voci incredibili che si chiamano the Who, Led Zeppelin, Beatles, Deep Purple, e ci si butta a pesce. Dopo un po’ prende una deriva verso la Motown, poi si schiera verso i Clash e i Ramones, quindi torna ai Beatles e ai Rolling Stones. Tutto ciò, naturalmente, fa parte della elementare educazione musicale di praticamente qualsiasi individuo che aderisce al culto del Dio del Rock, non c’è nulla di strano. E’ che intanto che sei lì che studi e ti fai la tua brava formazione musikale, capisci che qualcuno di questi gruppi arriverai proprio ad amarlo, perché ti sta dicendo cose in un modo che non molti altri sanno fare. Al contempo, arrivi tristemente a comprendere ed accettare che alcuni di questi gruppi erano già sciolti prima ancora che tu nascessi, e che non vi è alcuna possibilità, proprio nemmeno remota, che tu li possa mai vedere dal vivo.

Poi un giorno annunciano il tour mondiale degli Who, ed è uno di quei regali che a volte il Dio del Rock decide benignamente di concederti, e tu con umiltà ringrazi e ti appresti ad andare a Verona per celebrare devotamente la liturgia. 

Ieri, 11 giugno, il Kave ed io siamo quindi partiti alla volta dell’Arena. Durante la serata la fortuna ha deciso di andarsene in vacanza, disinteressandosi di noi come spessissimo fa, ed ecco cosa è successo.

Premessa doverosa nonché necessaria ( lo so, è la seconda premessa, va bè che sarà mai) è il riferire che comunque già dal primo suono di chitarra proveniente dal sound check io mi sono sentita assunta nelle prime gerarchie angeliche dantesche, leggasi che vagavo in stato di trance con brividi e pelle d’oca pensando che a trecento metri da me quella chitarra era impugnata da Pete Townshend.

La serata è poi avanzata su note altilenanti di esaltazione barra sfiga barra esaltazione, e ha proposto in ordine sparso:

Il Cassandra Kave che osserva il palco e dice:” Cavoli, certo però che anche loro fare un tour estivo in luoghi all’aperto e non prevedere neanche il palco chiuso in caso piova ma saran ben strani, eh?”

groppunzoli di fans di una certa età che pur di vedere finalmente i loro beniamini (che hanno una certa età pure loro, va da sé) hanno deciso di uscire nel vasto mondo laggiù alla Bradbury, ma per paura di non trovarcisi proprio benissimo si sono portati dietro tutte quelle cosine che nelle loro comode case di persone di una certa età sono indispensabili. In un concerto rock, sono in genere fuori luogo, a volte fastidiose e spesso persino deleterie.

PER ESEMPIO: un signore con la bottiglia dell’acqua dalla quale attingeva solo e soltanto versandosi da bere usando i suoi bravi bicchierini di plastica che poi, una volta usati, riponeva in un apposito sacchettino raccoglitore. Una signora che si è portata il suo bravo cuscino per sedercisi sopra. Un’altra signora che per ritirare i biglietti preacquistati alla cassa si è portata una pratica cartelletta portadocumenti di un improbabile color giallo limone che conteneva: stampata della conferma di acquisto di Ticketone, fotocopia della carta di credito e della carta di identità (che aveva peraltro dietro anche in originale), stampa della registrazione al sito di Ticketone e fotocopia dell’estratto conto della carta di credito, più vari altri fogli, presumibilmente estratti conti bancari e fotocopie di buste paga. E fin qui siamo al ridicolo barra fuori luogo. Poi è arrivato il deleterio, nelle persone di due genialoidi cinquantenni che siccome minacciava pioggia hanno inalberato un ombrellone – badate bene non un ombrellino, un parasole, un piccolo para acqua da viaggio – no no un ombrellone tipo Cinzano evidentemente rubato sulla battigia di Rimini, e per praticamente tutto il concerto si è svolta la solita diatriba di questi due cazzoni davanti che sbandieravano il loro scudo di protezione atomico contro il diluvio e quelli dietro che dapprima urbanamente (Scusa puoi chiuderlo? scusa puoi abbassarlo? scusa noi dietro non vediamo) e poi barbaramente (e allora, brutti stronzi??? e quindi, sto cazzo di ombrello??? ) nonché fisicamente (lanci di giornali, bottigliette, panini semi-masticati, alcune banane e una scarpa) li costringevano a chiuderlo per un dieci minuti circa, dopodichè i coglionazzi lo riaprivano e si ricominciava il siparietto.

Inizio di rissa da parte di Inquisition in fase ritiro biglietti alla cassa, perché la giovine addetta Ticketone è dubitosa sul fatto che sia lecito o meno consegnarle i biglietti senza la stampata di conferma della Casa Madre Ticketone. Non mi dilungo perché la giovine è presto rinsavita, e non ho litigato quasi niente. Lo segnalo solo perché al mio secondo:” Come, scusa, pensi di non dovermi consegnare i miei biglietti?” (domanda del tutto retorica), il Kave si è allontanato in silenzio ma con decisione dalla fila, con l’aria di chi non vuole essere investito da schizzi di sangue e materia cerebrale in seguito allo scontro che inevitabilmente si scatenerà.

Le grida del pubblico che acclama WHOWHOWHOWHOWHO ricordano decisamente nel suono il verso di un branco di scimmie urlatrici.

Alle 21.15 gli Who themselves escono, e cominciano a schitarrare e rockeggiare come ventenni incazzati, Townshend rischia di slogarsi una clavicola con il windmill, Daltrey ha una voce corrosa al punto giusto.

Dopo un minuto emmezzo, mentre ancora il cervello di tutti noi cerca di connettersi al di sopra dell’emozione montante perché su quel palco c’erano GLI Who, ha incominciato a piovere, prima effetto pioggerellina, poi spruzzata, poi acquazzone, poi secchiate. Quando siamo arrivati al livello cascata scrosciante con potenzialità nubifragio, e si era alla quinta canzone in scaletta, Pete Townshend ha detto :”HEY, ma mi sto bagnando io! La pioggia dovrebbe cadere su di voi!” dopo di che tutti e cinque abbandonano il palco, e i roadie accorrono ad impacchettare gli strumenti e le casse sotto quintali di plastica.

Per un’ora circa ci hanno lasciato a fare i funghi sotto la pioggia, tutti più o meno fradici, tutti con le mani con effetto prugna, tutti con quella sensazione indescrivibile che ti dà il sapere di avere le mutande bagnate e nessuna possibilità di porvi rimedio per almeno altre otto ore. Qualcuno è sceso a cercare rifugio nei sotterranei dell’arena, qualcun altro è proprio andato via, pensando che gli Who themselves non sarebbero mai riapparsi. Noi siamo rimasti incollati ai nostri posti (anche per via delle mutande bagnate che aderivano viscidamente alla sediolina) a pigliarcela tutta, guardando con odio i due asciutti coglionazzi e il loro ombrellone Cinzano, mentre nella mente scorrevano immagini di Bruce a Copenhagen che di fronte al diluvio universale correva fuori mostrando i pugni al cielo e ridendo, per poi pigliarsela come tutti noi.

Poi uno dice Ma perché segui un cantante del New Jersey in particolare, ma cos’avrà mai di diverso da tutti gli altri? eh.

Dopo un’ora circa, dicevamo, hanno cominciato a diramare annunci in cui spiegavano che la Band era intenzionata ad andare avanti con lo show, solo di portare pazienza perchè bisognava controllare la strumentazio.

Rientrano, attaccano Behind blue eyes, Roger Daltrey interrompe tutto gridando No, non ce la faccio, non ho più voce, ed abbandona il palco. La band si ferma miseramente, Townshend rincorre Daltrey. Nel buio più completo, bagnati fradici e infreddoliti fissiamo il palco illuminato da due faretti blu, sul quale Daltrey gesticola tutto stizzoso e Townshend che lo trattiene per un braccio cercando evidentemente di convincerlo a non lasciare. Daltrey si divincola arrabbiato e scompare.

Dopo altri dieci minuti bagnati, mooolto freddi e bagnati, sul palco riappare Townshend con un tizio, che dovrà tradurre, e annuncia che Roger Daltrey non ha più voce, e non può più continuare. Va detto che Townshend in tutto ciò mi risale di molto nella stima, perché si piazza lì a prendersi fischi e invettive mentre la primadonna che è causa effettiva del disastro se ne sta rintanata in camerino presumibilmente preparandosi un pentolino con latte e cognac.

Ci chiedono di aspettare un altro po’, e finalmente riappaiono tutti sul palco, Daltrey compreso, che annuncia che la scaletta è stata rimaneggiata perché lui non ha proprio voce, e che molti dei pezzi li farà comunque Townshend.

Quella che segue è un’ora di cavalcata rock all’ennesima potenza, una di quelle nuvole di furore e gloria musicale che ti entra nelle vene come novocaina e ti anestetizza pian piano prima dai dolori fisici (fame, freddo, membra fradice, sete, acqua gelida che ti entra dal colletto e scivola lungo la schiena) e poi da quelli mentali (scazzo, spleen, lavoro, debiti, odi, amori), perchè da che mondo e mondo è questa la religione del rock: la via di salvezza naturale al male di vivere, e l’accesso a sensazioni divine quali la felicità, la speranza, la fiducia nel prossimo.

Certo, Townshend ha cantato praticamente tutto lui, e pure improvvisando, e non è che la sua voce sia paragonabile a quella di Daltrey, che comunque ci ha messo quel che ha potuto. Hanno suonato in modo divino, anche se logicamente la scaletta è stata di molto tagliata, e sono arrivati alla fine come hanno potuto, anche arrancando qua e là. E nonostante tutto ciò, io lo considero uno dei migliori concerti rock ch’io abbia mai visto, perché quelle persone sul palco erano gli Who, non quattro scappati di casa che hanno imparato a suonare sul Centonote, e sapete come si dice del coraggio, no? Uno il coraggio non se lo può dare. O ce l’hai, o non ce l’hai. E lo stesso vale per cose come il talento, la bravura, l’anima rock. O le hai, o no. E gli Who, loro, ce l’hanno, punto. EH, se ce l’hanno!

Who World Tour 2006 03

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